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Elena Correggia
Leggi i suoi articoliNella tempesta di crisi geopolitiche, dazi incombenti, governi e valute traballanti, il mercato conosce una parola magica per approdare in un porto sicuro, dove avvicinarsi all’arte di qualità: Tefaf. La fiera, guidata dall’omonima fondazione, sinonimo di autorevolezza e ricerca di alto livello, torna negli spazi del Maastricht Exhibition&Conference Centre dal 14 al 19 marzo (con anteprima solo su invito il 12 e il 13). Ad animare gli stand dal taglio curatoriale saranno 276 fra mercanti e gallerie, provenienti da 24 Paesi e 5 continenti. Da sempre tappa obbligata per collezionisti, curatori museali, critici, istituzioni culturali e operatori del mercato, la kermesse negli ultimi anni ha unito tradizione e innovazione ampliando categorie merceologiche e geografiche che rispecchiano i cambiamenti in corso. Nata così come luogo d’incontro dei grandi nomi dell’arte antica e dell’antiquariato, dai dipinti alle sculture, dai mobili alle opere su carta, di recente ha dato spazio anche all’arte moderna, contemporanea e al design, senza dimenticare i gioelli e l’arte «esotica», come quella africana e oceanica. E per quanto riguarda le provenienze, saranno 26 le gallerie presenti per la prima volta, di cui alcune anche da Paesi lontani quali il Messico, il Giappone e gli Stati Uniti. Oltre alla sezione principale si conferma Focus che, attraverso il lavoro di ricerca delle gallerie, mette in dialogo artisti storici affermati a figure finora ingiustamente trascurate. Nell’ottica della promozione e del sostegno dei giovani mercanti più promettenti è riproposta Showcase, sezione ospitante 9 gallerie emergenti che nell’edizione 2026 vanno dall’arte rinascimentale e dai dipinti degli antichi maestri olandesi al minimalismo del XX secolo al design messicano contemporaneo.
Lunedì 16 marzo invece l’arte incontrerà la programmazione politica e culturale nel terzo Tefaf Summit, organizzato in collaborazione con la Commissione olandese per l’Unesco. Il titolo e tema «Oltre l’impatto economico, ripensare la cultura nelle politiche pubbliche» consente di esaminare il valore sociale dell’arte e le ricadute per le politiche destinate al benessere collettivo, con il coinvolgimento di oltre 30 esperti, accademici e consulenti internazionali anche provenienti dal settore artistico pubblico e privato. Il summit vedrà inoltre il lancio del rapporto della società Deloitte sull’impatto economico di Tefaf, che analizza il valore economico e sociale generato da questo evento per la Regione.
Si rinnova poi l’impegno di Tefaf a sostegno dei musei di tutto il mondo per lo studio e la conservazione di importanti opere d’arte grazie al Tefaf Museum Restoration Fund, il fondo destinato annualmente allo scopo. Questa volta il beneficiario sarà la Gemäldegalerie Alte Meister di Dresda, che potrà così finanziare il restauro di un dipinto monumentale di Peter Paul Rubens, «La caccia al cinghiale» del 1616-1618. Si tratta di un’opera che Rubens dipinse per sé, senza committenti, poi la vendette al duca di Buckingham e in seguito la tela entrò nella collezione imperiale di Praga prima che Federico Augusto II di Sassonia la acquistasse nel 1749. Dopo il restauro il capolavoro sarà fra i protagonisti della mostra permanente della Galleria di Dresda con il debutto nella mostra «Rubens a Dresda», che sarà inaugurata a giugno 2027 per l’anniversario dei 450 anni della nascita del pittore. Il forte legame fra Tefaf e le istituzioni museali è sancito anche dalla collaborazione con altre quattro realtà di prim’ordine che presenteranno a Maastricht una mostra tematica, ovvero la Kunsthaus di Zurigo, il Centraal Museum di Utrecht, il Prince Claus Fund e la Fondazione re Baldovino. Come sempre molto nutrita la presenza di gallerie italiane o di origine italiana fra cui Altomani&Sons, Benappi Fine Art, Berardi, Bottegantica, Buccellati, Burzio, Cardi, Caterina Tognon, Flavio Gianassi FG Fine Art, Galleria d’Arte Maggiore g.a.m., Porcini, Robilant+Voena, Trinity Fine Art, Walter Padovani.
Jean Cousin I, «La discesa della Pentecoste», galleria Caretto&Occhinegro
Alla qualità museale la fiera abbina l’emozione degli inediti e delle riscoperte che spesso i mercanti riservano per quest’occasione prestigiosa. È il caso di «La discesa della Pentecoste», proposta da Caretto&Occhinegro, monumentale tavola corale che rappresenta una fondamentale aggiunta all’esiguo catalogo di Jean Cousin I, il Vecchio, considerato il più importante rappresentante del pieno Rinascimento francese. L’opera fa parte di un ciclo commissionato per la Certosa di Vauvert, abbazia di Parigi distrutta durante la Rivoluzione francese. Del ciclo erano note finora solo altre tre tavole sopravvissute ma, a detta degli esperti, tutte inferiori per qualità, dimensioni e stato di conservazione rispetto al dipinto ora presentato. L’emulazione di modelli antichi, coniugando tradizione e innovazione, è l’affascinante filo rosso che collega idealmente molte opere che saranno proposte dall’antiquaria Alessandra Di Castro. Come il rilievo di gusto archeologico con la scimmia di marmo rosso antico della fine del XVIII secolo che rappresenta la copia di un’opera del II secolo d.C. appartenuta un tempo allo scultore Bertel Thorvaldsen. Il rilievo venne montato con materiali preziosi da Luigi Valadier, con l’abbinamento di marmi policromi ed elementi decorativi in bronzo dorato esprimendo la modernità con cui un geniale interprete del gusto del tardo Settecento ha rivisitato l’antichità greco-romana. È un lungo e prezioso viaggio nell’arte quello proposto da Matteo Salamon, dagli antichi maestri fino al Novecento. Spicca fra le testimonianze della Firenze degli ultimi decenni del Quattrocento una «Madonna col Bambino» del Maestro di San Miniato, che colpisce per la grazia e naturalità con cui celebra l’ingresso del sacro nello spazio quotidiano. L’elegante tavola, che sente l’influenza del contatto con Sandro Botticelli e Andrea del Verrocchio, appartenne in origine al finanziere Massimo Bondi e Bernard Berenson fu il primo a inserirla fra le opere del Maestro della tavola d’altare di San Miniato. L’insolita compresenza di san Giovanni fanciullo e Maria Maddalena, in un lavoro di chiaro intento devozionale, potrebbe alludere ai nomi della moglie e del figlio del committente dell’opera, per il quale il dipinto in questo caso doveva rappresentare una sorta di ex voto familiare alla Vergine. L’eccellenza della grande tradizione scultorea europea dal Seicento all’Ottocento, fra classicità e modernità, è il filo rosso che unisce le opere presenti allo stand di Brun Fine Art. Come il «Bacco» di Giuseppe Maria Mazza, che si ispira a modelli antichi e riprende la migliore tradizione pittorica bolognese, dai Carracci a Guido Reni, infondendo nella figura del giovane dio sensualità, vitalità, naturalezza, emozione. Un soggetto, questo, che fu al centro di una lunga ricerca perseguita durante tutta la carriera da parte dello scultore attraverso diverse opere destinate a collezionisti fra Bologna e Vienna.
Bassorilievo di gusto archeologico in marmo rosso antico, Roma, 1780 circa, Luigi Valadier. Courtesy of Alessandra Di Castro
Giuseppe Maria Mazza, «Bacco». Courtesy of Brun Fine Art
A gettare nuova luce sul pittore napoletano Giuseppe Bonito, noto come ritrattista alla corte dei Borboni di Napoli, è la galleria Canesso, che propone un suo vivace olio su tela di grande formato «Lo studio del pittore», datato intorno al 1738-40, che rivela l’abilità dell’artista anche nella pittura di genere. In origine la tela componeva un dittico con «Il riposo dei cacciatori», ora al Museo di Capodimonte, se ne sono poi perse le tracce ed è stata riscoperta in Francia dopo essere passata nella collezione Waddington. Specializzata in dipinti italiani dal XV al XVIII secolo, con una particolare attenzione all’ambito emiliano, la galleria Fondantico di Tiziana Sassoli propone fra gli altri un olio su tela di Gaetano Gandolfi, «La spedizione degli Argonauti», del 1780 circa. L’episodio mitologico è occasione per orchestrare una visione di forte impatto scenografico nell’impianto compositivo con punto di fuga spostato e ribassato, da cui traspare la bravura del pittore nel rendere il dinamismo e la concitazione emotiva dell’insieme.
Giuseppe Bonito, «Lo studio del pittore» (1738-40). Courtesy of Galerie Canesso
Gaetano Gandolfi, «La spedizione degli Argonauti» (1780 ca). Courtesy of Fondantico di Tiziana Sassoli
Un significativo dipinto futurista di Enrico Prampolini, esposto a Parigi alla mostra dei futuristi organizzata da Tommaso Marinetti e poi alla Biennale di Venezia del 1930 è ammirabile allo stand di Carlo Virgilio&Co. Si tratta di «Paysage féminin: Madame Boas (Paesaggio; Paesaggio femminile; Ritratto di Madame Boas)», del 1929, che appartiene alla svolta organica di Prampolini: una compenetrazione tra paesaggio e ritratto femminile, in questo caso di una nobildonna e scrittrice, protagonista della vita culturale parigina e committente dell’artista, in una metamorfosi continua di forme. L’incanto silenzioso dei paesaggi nordici è al centro di una «mostra nella mostra» allo stand di Antonacci Lapiccirella, che dedica una parte della sua esposizione ai pittori svedesi di inizio Novecento, sensibili alle nuove istanze del naturalismo e del simbolismo europeo. Fra loro si fa notare Oskar Bergman, con «Sera di febbraio», del 1910 circa, in cui la natura assoluta di un crepuscolo nordico si fa luogo dell’anima, occasione di contemplazione. Luce, colore e spazio diventano l’alfabeto ideale per riflettere condizioni dello spirito, trascendendo il dato fisico e richiamando un’armonia assoluta.
I maestri italiani del dopoguerra che hanno trasformato il linguaggio pittorico con una profonda riflessione sullo spazio e la materia sono protagonisti da Tornabuoni Art. Fra questi, Alighiero Boetti con un’importante «Mappa» del 1983 (3 milioni di euro circa la richiesta) interamente ricamata da artigiani afgani, connubio perfetto fra rigore concettuale, casualità e manualità. Tutta la lacerante bellezza e la potenza evocativa che Alberto Burri riesce a infondere nei materiali poveri trova invece piena espressione in «Sacco e Rosso» del 1956, composizione proposta da ML Fine Art (4,5 milioni la richiesta). L’opera, proveniente in origine dalla collezione dello storico dell’arte Cesare Brandi, vanta una ricca storia espositiva con presenze alla Biennale di Venezia del 1958 e alla Biennale di San Paolo del 1959. Da Galleria Continua l’artista belga Berlinde De Bruyckere presenta una delle teche del ciclo «Need», concepite come estensione della presentazione alla Basilica di San Giorgio Maggiore durante la Biennale di Venezia del 2024. Cera, vetro, specchi, legno, ferro, tessuti creano un teatro di intensa drammaticità, ispirato alle sculture di legno dei cori raffiguranti gli atti di penitenza di San Benedetto (260mila euro + tasse la richiesta per Need VI).
Alberto Burri, «Sacco e Rosso» (1956). Courtesy of ML Matteo Lampertico Fine Art
Enrico Prampolini, «Paysage féminin Madame Boas» (1929). Courtesy of Carlo Virgilio & C.
Oskar Bergman, «Sera di febbraio» (1910 circa). Courtesy of Antonacci Lapiccirella
Dan Flavin, «Untitled (To Caroline)», (1987). Courtesy of Osart Gallery
Lo spazio di Osart Gallery ruota intorno a un progetto espositivo che esplora le connessioni profonde e talvolta inaspettate fra i movimenti minimalisti e concettuali che si sono sviluppati fra Europa e Stati Uniti dagli anni ’60 in poi. Fra le opere spicca «Untitled (To Caroline)», installazione luminosa al neon di Dan Flavin del 1987, proveniente dalla Panza Collection (350mila euro+ Iva al 5% la richiesta). Per il primo anno a Tefaf la Galleria Rossella Colombari sceglie di allestire il suo stand in total white con pedane amaranto che rendono protagonisti alcuni rari pezzi di design italiano del Novecento. Come le tre tende futuriste disegnate dall’architetto Gino Levi Montalcini e realizzate a mano dalla manifattura Jesurum per la boutique torinese Borletti, oppure come il raffinato mobile a doppio corpo con vetrina di Carlo Zen, del 1902, sua personale interpretazione del Liberty italiano. Nella sezione dei gioielli VKD Jewels, specializzata in monili europei e americani, antichi e vintage, propone un set composto da una spilla e un paio di orecchini a clip in oro giallo, madreperla e cristallo di rocca firmati da Angela Cummings, del 1985 circa (28.500 euro). Fra gli altri pezzi da novanta che si potranno trovare in fiera spicca l’«Autoritratto accigliato» di Rembrandt, un’acquaforte proposta da Kunsthandlung Helmut H. Rumbler, uno dei quattro autoritratti così incisi nel 1630 dall’artista che unisce abilità tecnica e acuta analisi psicologica. La sontuosità delle porcellane della manifattura reale di Sèvres di metà XIX secolo è ben esemplificata dalla coppia di vasi da parete di Moïse Jacobber visibili da Steinitz gallery e donati nel 1845 dal re Luigi Filippo I al futuro viceré d’Egitto, Abbas Pascià.
Gino Levi Montalcini, «Tre tende futuriste» (1932-34). Courtesy of Galleria Rossella Colombari
Set con spilla e coppia di orecchini a clip di Angela Cummings, 1985. Courtesy of galleria VKD Jewels
Eugène Delacroix, «A tiger preparing to pounce». Courtesy of Stephen Ongpin Fine Art
Vaso per l’acqua in ceramica di Ladi Kwali. Courtesy of Tafeta
Allo stand della galleria Nicolas Fournery si potrà vedere una grande ciotola in porcellana cinese ideata alla fine del XVIII secolo per la clientela occidentale e realizzata con delicati smalti Famille Rose e dorature. Uno stile ancora in evoluzione caratterizza invece l’olio su tela firmato da Paul Gauguin, «Mazzi di fiori e ceramica su una cassettiera», datato 1886, appartenuto a importanti collezioni americane ed europee e proposto da Larkin Erdmann. Specializzato in disegni e opere su carta Stephen Ongpin presenta fra gli altri un suggestivo pastello di Eugène Delacroix, «A tiger preparing to pounce», appartenuto al collezionista e critico d’arte Philippe Burty. Nella fierezza della tigre, colta nella postura che precede lo scatto felino, il lavoro testimonia la passione e l’efficacia dell’artista nel ritrarre gli animali selvatici (circa un milione di euro la richiesta). Un libro, trasformato in vera e propria opera d’arte, grazie alla rilegatura con pietre preziose di Sangorski&Sutcliffe per la prima versione di The Poems of Willam Shakespeare nell’edizione Kelmscott (1893) è quanto si può ammirare da Peter Harrington. La decorazione della ricca copertina presenta versi poetici scritti in oro e la lavorazione della pelle è arricchita da madreperla, ametiste, opali, citrini e altre pietre dure con un effetto gioiello. Nell’ambito della scultura si passa da una stele funeraria attica finemente scolpita in marmo e raffigurante una giovane donna di profilo, Medea, in una cornice architettonica (del 375-350 a.C. circa da David Aaron), per arrivare una composizione in alabastro di piccole dimensioni di Barbara Hepworth, «Two Rotating Forms II» del 1966 (da Piano Nobile). Nello stand di Lebreton non manca invece un’interessante sperimentazione di Roberto Matta, un’anfora in terracotta policroma smaltata che riporta alla tridimensionalità il suo linguaggio surrealista, fondendolo con i richiami alla mitologia e al repertorio visivo etrusco. Una particolare attenzione sarà inoltre dedicata quest’anno alla fotografia storica e contemporanea. Dalla galleria Thomas Schulte sarà esposta una delle fotografie floreali di Robert Mapplethorpe, «Tulipano pappagallo», del 1988, in cui il forte contrasto di luci e il nero monocromatico dello sfondo mettono in risalto la bellezza delicata e sottilmente erotica della composizione. Infine, Tafeta presenta i vasi per l’acqua di Ladi Kwali, ceramista nigeriana esposta nella mostra in corso sul Modernismo nigeriano alla Tate Modern, che unisce antiche tecniche incisorie Gbari a una smaltatura innovativa.
«Medea», stele funeraria, 375-350 a.C. Courtesy of David Aaron
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