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Redazione
Leggi i suoi articoliUn’immagine potrebbe riassumere quasi tutta l’opera di Fabrizio Plessi (Reggio Emilia, 1940- Venezia, 2026), quella dell’acqua che scorre su uno schermo. È un’immagine paradossale perché l’acqua è movimento, materia, natura, mentre lo schermo è superficie artificiale, tecnologia, immagine. Tutta la ricerca dell’artista reggiano, morto a 86 anni, si è sviluppata però dentro questa contraddizione divenendo il suo linguaggio. Nato a Reggio Emilia il 3 aprile 1940, Plessi si forma nell’Accademia di Belle Arti della sua città, dove si laurea nel 1962 e dove, per molti anni, svolge anche attività didattica. Fin dall’inizio il suo lavoro si colloca in una zona di confine tra scultura e immagine, fra performance e installazione, fra ambiente naturale e spazio costruito ma, soprattutto, fra la materia e la sua rappresentazione.
L’acqua diventa presto il centro di questa ricerca, vera e propria materia mentale. Con il fuoco e la lava è tra gli elementi attraverso i quali l'artista mette alla prova la possibilità di trasferire la natura nel linguaggio elettronico. Il video assume così nella sua opera un significato diverso da quello di un semplice mezzo di registrazione diventando «superficie scultorea». L’immagine elettronica infatti acquista peso, volume, ritmo (un monitor può sostituire una cascata, una fiamma può esistere soltanto come immagine e tuttavia conservare la propria forza fisica). Con Plessi la tecnologia reinventa la materia. Quando nel 1986 viene invitato alla Biennale di Venezia con «Bronx», la televisione entra come oggetto artistico. È un passaggio importante nella storia della sua ricerca e, più in generale, nel rapporto fra arte italiana e nuovi media. La televisione, strumento dominante della comunicazione di massa, viene sottratta alla sua funzione quotidiana e trasformata in altro. L’anno successivo arriva l’invito a Documenta VIII di Kassel. La consacrazione internazionale è ormai avviata.
Plessi appartiene a quella generazione di artisti che non considera più il confine fra discipline come un dato da rispettare: il suo lavoro può assumere la forma di un’installazione, di una scenografia, di un intervento architettonico, di un’opera video. La Germania diventa in questo percorso un luogo decisivo. Nel 1989 è tra i fondatori della Kunsthochschule für Medien di Colonia, dove sviluppa l’insegnamento dedicato all’«umanizzazione delle tecnologie» e successivamente alle «scenografie elettroniche».
Negli anni Novanta il suo lavoro raggiunge una dimensione sempre più internazionale. Nel 1998 una grande retrospettiva al Guggenheim SoHo di New York ne riconosce la posizione nel panorama della ricerca contemporanea. Nello stesso periodo partecipa alla Biennale di São Paulo e presenta il proprio lavoro al Museum of Contemporary Art di San Diego.
Il passaggio al nuovo millennio è segnato da una delle opere destinate a diventare emblematiche della sua produzione: «Mare Verticale», realizzato nel 2000 per il Padiglione italiano all’Expo di Hannover. Si tratta di un’installazione monumentale, alta 44 metri, nella quale il mare perde la propria orizzontalità naturale e viene trasformato in una costruzione verticale per l’appunto. Nello stesso anno rappresenta l’Italia alla Biennale di Kwangju, in Corea. Nel 2001, a Venezia, «Waterfire» interviene sulla facciata del Museo Correr, mettendo ancora una volta in cortocircuito edificio storico, immagine elettronica e materia naturale.
La grande retrospettiva «Traumwelt», al Martin-Gropius-Bau di Berlino nel 2004, conferma la dimensione museale raggiunta dalla sua ricerca. Un anno più tardi, al Kistefos Museet in Norvegia, Plessi interviene su un’area di archeologia industriale con «Memory Motions». E alla Biennale di Venezia del 2005 torna «Mare Verticale», in una nuova versione. Le sue opere sono ambienti, architetture temporanee, composizioni sceniche nelle quali l’immagine diventa spazio.
Questa vocazione spiega anche il rapporto con il mondo della moda e dei grandi marchi. Plessi è tra i primi artisti italiani a lavorare sistematicamente con aziende come BMW, Sony, Swarovski, Calvin Klein e Loewe. Realizza le scenografie elettroniche per il concerto di Luciano Pavarotti a Central Park e collabora con Alberta Ferretti, Dior e Louis Vuitton. Negli ultimi anni, quando la tecnologia che aveva contribuito a portare nel linguaggio dell’arte era ormai diventata parte ordinaria della vita quotidiana, ha infine continuato a lavorare sullo stesso nucleo poetico. Nel 2023 «Mari Verticali» ha occupato la Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale a Milano, mentre a Brescia, nel complesso di Santa Giulia, «Plessi Sposa Brixia» ha messo in relazione le sue nuove opere con un contesto storico e architettonico di forte stratificazione.
Significativo che l’artista emiliano non abbia mai cercato di inseguire l’ultima tecnologia disponibile e che il suo rapporto con il digitale non sia stato quello di chi vuole essere contemporaneo a tutti i costi. Al contrario, la tecnologia nei suoi lavori sembra quasi invecchiare, diventare una nuova materia tradizionale. Gli schermi, i monitor, le strutture metalliche, i dispositivi luminosi finiscono per avere la stessa funzione che nella storia dell’arte hanno avuto il marmo, il bronzo, il colore.
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