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Redazione
Leggi i suoi articoliPer oltre duemila anni il rosso è rimasto sulle pareti calcaree di Huashan nonostante pioggia, umidità e temperature elevate. Ora una ricerca propone una spiegazione per la sorprendente resistenza di quelle immagini: nel materiale utilizzato per dipingerle sarebbe stato incorporato del sangue, capace di contribuire alla formazione di un legante particolarmente stabile. La scoperta riguarda le celebri pitture rupestri della valle del fiume Zuojiang, nella regione autonoma del Guangxi, nella Cina meridionale. Datate tra il V secolo a.C. e il II secolo d.C., dal 2016 fanno parte del paesaggio culturale dell’arte rupestre di Zuojiang Huashan, riconosciuto dall’Unesco come Patrimonio dell’Umanità. Sulle grandi pareti carsiche compaiono figure umane, animali, imbarcazioni e oggetti rituali: uomini rappresentati frontalmente con le braccia sollevate, personaggi con copricapi, tamburi e campanelli compongono scene la cui interpretazione rimane ancora discussa.
A rendere il complesso eccezionale è anche il suo stato di conservazione. Le pitture si trovano infatti in un ambiente monsonico subtropicale caldo e umido, condizioni poco favorevoli alla sopravvivenza di superfici pittoriche esposte agli agenti atmosferici. Come sia stato possibile mantenere per oltre due millenni una tale intensità cromatica è quindi una questione che riguarda direttamente la tecnologia dei loro autori. Un gruppo di ricercatori del Laboratorio internazionale di ricerca di Archeologia ambientale e sociale dell’Università di Shandong, guidato da Meng Wu, ha analizzato frammenti provenienti da tre degli oltre ottanta siti conosciuti nell'area di Huashan. Attraverso tecniche spettroscopiche a infrarossi e raggi X e analisi proteomiche, gli studiosi hanno cercato di ricostruire la composizione minerale e organica della materia pittorica.
I risultati indicano una tecnica più complessa di quanto potrebbe suggerire l'apparente essenzialità delle immagini. Il rosso sarebbe stato ottenuto utilizzando argilla ricca di nano-ematite, mentre una miscela di calce e sangue avrebbe funzionato come legante. Le proteine presenti nel sangue avrebbero favorito un processo di biomineralizzazione del carbonato di calcio, creando una struttura capace di inglobare le particelle di ematite e di aderire con particolare efficacia alla superficie calcarea. In altre parole, la durata delle pitture potrebbe derivare dalla combinazione tra materiali organici e inorganici. Il sangue non avrebbe avuto quindi soltanto un eventuale valore simbolico: avrebbe svolto una precisa funzione materiale nella costruzione della superficie dipinta. È un dato importante anche per la storia delle tecniche artistiche. Secondo i ricercatori, queste pitture mostrerebbero un livello di conoscenza empirica dei materiali considerevole: gli autori sapevano produrre una miscela capace di resistere in un ambiente climaticamente aggressivo. L'arte rupestre emerge così come il risultato di un processo tecnologico articolato, fondato sulla selezione e sulla combinazione intenzionale delle materie disponibili.
Sangue animale o umano?
È però un secondo risultato a rendere lo studio particolarmente suggestivo. Le analisi avrebbero identificato tracce riconducibili a sangue animale e forse a sangue umano, con alcune proteine associate alla gravidanza e all'allattamento. Da qui l'ipotesi avanzata dagli studiosi che almeno una parte del materiale potesse provenire dal sangue legato al parto. Se confermata, la presenza aprirebbe inevitabilmente una questione rituale. Alcune delle scene di Huashan sono state interpretate in relazione a cerimonie collettive e alla fertilità, e i ricercatori suggeriscono che l'impiego di sangue del parto possa essere collegato a forme di culto della fertilità femminile. È però proprio questo il passaggio che richiede maggiore prudenza. L'archeologo Jose-Miguel Perez Gomez, specialista di arte rupestre antica, ha osservato che le proteine individuate non sono esclusive del parto e che dalle pitture non è stato recuperato DNA antico. A questo si aggiunge un problema di campionamento: le analisi riguardano soltanto tre siti all'interno di un complesso che ne comprende più di ottanta.
La chimica può dunque dimostrare la presenza di determinate sostanze con maggiore solidità di quanto possa ricostruirne il significato culturale. Stabilire che una pittura contenga sangue è una cosa; comprendere perché quel sangue sia stato scelto appartiene a un livello interpretativo differente. Per verificare l'ipotesi rituale sarebbe necessario capire, per esempio, se le tracce attribuibili al sangue umano si concentrino in prossimità di determinate immagini, se la composizione dei pigmenti cambi in relazione ai soggetti rappresentati e se esista una precisa organizzazione spaziale delle diverse «ricette» pittoriche. Solo allora sarebbe possibile mettere in relazione con maggiore sicurezza materia, iconografia e rito. È forse questo il punto più interessante della ricerca. Le pitture di Huashan mostrano quanto l'analisi scientifica stia modificando lo studio dell'arte antica: la materia stessa dell'immagine diventa un documento archeologico. Pigmenti, proteine e processi chimici permettono di ricostruire gesti che l'iconografia, da sola, non potrebbe restituire. A Huashan rimane per ora una certezza e un'ipotesi. La prima riguarda una sofisticata tecnologia del colore, nella quale ematite, calce e componenti organiche contribuirono alla straordinaria durata delle pitture. La seconda riguarda il significato del sangue e la possibilità che una sostanza biologica carica di implicazioni simboliche fosse deliberatamente incorporata nell'immagine. Ed è proprio la distanza tra questi due livelli a rendere la scoperta particolarmente significativa.
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