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Tinto Brass

Foto di Gianfranco Salis © Archivio privato di Tinto Brass

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Tinto Brass

Foto di Gianfranco Salis © Archivio privato di Tinto Brass

Addio a Tinto Brass, regista per eccellenza dell’erotismo italiano

Scomparso a Roma all'età di 93 anni, l'autore ha attraversato mezzo secolo di cinema: dalle prime spericolate avanguardie anarchiche alla reinvenzione del desiderio sul grande schermo

Il cinema italiano perde la sua voce più sfrontata, l'anarchico del grandangolo che ha trasformato il tabù in sguardo e la carne in un'allegra provocazione borghese. Si è spento a Roma all'età di 93 anni Tinto Brass, all'anagrafe Giovanni Brass, figura iconica, controversa e pop che ha attraversato cinquant'anni di settima arte con la disinvoltura di chi non ha mai chiesto scusa per il proprio piacere. A darne l'annuncio la moglie Caterina Varzi e i figli Bonifacio e Beatrice; le esequie si terranno in forma strettamente privata.

Nato a Milano nel 1933 ma veneziano nell'animo, nipote del pittore Italico Brass e poi legato a doppio filo alla città lagunare anche per il matrimonio con la prima moglie Carla Cipriani, della storica famiglia dell'Harry's Bar, Brass aveva iniziato la sua parabola lontano dalle anatomie dell'eros. Laureato in Giurisprudenza, si era formato alla Cinémathèque di Parigi negli anni d'oro della Nouvelle Vague, per poi fare da assistente a maestri della statura di Roberto Rossellini e Alberto Cavalcanti.

La prima vita cinematografica di Brass guardava all'impegno politico e alla contestazione anarchica. Il suo esordio del 1963, In capo al mondo, bocciato dalla censura e ripubblicato come Chi lavora è perduto, raccontava il disagio giovanile e l'insofferenza al potere con un linguaggio visivo sfacciato e libero. Seguirono le divagazioni pop e psichedeliche di Col cuore in gola (1967) e l'omaggio alla follia basagliana de La vacanza (1971), interpretato da Vanessa Redgrave e Franco Nero. Perfino il nazi-erotismo patinato di Salon Kitty (1975) e la tormentata epopea produttiva del Caligola (1979) mantenevano una chiara matrice di contestazione grottesca.

Poi, la svolta radicale. Deciso ad abbandonare il cinema d'autore "serioso" dopo aver riscontrato le prime delusioni del sistema, con La chiave (1983), liberamente tratto dal romanzo di Jun'ichirō Tanizaki, Brass ridefinisce per sempre la propria carriera, incoronandosi re incontrastato dell'erotismo italiano. Il film consacra una memorabile Stefania Sandrelli e traccia il solco per un nuovo genere: non più il porno squallido, ma un eros casalingo, solare, goliardico, ossessionato dai dettagli anatomici e dai primi piani sfacciati del lato B. Con alla regia Tinto Brass, accompagnato dall'inseparabile sigaro e dal sorriso sornione da eterno combinaguai.

Attraverso la sua macchina da presa sono passate eroine prorompenti e generose, che la cultura dell'epoca trattò con polemica e che Brass trasformò in fenomeni di costume. Da Serena Grandi (Miranda) a Debora Caprioglio (Paprika), da Claudia Koll (Così fan tutte) ad Anna Ammirati (Monella), passando per la cifra elegante di Anna Galiena in Senso '45. Dietro l'apparente voyeurismo, Brass conservava un sopraffino talento al montaggio e una sterminata cultura figurativa, con i suoi fotogrammi che ammiccavano alla pittura di Gustave Courbet e dissacravano il cinema di Jean Vigo e Michelangelo Antonioni.

Negli ultimi decenni, tra autoproduzioni, film a episodi (Fallo!) e la transizione al mercato dell'home video con Monamour, Tinto Brass è rimasto coerente con l'immagine del guru del sesso che rifiuta l'ipocrisia dei benpensanti, rivendicando fino all'ultimo la sovranità del desiderio.

Redazione, 04 novembre 2026 | © Riproduzione riservata

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