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Lavinia Trivulzio
Leggi i suoi articoliSeicentoventisei segni incisi su una porta monumentale possono trasformarsi in un archivio economico. È quanto emerge dallo studio condotto dall’archeologa Anna Urszula Kordas dell’Università di Varsavia sulla Porta di Tauchira a Tolomeide, l’antica città greca della Cirenaica, nell’attuale Libia. Lettere, abbreviazioni e monogrammi rimasti sulle pietre per oltre duemila anni sembrano infatti conservare informazioni sull’organizzazione del cantiere, sulle squadre impegnate nella costruzione, sulla distribuzione delle responsabilità e sui sistemi utilizzati per contabilizzare il lavoro. In alcuni casi potrebbero persino registrare l’intervento dei finanziatori privati che contribuirono alla realizzazione dell’opera.
La Porta di Tauchira costituisce una delle parti meglio conservate del sistema difensivo di Tolomeide. Due grandi torri affiancano il passaggio centrale e conservano sulle loro superfici una quantità eccezionale di incisioni. Kordas ne ha censite 626, riconducibili a 27 differenti tipologie: semplici lettere dell’alfabeto greco, combinazioni di lettere, abbreviazioni e monogrammi più complessi. Il punto decisivo della ricerca riguarda però la loro distribuzione. I segni non compaiono casualmente e le differenze nella loro esecuzione sembrano corrispondere a momenti distinti del processo costruttivo.
Sui blocchi rimasti incompiuti si trovano infatti incisioni grandi e relativamente rozze, talvolta disposte lateralmente o capovolte. La loro posizione suggerisce che fossero state realizzate prima della posa delle pietre, forse durante l’estrazione in cava, il trasporto o una prima fase di contabilizzazione del materiale. Sulle superfici esterne finite della porta, al contrario, i simboli sono accuratamente incisi al centro dei blocchi e sempre orientati verticalmente. Sarebbero quindi stati realizzati quando le pietre erano già collocate nella muratura e la loro lavorazione superficiale era conclusa. È proprio questa seconda categoria a rendere eccezionale il caso di Tolomeide. Nel mondo greco i marchi di cava e di costruzione erano tutt’altro che insoliti, ma generalmente venivano cancellati o resi invisibili dalle successive fasi di finitura. Alla Porta di Tauchira furono invece deliberatamente lasciati in vista. Secondo la ricerca, non sarebbero dunque semplici tracce residuali del processo edilizio, ma elementi destinati a essere riconoscibili anche dopo il completamento dell’opera.
La porta può essere letta, in questa prospettiva, come una sorta di registro di cantiere scolpito nella pietra. Associando un determinato simbolo ai blocchi lavorati, i responsabili avrebbero potuto identificare la squadra o l’officina che li aveva prodotti, calcolare le quantità realizzate, stabilire i compensi e attribuire eventuali responsabilità sulla qualità dell'esecuzione. La ripetizione sistematica dei marchi suggerisce che una parte consistente dei blocchi rifiniti potesse essere originariamente contrassegnata.
Lo studio permette di distinguere almeno sette squadre di lavoro, identificate attraverso lettere greche, mentre altri quattordici monogrammi potrebbero corrispondere ad artigiani, appaltatori o officine. Particolarmente significativo è il simbolo indicato come AP/E, che ricorre 92 volte sulla torre settentrionale. Una presenza così frequente rende meno plausibile l'identificazione con un singolo scalpellino e apre alla possibilità che il marchio indicasse un laboratorio, un appaltatore o il responsabile di una parte consistente dei lavori.
Alcune pietre presentano inoltre due marchi differenti. Anche questo dettaglio restituisce la complessità del processo edilizio: lo stesso blocco potrebbe essere passato attraverso officine diverse oppure essere stato lavorato da specialisti incaricati di differenti fasi. La provenienza del materiale sembra invece strettamente locale. Il calcare sarebbe stato estratto da una cava situata a meno di mezzo chilometro dalla porta, trasportato in forma ancora relativamente grezza e rifinito dopo la posa. Dietro la monumentalità delle fortificazioni emerge così una filiera organizzata di estrazione, movimentazione, lavorazione e controllo. La parte più interessante dell'interpretazione riguarda tuttavia i monogrammi più elaborati. Kordas ipotizza che alcuni potessero identificare proprietari di officine o cittadini facoltosi coinvolti nel finanziamento dell'opera. Nelle città greche il contributo economico dei privati ai progetti collettivi costituiva una componente importante della vita civica. Attraverso forme di contribuzione volontaria come l’epidosis, individui appartenenti alle fasce più ricche della comunità potevano mettere a disposizione denaro, materiali o manodopera per fortificazioni e altre opere pubbliche. Se questa lettura verrà confermata, la permanenza visibile dei monogrammi acquisterebbe un significato ulteriore. Il marchio avrebbe svolto una funzione contabile e insieme pubblica: registrare il contributo economico significava rendere riconoscibile chi aveva partecipato alla costruzione della città. La fortificazione diventava così anche uno spazio di rappresentazione del prestigio e della responsabilità civica delle élite.
Lavinia Trivulzio
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