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Redazione
Leggi i suoi articoliSettembre è il mese in cui l’Europa dell’arte cambia passo. Dopo la pausa estiva, musei e istituzioni riaprono la stagione espositiva con i nuovi programmi destinati ad accompagnare il pubblico fino all’inverno e alla primavera successiva. È il momento in cui si concentra una parte importante delle grandi inaugurazioni internazionali, ma anche quello in cui si può leggere meglio la direzione che i musei hanno scelto di dare al nuovo anno culturale. Le mostre che aprono in queste settimane raccontano infatti non soltanto gli artisti e i periodi storici a cui sono dedicate, ma anche le diverse strategie con cui le istituzioni costruiscono oggi il proprio rapporto con il pubblico. Accanto alle grandi retrospettive trovano spazio riletture di figure già entrate nella storia dell’arte, progetti che intrecciano discipline diverse e mostre che riportano opere lontane dal luogo d’origine, mettendo in discussione il modo in cui il patrimonio viene conservato, studiato e presentato. È una stagione in cui convivono grandi nomi e percorsi meno prevedibili, capolavori riconoscibili e opere che chiedono di essere riscoperte. Da Londra a Parigi, da Berlino ad Amsterdam, il calendario di settembre segna così l’inizio di un nuovo capitolo della programmazione museale europea.
«Andy Warhol. Beethoven by Warhol»
Beethoven-Haus, Bonn, Germania
9 settembre 2026 - 5 aprile 2027
Beethoven entra nell’universo di Andy Warhol nel 1987 l’artista realizza un portfolio di quattro serigrafie costruite sul ritratto del compositore dipinto da Joseph Karl Stieler e sull’autografo della «Sonata al chiaro di luna». È questo il nucleo della mostra del Beethoven-Haus, che riunisce più di cento opere e documenti tra prove di stampa, lavori su carta e tela, fotografie, manifesti, inviti e copertine discografiche. Warhol applica a Beethoven lo stesso dispositivo già utilizzato per Marilyn Monroe, Elvis Presley e Mao: la ripetizione trasforma una figura storica in un’immagine immediatamente riconoscibile e quindi riproducibile. Il compositore viene così sottratto alla sola dimensione musicale e inserito nel sistema visivo della cultura di massa. Il confronto è particolarmente significativo proprio a Bonn, nella casa natale di Beethoven, dove la memoria dell’autore è conservata e interpretata. L’operazione di Warhol introduce però un altro tema: cosa accade a un’opera, a un volto o a una firma quando entrano nel circuito della riproduzione? Tra originale, copia e icona, la mostra ricostruisce anche la vicenda del rapporto tra Warhol e il gallerista bonnese Hermann Wünsche, che nel 1989 presentò al pubblico i suoi ritratti di Beethoven.
«The Bayeux Tapestry»
British Museum, Londra
10 settembre 2026 – 11 luglio 2027
Quasi mille anni dopo la sua realizzazione, l’Arazzo di Bayeux arriva per la prima volta in Inghilterra, eccezionalmente prestato dalla Francia nell’ambito di un accordo storico con la Francia. Il manufatto, lungo circa 68 metri, è in realtà un ricamo eseguito con fili di lana su nove pezzi di lino cuciti insieme. Le 58 scene accompagnate da iscrizioni in latino raccontano gli eventi che conducono alla conquista normanna dell’Inghilterra nel 1066, fino alla battaglia di Hastings. Circa 600 personaggi, tra cavalieri e soldati, insieme a navi, animali e architetture, costruiscono una narrazione nella quale la guerra convive con la rappresentazione della vita quotidiana. C’è anche la cometa di Halley, comparsa nel cielo alla vigilia della conquista. Proprio questa compresenza rende il ricamo una fonte preziosa per l’XI secolo: abiti, imbarcazioni, castelli, cibo, arredi e pratiche quotidiane entrano nella stessa sequenza visiva degli eventi politici e militari. Rimangono invece aperte le questioni relative alla committenza. L’ipotesi oggi più accreditata la collega a Oddone, vescovo di Bayeux e fratellastro di Guglielmo il Conquistatore, mentre la realizzazione viene generalmente ricondotta a ricamatrici e ricamatori inglesi sulla base di disegni manoscritti legati all’area di Canterbury.
«Maurizio Cattelan. NIGHT»
Neue Nationalgalerie, Berlino, Germania
10 settembre 2026 - 7 marzo 2027
È il primo grande progetto museale dedicato a Maurizio Cattelan in Germania e nasce in relazione al Preis der Nationalgalerie 2026. «NIGHT» porta nella Neue Nationalgalerie una selezione di opere storiche, tra cui «Him» (2001), «Novecento» (1997), «La Rivoluzione Siamo No»i (2000) e «Untitled» (2003), insieme a nuove commissioni. Il titolo introduce una dimensione notturna che si confronta con uno degli edifici più razionali e riconoscibili dell’architettura del Novecento, quello progettato da Ludwig Mies van der Rohe. È in questo rapporto tra opere e spazio che il progetto trova uno dei suoi punti di forza: la pratica narrativa, ironica e spesso provocatoria di Cattelan entra in una struttura fondata su trasparenza, geometria e ordine. I suoi lavori mettono in discussione il confine tra arte e realtà, istituzione e spettacolo, memoria collettiva e cultura popolare. La mostra è quindi legata anche alla questione del modo in cui l’istituzione museale accoglie una produzione costruita sulla messa in crisi dei suoi stessi codici. Al centro è previsto un intervento site-specific pensato per modificare il modo in cui la sala vetrata viene attraversata e percepita. La curatela è affidata a Lisa Botti e Klaus Biesenbach, in collaborazione con Cattelan, mentre il progetto si inserisce nella ricezione tedesca dell’artista attraverso il riconoscimento del Preis der Nationalgalerie.
«Niki de Saint Phalle»
Kunstpalast, Düsseldorf, Germania
10 settembre 2026 - 7 febbraio 2027
Le «Nanas» sono l’immagine più immediatamente associata a Niki de Saint Phalle, ma non esauriscono una ricerca che attraversa pittura, scultura, assemblaggio, grafica e interventi ambientali. Il Kunstpalast riunisce oltre cento opere per ricostruire questa varietà e riportare al centro anche i temi politici, autobiografici e sociali che attraversano la produzione dell’artista. Le figure femminili monumentali, dalle superfici colorate e dalle forme espanse, diventano uno degli strumenti attraverso cui Saint Phalle affronta il corpo, l’identità e i rapporti di potere. La dimensione festosa e pop delle opere convive con una riflessione sulla violenza e sulla libertà, mentre il colore assume una funzione precisa nella costruzione di un nuovo immaginario femminile. Le «Nanas» furono presentate pubblicamente per la prima volta nel 1965 e divennero uno dei nuclei più riconoscibili della sua ricerca. La mostra permette però di collocarle all’interno di una produzione più ampia, nella quale l’artista costruisce forme e immagini capaci di intervenire anche nello spazio pubblico. Il progetto, realizzato in cooperazione con il Nationalmuseum di Wrocław e in stretta collaborazione con la Niki Charitable Art Foundation di San Diego e con lo Sprengel Museum Hannover, e si lega inoltre alla lunga relazione di Saint Phalle con la Germania e alla circolazione internazionale delle sue opere.
«Musée sentimental»
Musée des Beaux-Arts de Lyon, Lione, Francia
11 settembre 2026 – 14 marzo 2027
Un oggetto può entrare in un museo per il suo valore storico, artistico o documentario. Ma può entrarci anche perché conserva un ricordo. È da questa seconda possibilità che parte «Musée sentimental», che riunisce opere provenienti dal Musée des Beaux-Arts de Lyon, dal Musée d’Art Contemporain de Lyon e dal Centre Pompidou, coinvolgendo circa sessanta artisti e collettivi del XX e XXI secolo. Assemblaggi, accumulazioni, vetrine, scatole e installazioni trasformano oggetti quotidiani in dispositivi di memoria, nei quali il valore dell’oggetto dipende dalle relazioni che riesce a costruire. Tra i nuclei della mostra figurano il «Mur de l’atelier d’André Breton» e «Le Magasin de Ben». Il riferimento è a due precedenti precisi: il museo creato da Alexandre Lenoir durante la Rivoluzione francese e il primo «Musée sentimental» concepito da Daniel Spoerri nel 1977 e presentato al Centre Pompidou. La raccolta e l’ordinamento degli oggetti diventano così una pratica artistica, mentre il museo perde la sola funzione di conservare e diventa uno spazio nel quale associazioni personali, ricordi e legami affettivi producono nuovi significati. Il progetto è presentato dal Musée des Beaux-Arts in partnership con il Centre Pompidou e costruita sulle tre collezioni del MBA Lyon, del macLYON e del museo nazionale d’arte moderna.
«Yayoi Kusama»
Stedelijk Museum, Amsterdam, Paesi Bassi
11 settembre 2026 – 17 gennaio 2027
Sette decenni di ricerca permettono di leggere Yayoi Kusama al di là delle immagini che ne hanno fatto una delle artiste più riconoscibili del presente. Lo Stedelijk Museum riunisce lavori che attraversano pittura, opere su carta, scultura, installazione e ambienti immersivi, dai primi esperimenti degli anni Cinquanta fino alla produzione recente. Pois, reti infinite, accumuli e specchi ricorrono nel suo lavoro come elementi di una ricerca sulla relazione tra individuo e universo. La ripetizione porta infatti a una progressiva perdita del limite: nelle «Infinity Mirror Rooms» il visitatore entra nell’opera e lo spazio reale diventa parte di una percezione senza un punto di riferimento stabile. Il percorso segue lo sviluppo di questi dispositivi e mostra come la dimensione immersiva non sia separata dalla ricerca pittorica, ma ne rappresenti una conseguenza. Organizzata dallo Stedelijk insieme alla Fondation Beyeler di Riehen/Basilea e al Museum Ludwig di Colonia, la mostra è curata da Leontine Coelewij. L’ampiezza cronologica permette di accostare opere molto diverse e di ricostruire la continuità di un linguaggio che, dagli anni Cinquanta a oggi, ha fatto della ripetizione uno strumento per mettere in discussione la percezione dello spazio e dell’identità.
Franz Marc. Die Suche nach einer besseren Welt
Kunstsammlung Nordrhein-Westfalen, Düsseldorf, Germania
12 settembre 2026 - 24 gennaio 2027
La pittura di Franz Marc cambia insieme alla sua idea di realtà. Dagli animali rappresentati come forme cariche di energia e spiritualità alle composizioni nelle quali la figura si frammenta fino quasi a dissolversi, il percorso segue una ricerca che attraversa l’espressionismo e arriva alla progressiva assimilazione del cubismo. Gli animali non sono per Marc semplici soggetti naturalistici: diventano il tramite per immaginare una realtà più pura, non ancora compromessa dalla modernità industriale. Anche il colore si emancipa dalla descrizione. Blu, rosso e giallo assumono valori emotivi e simbolici e costruiscono una grammatica attraverso cui rendere visibile una dimensione interiore. Il titolo, «Die Suche nach einer besseren Welt», riporta questa ricerca al clima culturale precedente alla Prima guerra mondiale, quando molti artisti cercavano forme capaci di rispondere alla crisi della società europea. La progressiva frammentazione delle immagini registra quella tensione e insieme la frattura di un’epoca. In questo contesto si inserisce anche il ruolo di Marc, insieme a Wassily Kandinsky, nella realizzazione dell’almanacco «Der Blaue Reiter», pubblicato nel 1912: un progetto che metteva in relazione immagini e testi provenienti da epoche e culture differenti, opponendo all’accademismo una concezione più ampia dell’arte.
«Vincent van Gogh. All Our Paintings»
Kröller-Müller Museum, Otterlo, Paesi Bassi
15 settembre 2026 - 3 gennaio 2027
Il Kröller-Müller Museum conserva la seconda maggiore collezione al mondo di dipinti di Vincent van Gogh, con quasi 90 dipinti e oltre 180 disegni. «All Our Paintings» parte proprio da questa consistenza per ricostruire la ricerca dell’artista attraverso l’insieme delle opere conservate a Otterlo, e non soltanto attraverso i suoi dipinti più celebri. Disegni e opere su carta si affiancano a scene rurali, paesaggi e dipinti nei quali la pennellata diventa progressivamente più mobile e il colore più intenso. La lettura della collezione permette di spostare l’attenzione dalla figura dell’artista tormentato al lavoro quotidiano di osservazione, studio e sperimentazione. Il paesaggio diventa così un campo di ricerca nel quale Van Gogh misura continuamente il rapporto tra realtà osservata e trasformazione pittorica. Anche la storia del collezionismo entra nel progetto: è proprio la consistenza della raccolta del Kröller-Müller a permettere di seguire nuclei differenti della sua produzione e di ricostruirne l’evoluzione attraverso opere meno note accanto ai lavori più conosciuti.
Nieves González, «La sfida (The Challenge)», 2025.
«Mary Magdalene. Sin. Pray. Love.»
Städel Museum, Francoforte, Germania
17 settembre 2026 - 17 gennaio 2027
Maria Maddalena è una figura costruita nel tempo attraverso immagini diverse e spesso sovrapposte. La mostra dello Städel Museum ne ricostruisce la fortuna attraverso oltre cento dipinti, sculture e stampe, seguendo le tre condizioni suggerite dal titolo: peccatrice, penitente, donna associata all’amore e alla devozione. Da una parte c’è la figura evangelica, testimone della morte e resurrezione di Cristo; dall’altra una tradizione successiva che ha progressivamente sovrapposto alla sua storia elementi leggendari e morali. È proprio questa stratificazione a diventare il tema del percorso. Il corpo, i lunghi capelli, il teschio e gli oggetti della penitenza cambiano significato a seconda delle epoche e vengono utilizzati per costruire immagini differenti della femminilità, del peccato e della redenzione. La collaborazione con il Liebieghaus permette di estendere il confronto alla scultura e agli oggetti devozionali, affiancando alla pittura opere comprese tra Medioevo, Rinascimento, Barocco e modernità. Il percorso cronologico rende così visibile la trasformazione dell’iconografia di Maddalena e il progressivo accumularsi dei significati attribuiti alla santa.
«ASIA POP»
NRW-Forum, Düsseldorf, Germania
17 settembre 2026 - 23 maggio 2027
Manga, anime, videogiochi, musica, moda e cinema sono diventati alcuni dei principali strumenti attraverso cui l’Asia orientale produce e diffonde immagini a livello globale. ASIA POP parte da questo fenomeno e riunisce circa quattrocento oggetti per analizzare la cultura popolare non soltanto come industria dell’intrattenimento, ma come spazio di costruzione dell’identità e di esercizio del soft power. Cina, Hong Kong, Giappone, Corea del Sud e Taiwan sono i contesti considerati nel percorso, articolato attorno a bellezza e moda, cinema e televisione, videogiochi e musica. Una sezione specifica è dedicata alle pratiche dei fan, al loro peso economico e alla loro capacità di produrre comunità e orientare la circolazione dei contenuti. Il punto di interesse sta quindi anche nel passaggio dalla cultura locale al fenomeno transnazionale: forme nate in contesti specifici vengono trasformate, replicate e consumate in mercati differenti. I 1.200 metri quadrati del NRW-Forum diventano così lo spazio per mettere in relazione arte contemporanea, media, industria culturale e cultura digitale.
«Picasso-Bacon: What It Feels Like to Be Human»
Albertina, Vienna, Austria
18 settembre 2026 - 31 gennaio 2027
Picasso e Bacon partono da una stessa domanda: come rappresentare il corpo umano dopo che l’idea di una figura stabile e riconoscibile è entrata in crisi? Il confronto proposto dall’Albertina mette in relazione due risposte molto diverse. Picasso frammenta il corpo, ne moltiplica i punti di vista e ne mette in discussione l’unità; Bacon lo deforma, lo torce e lo sottopone a una pressione che rende visibile la vulnerabilità dell’individuo. Desiderio, violenza, identità e isolamento diventano così questioni pittoriche prima ancora che temi iconografici. Il confronto non propone una derivazione reciproca bilaterale – Bacon fu influenzato da Picasso, ma Picasso non da Bacon, pur seguendone la carriera – ma accosta due generazioni e due momenti della modernità. Picasso, nato nel 1881, attraversa cubismo, classicismo, surrealismo e ricerca politica; Bacon, nato nel 1909, sviluppa soprattutto nel secondo dopoguerra una figurazione fatta di corpi isolati e deformati, spesso racchiusi entro strutture geometriche. La distanza cronologica rende il confronto particolarmente significativo: entrambi intervengono sulla figura, ma lo fanno a partire da esperienze storiche e culturali differenti. La mostra utilizza quindi il corpo come punto di incontro tra due modi di affrontare la crisi della rappresentazione.
«William Kentridge. I am not me, the horse is not mine»
Bozar - Palais de Beaux Arts, Bruxelles, Belgio
18 settembre 2026 – 7 marzo 2027
Nel lavoro di William Kentridge un’immagine non viene mai semplicemente sostituita da un’altra: rimane la traccia di ciò che è stato cancellato. È questo procedimento, sviluppato soprattutto attraverso il disegno a carboncino, a fare del tempo una componente visibile della sua opera. La mostra del Bozar ripercorre oltre quarant’anni di attività mettendo in relazione disegno, animazione, incisione, scultura, installazione, video, teatro e opera. Le cancellature e i ridisegni diventano una forma concreta della memoria, costruita attraverso aggiunte, rimozioni e ritorni. È anche attraverso questo dispositivo che Kentridge affronta apartheid, colonialismo, guerra, migrazione, potere e oblio, senza trasformare queste questioni in una narrazione univoca. La dimensione performativa e collaborativa assume un ruolo altrettanto importante, con le produzioni teatrali e operistiche che entrano direttamente nella sua ricerca visiva. Il rapporto con Bruxelles aggiunge un elemento biografico e professionale preciso: qui l’artista presentò nel 1995 la sua prima regia operistica e nel 1998 la sua prima personale europea al Bozar. Il titolo, «I am not me, the horse is not mine», introduce infine una questione ricorrente nel suo lavoro: l’instabilità dell’identità e il rapporto tra individuo e responsabilità.
«Remedios Varo»
Louisiana Museum of Modern Art, Humlebæk, Danimarca
18 settembre 2026 - 10 gennaio 2027
La Louisiana Museum of Modern Art dedica una grande mostra a Remedios Varo, pittrice surrealista spagnola-messicana ancora relativamente poco conosciuta dal grande pubblico europeo. Il progetto riunisce più di settanta opere tra dipinti, disegni, quaderni e materiali documentari e segue la vicenda dell’artista dagli anni di Barcellona e Parigi fino alla fase più produttiva trascorsa in Messico negli anni Cinquanta e nei primi anni Sessanta. Nel suo lavoro scienza, magia, alchimia, sogno e osservazione della natura convivono all’interno di un universo figurativo costruito con grande precisione. Le figure di Varo sembrano muoversi in una realtà parallela, regolata da processi e trasformazioni che hanno spesso la forma di esperimenti scientifici o rituali. La dimensione fantastica non cancella quindi l’interesse per la conoscenza: al contrario, diventa uno strumento per mettere in relazione ciò che è razionale con ciò che sfugge alla spiegazione. La mostra restituisce questa complessità attraverso opere e materiali che permettono di seguire l’evoluzione di una ricerca sviluppata tra Spagna, Francia e Messico.
«Cézanne et nous»
Grand Palais, Parigi, Francia
23 settembre 2026 - 17 gennaio 2027
Cosa resta di Cézanne nella pittura che viene dopo di lui? È da questa domanda che parte Cézanne et nous, che riunisce 69 opere di Cézanne e 105 opere di 78 altri artisti, costruendo un confronto che attraversa più di un secolo. La sua eredità non riguarda infatti soltanto alcuni motivi o soluzioni formali, ma un modo diverso di concepire la pittura: paesaggio, natura morta e figura diventano problemi di costruzione, mentre colore, volume e spazio entrano in una relazione nuova. È uno dei passaggi attraverso cui Cézanne diventa una figura fondativa della modernità occidentale. Da Gauguin a Matisse, da Picasso a Mondrian, fino agli artisti del dopoguerra e della contemporaneità, la mostra segue la trasformazione di queste questioni in linguaggi differenti. Il riferimento alla celebre formula del «cilindro, della sfera e del cono» va letto proprio in questa direzione: non come prescrizione di uno stile geometrico, ma come ricerca di una struttura capace di organizzare forme, volumi e rapporti spaziali attraverso il colore. Il titolo mantiene aperto il rapporto con il presente: Cézanne non è soltanto l’artista da cui prende avvio una parte della modernità, ma un interlocutore con cui gli artisti continuano a misurarsi. Organizzata da GrandPalaisRMN, Centre Pompidou e Musées d’Orsay et de l’Orangerie, la mostra arriva fino a Wolfgang Tillmans, mostrando quanto a lungo sia rimasto attivo quel problema pittorico.