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Riccardo Deni
Leggi i suoi articoliÈ morta a 60 anni Christine Borland, artista scozzese che per quasi quarant’anni ha interrogato attraverso sculture, installazioni, video e processi di ricerca il rapporto tra il corpo umano e le istituzioni incaricate di osservarlo, classificarlo, curarlo e conservarlo. La notizia della scomparsa, avvenuta dopo una lunga malattia, è stata confermata dalla Patricia Fleming Gallery di Glasgow, che rappresentava l’artista. Con Borland scompare una delle figure più rigorose di quella generazione britannica emersa tra la fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta, ma anche un’autrice difficilmente riducibile alle categorie con cui quella stagione è stata abitualmente raccontata. Pur essendo stata associata al contesto degli Young British Artists e candidata al Turner Prize nel 1997, la sua ricerca rimase distante dalla spettacolarità, dalla provocazione immediata e dalla riconoscibilità mediatica che segnarono una parte dell’arte britannica del periodo. Al centro del suo lavoro non vi era l’immagine come evento, ma l’evidenza come problema.
Borland non utilizzava la scienza per conferire autorità all’opera e non trasformava la medicina in un repertorio iconografico. Studiava piuttosto i modi attraverso cui il sapere scientifico produce oggetti, identità e gerarchie. Un corpo non era mai soltanto un corpo: poteva diventare reperto, scheletro didattico, campione biologico, prova forense, materiale anatomico, documento d’archivio. Ogni passaggio implicava una trasformazione non solo fisica, ma politica e morale. Chi aveva avuto accesso a quel corpo? Chi lo aveva nominato? Quali informazioni erano state conservate e quali cancellate? Attraverso quali strutture coloniali, economiche o accademiche era giunto in un museo, in un laboratorio o in una facoltà di medicina? La ricerca di Borland cominciava spesso nel punto in cui il linguaggio specialistico sembrava aver già risolto queste domande.
L’opera che definì più chiaramente questo metodo fu «From Life», presentata al Tramway di Glasgow nel 1994. Per realizzarla Borland acquistò per corrispondenza uno scheletro umano femminile da un’azienda che forniva materiali destinati all’insegnamento medico. A partire da quell’acquisto coinvolse antropologi forensi ed esperti di ricostruzione facciale nel tentativo di restituire un’identità possibile alla persona ridotta a strumento didattico. Il processo condusse alla realizzazione di un ritratto in bronzo, ma soprattutto mise in discussione la catena di operazioni che aveva reso commercializzabili quei resti. Nel descrivere successivamente il progetto, l’artista sottolineò come la transazione fosse resa possibile da eredità coloniali che avevano trasformato i corpi, spesso provenienti da contesti vulnerabili e lontani, in materiali anonimi per la formazione scientifica occidentale.
«From Life» non era dunque un esercizio di ricostruzione né un tentativo sentimentale di restituire un volto a una persona sconosciuta. Era un’indagine sulla violenza invisibile delle procedure. La scienza forense, convocata apparentemente per identificare, rendeva ancora più evidente l’impossibilità di ricostruire pienamente una vita dopo che il sistema ne aveva eliminato il nome, la provenienza e la storia. L’opera mostrava come ogni prova sia anche il risultato di una perdita e come ogni archivio, prima di essere uno strumento di conoscenza, sia una selezione. Borland non negava l’autorità della scienza, ma ne esponeva le condizioni operative, le lacune e i residui.
Fu questa capacità di lavorare sul confine tra distruzione e ricomposizione a portarla nella rosa del Turner Prize del 1997, accanto ad Angela Bulloch, Cornelia Parker e Gillian Wearing, che vinse quell’edizione. La candidatura riconosceva una ricerca fondata sull’analisi dei processi scientifici, forensi e di polizia attraverso cui gli oggetti vengono distrutti, studiati e ricostituiti come prove. In alcune opere Borland aveva fatto sparare contro oggetti per produrre frammenti da classificare e riassemblare; in altre aveva collocato scheletri su ripiani di vetro cosparsi di polvere, per poi rimuoverli e lasciare soltanto l’impronta della loro assenza. Il corpo, o ciò che ne rimaneva, non veniva rappresentato direttamente. Appariva attraverso tracce, procedure e vuoti.
In questo senso il suo lavoro apparteneva pienamente agli anni Novanta, quando molti artisti iniziarono a rivolgersi agli archivi, ai sistemi museali e alle strutture istituzionali come luoghi di produzione del significato. Ma Borland vi introdusse una specificità decisiva: la vulnerabilità materiale del corpo umano. Se la critica istituzionale aveva spesso indagato il museo come apparato ideologico, lei ampliava il campo alla medicina, all’università, alla genetica e all’anatomia. Le istituzioni non si limitano a interpretare il corpo: lo sezionano, lo misurano, lo trasformano in dato e ne amministrano la memoria. L’artista interveniva dentro questi processi senza assumere la posizione esterna dell’accusa. Collaborava con medici, ricercatori, anatomisti, curatori e conservatori, accettando che la costruzione dell’opera fosse una negoziazione lunga e spesso contraddittoria.
La ricerca, per Borland, non era una fase preparatoria destinata a scomparire nell’oggetto finale. Era il lavoro stesso. In un’intervista del 2022 spiegava che ogni progetto comprendeva un periodo, formale o informale, nel quale poneva domande aperte, costruiva relazioni, riconosceva errori e accettava inversioni di percorso. Questa disponibilità a non sapere distingueva la sua pratica da molta arte genericamente definita interdisciplinare, nella quale la scienza viene talvolta impiegata come un linguaggio visivo già pronto. Borland non cercava conferme, ma attriti. Il laboratorio, l’archivio o il museo diventavano spazi nei quali la certezza scientifica incontrava l’ambiguità dell’immaginazione artistica.
Non a caso fu tra i fondatori del gruppo di ricerca Cultural Negotiation of Science alla Northumbria University, dove insegnò e sviluppò una pratica fondata sul confronto tra culture disciplinari differenti. Il suo lavoro non sosteneva che arte e scienza fossero equivalenti né che l’una potesse sostituire l’altra. Indagava piuttosto ciò che accade quando i loro protocolli entrano in contatto: quando un reperto scientifico viene osservato come immagine, quando un oggetto museale viene riattivato attraverso un gesto, quando il corpo donato alla medicina diventa anche materia di una ricerca artistica. La sua attività accademica e le collaborazioni con istituzioni mediche contribuirono a definire un modello nel quale la pratica artistica poteva produrre conoscenza senza rinunciare all’incertezza che le è propria.
Questa attenzione alle storie rimosse tornò con particolare forza nelle opere dedicate alla Prima guerra mondiale. Per «To the Power of Twelve», realizzata nel 2018 a Mount Stuart, Borland partì dalla storia dell’edificio, utilizzato come ospedale navale durante il conflitto, e da materiali legati alla cura delle ferite. Tra le opere figuravano più di quattrocento sfere di vetro soffiato e un paracadute militare di seta riempito di muschio di sfagno, materiale vegetale impiegato in passato per le sue proprietà assorbenti e antisettiche. Oggetti formalmente delicati rinviavano a corpi feriti, tecnologie di guerra e pratiche mediche d’emergenza. Anche qui la bellezza non cancellava la violenza, ma la rendeva percepibile attraverso la materia. È uno degli aspetti più complessi della sua opera. Borland lavorava con soggetti estremi senza produrre immagini sensazionalistiche. Scheletri, resti umani, traumi, sperimentazioni cliniche e strumenti medici entravano nelle sue installazioni attraverso forme spesso fragili, trasparenti o apparentemente silenziose. Il vetro, il gesso, la polvere, il tessuto e il bronzo non illustravano la morte, ma costruivano una distanza necessaria per osservarne le implicazioni. L’eleganza formale non aveva una funzione pacificatrice. Creava una tensione tra l’attrazione dell’oggetto e la difficoltà della storia che esso conteneva.
Borland apparteneva a una cultura artistica scozzese che negli anni Ottanta e Novanta aveva costruito a Glasgow un sistema autonomo di spazi, scuole e iniziative gestite dagli artisti. Dopo gli studi in Environmental Art alla Glasgow School of Art e il master conseguito nel 1988 all’Università dell’Ulster, fu membro del comitato di Transmission Gallery tra il 1989 e il 1991. La sua formazione avvenne dunque in un ambiente nel quale la pratica artistica era strettamente legata al contesto, alla collaborazione e alla costruzione di istituzioni alternative. Partecipò all’Aperto della Biennale di Venezia nel 1993 e sviluppò in seguito una carriera internazionale con quasi sessanta mostre personali e oltre duecento collettive ed eventi, mentre le sue opere entravano in collezioni come quella della Tate e del Migros Museum di Zurigo.
Il suo percorso consente anche di riconsiderare la narrazione dominante dell’arte britannica degli anni Novanta. Nello stesso periodo in cui il corpo veniva esposto, sezionato, conservato e spettacolarizzato da molti protagonisti della scena londinese, Borland ne studiava i dispositivi di amministrazione. La sua non era un’arte dello shock, ma dell’esame. Non mostrava il reperto per sfruttarne la potenza visiva; ricostruiva le condizioni che lo avevano trasformato in reperto. Se una parte della cultura YBA portava nel museo la brutalità del reale, Borland chiedeva chi avesse prodotto quella realtà, chi la custodisse e attraverso quali linguaggi essa diventasse conoscibile.
Riccardo Deni
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