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Esterno di Design Miami Seoul 2026, Design Lab 1F, Dongdaemun Design Plaza (DDP)

Photo: Ilda Kim

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Esterno di Design Miami Seoul 2026, Design Lab 1F, Dongdaemun Design Plaza (DDP)

Photo: Ilda Kim

A Seul il design entra in risonanza

Tra hanok, artigianato, fabbricazione digitale e grandi brand, la seconda edizione della fiera guarda alla scena coreana come nuovo centro del design globale

Lavinia Trivulzio

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A Seul, la settimana di Frieze comincia anche al di fuori dei padiglioni dell’arte. Questa mattina, al primo piano del Design Lab del Dongdaemun Design Plaza, Design Miami Seoul apre al pubblico la sua seconda edizione. Fino al 6 settembre, il futuristico edificio progettato da Zaha Hadid diventa così il punto d’incontro per gallerie internazionali, designer coreani, collezionisti e brand. La fiera coincide con la Seoul Art Week e con Frieze Seoul, contribuendo a fare della città, per alcuni giorni, uno dei principali luoghi di incontro del mercato internazionale dell’arte e del design.

Rispetto alla prima edizione, nel 2025, il progetto è cresciuto. Allora Design Miami aveva portato a Seoul il format In Situ, concentrato sul design coreano e regionale; quest’anno, sotto la direzione curatoriale di Hyeyoung Cho, alla sezione In Situ si aggiungono per la prima volta un Gallery Program internazionale, nuove partnership e un programma di incontri.

Il titolo dell’edizione è Resonance, una parola che ritorna negli stand, nei testi e nelle conversazioni della giornata, ma che trova la sua forma più immediata negli oggetti. L’idea è quella di un design capace di trasmettere memoria, conoscenza ed emozione attraverso il tempo e lo spazio. Più concretamente, la fiera mette a confronto una scena coreana sempre più osservata dai collezionisti internazionali con gallerie che arrivano a Seul portando con sé artisti e linguaggi differenti. Uno dei primi stand a catturare l’attenzione è quello di Charles Burnand Gallery. La presentazione, «Material Echoes», riunisce opere accomunate da una forte presenza della materia. Tra queste, «Primitive Excavations» di Jan Waterston: bronzi e pietre dalle superfici scabre, quasi archeologiche, che sembrano appena estratte dal terreno. Il lavoro arriva nella capitale sudcoreana dopo il riconoscimento ottenuto dalla galleria a Design Miami Miami Beach nel 2025 e in una settimana particolarmente importante per Charles Burnand, che partecipa anche a Frieze Seoul.

Poco distante, SIDE GALLERY presenta «Seoul Signs – Itaewon» di Gyuhan Lee. L’opera prende il linguaggio delle insegne commerciali della città e lo trasforma in una scultura luminosa. È uno di quei lavori che inevitabilmente attirano i telefoni dei visitatori: l’oggetto funziona nello spazio della fiera, ma allo stesso tempo sembra appartenere alla strada, alla Seul notturna fatta di neon, negozi, caratteri e colori. Attorno al lavoro di Lee, la galleria costruisce una selezione di designer contemporanei sudcoreani e giapponesi.

Nella sezione dedicata ai designer coreani emerge con maggiore chiarezza uno dei fili conduttori della fiera: il rapporto con l’architettura e con l’artigianato tradizionale. Diversi lavori guardano all’hanok, la casa coreana tradizionale per trasformarne alcuni elementi in oggetti contemporanei. Jungmo Kwon, per esempio, lavora sulla finestra dell’hanok con «el Techo», realizzata attraverso hanji, noce, ottone e LED. Hwan Tae Kim parte invece da un elemento ornamentale del tetto per costruire la «Chimi Chair», una sedia essenziale nella quale il riferimento architettonico è quasi nascosto. Nel programma partner, Teo Yang Studio torna sul tema della casa coreana da una prospettiva più ampia.

 

La presentazione di Teo Yang Studio a Design Miami Seoul 2026. Photo: Ilda Kim

Visti insieme, i lavori suggeriscono una continuità tra architettura e design domestico. La stessa dialettica tra passato e presente si ritrova nei lavori in cui il processo produttivo diventa parte dell’opera. «After Image Series – Jang (No. 2) »di Hyunhee Kim combina alluminio e acrilico attraverso tecniche di fabbricazione digitale, rielaborando linguaggi materici associati alla tradizione coreana. LEJE, con «ME-IN», parte invece da una base stampata in 3D che viene completata manualmente con intarsi in madreperla e lacca naturale (per realizzare un singolo pezzo sono necessarie più di 300 ore di lavoro).

È un dato che, in un contesto come quello di Seoul, assume un peso particolare. Qui la tecnologia non appare come alternativa all’artigianato ma come uno dei suoi possibili strumenti. La stampa 3D può essere il punto di partenza per un oggetto che richiede poi centinaia di ore di lavoro manuale; il digitale diventa così parte di una pratica che conserva una componente fortemente fisica. A rafforzare questa impressione contribuisce la presenza dei cinque finalisti coreani del LOEWE Foundation Craft Prize - Coco Sung, Jieun Park, Jongin Lee, Somyeong Lee e Soohyun Cho - inseriti nella programmazione della fiera. La loro presenza porta nel contesto commerciale di Design Miami una parte di quella nuova scena artigianale coreana che negli ultimi anni ha attirato l’attenzione internazionale. 

La fiera dedica una parte importante anche alla confronto. Giovedì 3 settembre il programma Resonance: Design in Dialogue, sostenuto da LIVINGSENSE, riunirà designer, curatori e operatori del settore per discutere il mercato del collectible design, i nuovi linguaggi della creatività e il rapporto tra design e tecnologia. Tra i partecipanti figurano Jen Roberts, Jesse Lee e Yuki Nara.

Fuori dagli stand, intanto, i brand occupano una parte sempre più visibile della manifestazione. Samsung e Alloso, in qualità di lead partner, insieme a Dansk, Teo Yang Studio, LIVINGSENSE, Ayantu, Loewe Foundation e Range Rover, costruiscono una costellazione nella quale il design entra in contatto con tecnologia, moda, artigianato e industria.

L’intervento di Samsung è particolarmente emblematico: artisti coreani e cornici custom progettate per il suo OLED TV S95H trasformano lo schermo da dispositivo tecnologico in superficie espositiva. È una delle installazioni che più facilmente si presta alla circolazione sui social: uno schermo concepito non soltanto come dispositivo elettronico, ma come superficie per l’immagine e come oggetto all’interno di uno spazio domestico. Intorno agli stand si costruisce così un ecosistema nel quale convivono gallerie, marchi tecnologici, fondazioni, piattaforme digitali e istituzioni culturali. Una selezione delle opere presentate nel Gallery Program sarà inoltre disponibile su Basic.Space, prolungando la vita commerciale della fiera oltre i sei giorni dell’appuntamento fisico.

Mentre l’arte contemporanea occupa in questi giorni gran parte dell’attenzione internazionale della città, al DDP il design propone un’altra misura della cultura materiale: quella dell’oggetto che deve essere guardato ma anche usato, collezionato ma anche abitato e prodotto attraverso la tecnologia ma ancora capace di mostrare il «tempo della mano».

 

Lavinia Trivulzio, 01 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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