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Sofia Piperno
Leggi i suoi articoliPrima di essere una destinazione, l’Italia fu un’immagine. Un paesaggio mentale costruito attraverso la pittura, la letteratura, il viaggio. Per gli artisti tedeschi e di area germanofona tra la seconda metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, il Sud rappresentò qualcosa di più di una meta di formazione: fu un luogo in cui guardare diversamente, lontano dalle Accademie, dall’industrializzazione e dalle trasformazioni che stavano cambiando l’Europa.
È attorno a questa idea che si sviluppa «Nostalgia del Sud. Artisti tedeschi in Italia 1865-1915», al Museo Castello San Materno di Ascona, fino al 23 agosto 2026. Curata da Harald Fiebig, con il sostegno della Fondazione per la cultura Kurt e Barbara Alten, la mostra riunisce 40 opere, tra dipinti, incisioni, disegni e sculture, di 14 artisti di area germanofona. Tutte provengono da una collezione privata tedesca e vengono presentate per la prima volta al pubblico.
Il titolo guarda a una delle immagini più persistenti della cultura europea. Quella evocata da Goethe nei versi di «Conosci il paese dove fioriscono i limoni?»: un’Italia luminosa, mediterranea, quasi fuori dal tempo, fatta di agrumi, mirto, alloro e cielo azzurro. Un’immagine che nell’Ottocento non apparteneva soltanto alla letteratura. Entrava nella pittura, nei taccuini di viaggio, nei disegni, nelle sculture. Tra il 1865 e l’inizio della Prima guerra mondiale, Roma, Venezia, Napoli, Capri, Ischia e la campagna romana diventano così tappe di un viaggio artistico che coinvolge generazioni diverse. Alcuni arrivano per soggiorni lunghi, altri si fermano per pochi mesi o appena qualche settimana. La durata del viaggio cambia, non la sua capacità di lasciare una traccia.
L’Italia offre innanzitutto ciò che a Nord delle Alpi sembra progressivamente venir meno: una relazione diretta con il patrimonio del passato, dall’antichità al Barocco, ma anche con una natura ancora percepita come intatta e con una quotidianità lontana dalla modernizzazione industriale. Il viaggio diventa, quindi, anche una forma di distanza. Dalle Accademie, dalle convenzioni, dalle tensioni politiche e sociali dell’Europa settentrionale. Ed è proprio questa distanza a creare uno spazio di sperimentazione. Lontani dai circuiti accademici dei Paesi d’origine, gli artisti possono confrontarsi con nuovi soggetti e tecniche, ma soprattutto con una diversa idea di pittura. Il soggiorno italiano non coincide dunque soltanto con la scoperta di un repertorio iconografico, modifica il modo di guardare.
Ne sono esempio Oswald Achenbach e Ludwig Passini, entrambi attratti dalle città e dai paesaggi italiani. Venezia, Roma, il Golfo di Napoli entrano nelle loro opere attraverso atmosfere, architetture e variazioni luminose. Achenbach, tra i protagonisti della scuola paesaggistica di Düsseldorf, guarda soprattutto alla dimensione atmosferica del paesaggio; Passini, attraverso l’acquerello, restituisce invece una Venezia osservata nella sua quotidianità, come nella «Vista della facciata meridionale della Basilica di San Marco». Altrove il viaggio verso Sud assume una forma diversa. Otto Greiner, Sigmund Lipinsky e il pittore ungherese Adolf Hirémy-Hirschl guardano all’antico per rileggerlo attraverso una sensibilità moderna. La tradizione non viene semplicemente ripetuta, diventa materiale da trasformare. Nelle loro opere il passato classico continua così a vivere dentro un immaginario che appartiene ormai alla modernità. E poi ci sono gli artisti per i quali l’Italia non fu una seconda patria, ma un’esperienza breve e comunque decisiva. È il caso di Adolph von Menzel, Anton von Werner e dello scultore August Gaul. Anche soggiorni limitati possono lasciare immagini destinate a riaffiorare nella produzione successiva. L’Italia funziona allora come un deposito visivo: un luogo in cui raccogliere forme, atmosfere e soggetti da riportare con sé.
La mostra riunisce queste esperienze senza ridurle a un unico modello di viaggio. Sono diverse le ragioni che spingono questi artisti verso Sud, così come sono diversi gli esiti. C’è chi cerca il paesaggio, chi l’antico, chi la luce, chi una distanza temporanea dal sistema artistico in cui si è formato. A unirli è però una stessa convinzione: che per vedere qualcosa di nuovo, a volte, sia necessario cambiare luogo. Un «andare altrove» sì, ma per tornare con un repertorio diverso di immagini e, soprattutto, con un modo diverso di guardarle.