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Betye Saar (fonte Hyperallergic)

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Betye Saar (fonte Hyperallergic)

Addio a Betye Saar, l'artista che trasformò gli stereotipi in strumenti di liberazione. Aveva 99 anni

Si è spenta a Los Angeles all'età di 99 anni Betye Saar, tra le figure più influenti dell'arte americana del secondo Novecento. Attraverso assemblage costruiti con fotografie, tessuti, oggetti trovati e memorabilia della cultura afroamericana, l'artista ha trasformato gli stereotipi razziali in immagini di emancipazione, contribuendo a ridefinire il ruolo dell'arte come strumento di memoria, critica sociale e riscrittura della storia.

Angelica Kaufmann

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Mancavano solo 4 giorni e le candeline da spegnere sarebbero state 100. Purtroppo la notizia è arrivata nella serata italiana del 27 luglio. Con la scomparsa di Betye Saar, avvenuta nella sua casa di Los Angeles, ci lascia una delle figure che più profondamente hanno trasformato il linguaggio dell'assemblage e il modo in cui l'arte contemporanea affronta i temi della memoria, dell'identità e della rappresentazione razziale. Per oltre sei decenni la sua ricerca ha intrecciato oggetti quotidiani, fotografie di famiglia, tessuti, reliquie domestiche e simboli della cultura afroamericana in opere capaci di coniugare poesia, spiritualità e critica politica.

Nata a Los Angeles nel 1926, Saar iniziò il proprio percorso artistico come designer e incisora prima di approdare, alla fine degli anni Sessanta, all'assemblage, tecnica che avrebbe reso il suo linguaggio immediatamente riconoscibile. Se artisti come Joseph Cornell avevano trasformato la scatola in uno spazio della memoria e dell'immaginazione, Saar ne fece il luogo in cui ricomporre una storia collettiva segnata dal razzismo, dalla diaspora e dalla trasmissione delle memorie familiari. Vecchie fotografie, finestre, guanti, ricami, oggetti acquistati nei mercatini e cimeli ereditati dai parenti diventavano frammenti di un racconto capace di restituire dignità a ciò che la storia ufficiale aveva spesso relegato ai margini. L'opera che ne consacrò la fama internazionale fu The Liberation of Aunt Jemima (1972). Partendo dalla celebre figura stereotipata della governante afroamericana diffusa dalla pubblicità statunitense, Saar trasformò un'immagine di sottomissione in un'icona di resistenza, armando la protagonista con un fucile e una granata e affiancandola ai simboli del movimento Black Power. Realizzata negli anni successivi all'assassinio di Martin Luther King Jr., l'opera è considerata una delle immagini fondative del femminismo nero americano e della riflessione artistica sulle rappresentazioni razziali. Angela Davis la definì una scintilla per una nuova coscienza delle donne afroamericane.

Accanto all'impegno politico, la ricerca di Saar è stata costantemente attraversata da una dimensione spirituale. Astrologia, tarocchi, simboli cosmici, pratiche divinatorie e tradizioni africane convivono nelle sue opere con riferimenti autobiografici e genealogici. L'assemblage non diventa soltanto una tecnica di montaggio, ma uno strumento per mettere in relazione tempi, culture e memorie differenti. Opere come Black Girl's Window (1969), tra le più celebrate della sua produzione, condensano questa tensione tra introspezione personale e memoria ancestrale, trasformando una semplice finestra in una soglia tra esperienza individuale e dimensione spirituale.

Per molti anni il riconoscimento istituzionale arrivò con lentezza. Pur esponendo con continuità fin dagli anni Sessanta, Saar vide consolidarsi la propria posizione nel canone internazionale soprattutto negli ultimi decenni della sua vita, quando grandi musei e studiosi iniziarono a riconoscere il ruolo decisivo della sua ricerca. Come osservò la storica dell'arte Carol S. Eliel, il ritardo della sua affermazione rifletteva anche una triplice marginalizzazione: quella di un'artista donna, afroamericana e attiva lontano dai principali centri del mercato dell'arte newyorkese. Oggi la sua eredità appare evidente ben oltre il contesto americano. Molte delle pratiche artistiche contemporanee che utilizzano archivi, oggetti trovati, memorie familiari e narrazioni diasporiche trovano infatti nella sua opera uno dei precedenti più influenti. Saar ha dimostrato che gli oggetti conservano tracce di vite, relazioni e violenze, e che proprio attraverso il loro riuso è possibile costruire nuove narrazioni storiche.

Fino agli ultimi anni continuò a lavorare nel suo studio di Los Angeles, animata da una convinzione che riassume efficacemente il senso della sua ricerca: «Gli oggetti antichi possiedono un potere particolare. Sono sopravvissuti e portano con sé la memoria del precedente proprietario. Hanno uno spirito». Con Betye Saar scompare una delle grandi protagoniste dell'arte del Novecento, ma resta una lezione che continua a interrogare il presente: trasformare la memoria in uno spazio di resistenza e gli oggetti dimenticati in strumenti di riscrittura della storia.

Angelica Kaufmann, 27 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

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