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Yayoi Kusama nel suo «Yellow Tree / Living Room» durante la Aichi Triennale nel 2010

© Yayoi Kusama. Courtesy Ota Fine Arts e David Zwirner

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Yayoi Kusama nel suo «Yellow Tree / Living Room» durante la Aichi Triennale nel 2010

© Yayoi Kusama. Courtesy Ota Fine Arts e David Zwirner

Addio a Yayoi Kusama, la regina giapponese dei pois

È scomparsa il 14 agosto all’età di 97 anni l’artista che trasformò i piccoli pallini, le reti e la ripetizione ossessiva in una cifra artistica inconfondibile

È morta il 14 agosto a Tokyo, all’età di 97 anni, Yayoi Kusama, una delle figure più riconoscibili e influenti dell’arte contemporanea. Nata a Matsumoto, nella prefettura di Nagano, nel 1929, aveva iniziato a disegnare da bambina, trasformando presto i pois, le reti e la ripetizione ossessiva in una cifra artistica inconfondibile.

Nel 1958 si trasferì a New York, incoraggiata anche dalla corrispondenza con Georgia O’Keeffe. In una scena dominata dagli uomini e dall’Espressionismo astratto, Kusama si impose con grandi tele monocrome e ambienti immersivi, entrando in dialogo con artisti come Donald Judd, Claes Oldenburg e Andy Warhol. Negli anni Sessanta realizzò installazioni e performance radicali, spesso provocatorie, nelle quali corpi, oggetti e superfici venivano ricoperti dai suoi celebri punti.

Tornata in Giappone nel 1973, continuò a lavorare tra pittura, scultura, installazione, poesia e narrativa. La sua ricerca ruotava attorno all’idea dell’infinito e alla dissoluzione dell’individuo nello spazio: esperienze personali di allucinazione e di perdita dei confini del sé diventavano reticoli senza fine, stanze di specchi, fiori e zucche.

La partecipazione alla Biennale di Venezia del 1993 segnò un nuovo capitolo della sua consacrazione internazionale. Da allora il suo immaginario è entrato stabilmente nei grandi musei del mondo, dal MoMA alla Tate Modern, fino al National Museum of Modern Art di Tokyo. La collaborazione con Louis Vuitton nel 2012 ne ha amplificato ulteriormente la popolarità, portando i suoi pois nel mondo della moda e della cultura popolare.

Kusama ha continuato a dipingere quasi quotidianamente nel suo studio di Shinjuku. Il suo linguaggio, immediatamente riconoscibile e insieme profondamente concettuale, ha trasformato un’ossessione privata in un universo condiviso. Con la sua morte si chiude una delle vicende più singolari dell’arte del secondo Novecento e del nuovo millennio: quella di un’artista capace di fare dell’infinito una forma, e della ripetizione una vertiginosa esperienza dello spazio.

Redazione, 27 agosto 2026 | © Riproduzione riservata

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