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Addio a Lorenzo Quilici, il grande archeologo che ha insegnato a leggere il paesaggio antico

È morto Lorenzo Quilici, tra i maggiori archeologi italiani del Novecento e riferimento internazionale per la topografia antica. Professore all'Università di Bologna, ha dedicato oltre mezzo secolo allo studio delle città, della viabilità e dei paesaggi dell'Italia romana, contribuendo a trasformare il modo di leggere il rapporto tra monumenti, territorio e storia.

Sofia Piperno

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Con la scomparsa di Lorenzo Quilici l'archeologia italiana perde una delle figure che più profondamente hanno trasformato lo studio del territorio antico. Professore ordinario di Topografia dell'Italia antica all'Università di Bologna, ricercatore del Consiglio Nazionale delle Ricerche e autore di una vastissima produzione scientifica, Quilici ha contribuito a ridefinire il modo di interpretare città, infrastrutture e paesaggi dell'antichità, facendo della topografia una disciplina capace di ricostruire i rapporti tra uomo, ambiente e organizzazione del territorio.

Il suo metodo di ricerca ha segnato una svolta negli studi archeologici italiani. Accanto allo scavo stratigrafico, Quilici privilegiava la lettura complessiva del paesaggio attraverso ricognizioni sistematiche, rilievi, analisi della viabilità e delle fortificazioni, convinto che monumenti, campagne e reti di comunicazione costituissero un unico documento storico. Un approccio oggi largamente condiviso, ma che negli anni Settanta e Ottanta contribuì ad ampliare significativamente gli orizzonti della disciplina. Dopo l'attività svolta dal 1969 al Consiglio Nazionale delle Ricerche, prima presso l'Istituto per gli Studi Egeo-Anatolici e successivamente nel Centro di Studio per l'Archeologia Etrusco-Italica, nel 1990 approdò all'Università di Bologna, dove insegnò fino al 2010, dirigendo anche l'Istituto di Archeologia e coordinando il Dottorato in Topografia antica. Intere generazioni di archeologi italiani si sono formate sotto la sua guida.

Le sue ricerche hanno interessato un arco cronologico amplissimo, dall'età del Bronzo fino al Rinascimento, con campagne di studio e di scavo in Lazio, Etruria, Molise, Basilicata, Calabria, Cipro e Turchia. Tra i suoi principali campi d'indagine figurano le città italiche, gli insediamenti rurali, le fortificazioni e soprattutto la rete delle grandi vie consolari.

Un capitolo fondamentale della sua attività è stato dedicato alla Via Appia, della quale ha ricostruito tracciati, trasformazioni e rapporto con il territorio circostante. Ancora oggi i suoi studi rappresentano uno dei principali riferimenti per la ricerca sulla Regina Viarum. Negli ultimi anni aveva collaborato anche con il Parco Archeologico dell'Appia Antica, partecipando al catalogo della mostra Patrimonium Appiae. Depositi emersi e contribuendo alla realizzazione dell'esposizione immersiva Via Appia. La strada che ci ha insegnato a viaggiare.

Di pari importanza sono gli studi dedicati al suburbio di Roma e alla Campagna Romana. Opere come La Campagna Romana come suburbio di Roma antica (1974) e La Via Latina da Roma a Castel Savelli (1978) hanno documentato sistemi insediativi e paesaggi che, in molti casi, sono stati successivamente modificati dall'espansione urbana, trasformandosi così in testimonianze indispensabili anche per la ricostruzione storica del territorio contemporaneo.

Nel 1992, insieme a Stefania Quilici Gigli, fondò l'Atlante tematico di Topografia antica, una delle imprese editoriali più importanti dedicate allo studio della forma delle città e dei paesaggi antichi, oltre a dirigere la rivista Orizzonti. Rassegna di Archeologia. La sua bibliografia comprende centinaia di articoli e numerose monografie dedicate, tra gli altri, a Siris-Heraclea, Collatia, Antemnae, Crustumerium, Artena, Fidenae, Ficulea, alla Valle del Sinni e ai percorsi dell'Appia tra gli Aurunci e gli Ausoni. Le numerose attestazioni di cordoglio giunte dal Ministero della Cultura, dal Parco archeologico del Colosseo, dal Parco Archeologico dell'Appia Antica, dalle università e dalla comunità scientifica testimoniano il ruolo centrale che Quilici ha avuto nello sviluppo dell'archeologia del paesaggio in Italia. Non a caso il Parco del Colosseo ha ricordato la sua capacità di "leggere il territorio come documento storico", definizione che sintetizza efficacemente il nucleo della sua ricerca. Tra le espressioni che più ne rappresentano il pensiero rimane quella richiamata dalla Confederazione Italiana Archeologi: per Lorenzo Quilici non esisteva un "rischio archeologico", ma una "fortuna archeologica", perché ogni scoperta costituiva un'opportunità di conoscenza e non un ostacolo allo sviluppo. Una visione che ribaltava una formula spesso utilizzata nel linguaggio amministrativo e riaffermava il valore pubblico della ricerca.

Nel 2020 il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella gli aveva conferito l'onorificenza di Grande Ufficiale dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana, riconoscendo una carriera che ha lasciato un'impronta profonda nella conoscenza dell'Italia antica. Più che singoli monumenti, Lorenzo Quilici ha insegnato a leggere le relazioni che uniscono città, strade, campagne e paesaggi, mostrando come la storia del territorio sia uno degli strumenti più efficaci per comprendere la lunga durata della civiltà mediterranea.

Sofia Piperno, 15 agosto 2026 | © Riproduzione riservata

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