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Cecilia Paccagnella
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Per la seconda volta nella storia di «The New Yorker» la cover di un numero, in questo caso della prima settimana di settembre, è occupata da una fotografia. Lo strappo alla regola è (se vogliamo) legittimato dal primo grosso traguardo della rivista americana: il centesimo anniversario.
Nato nel 1925 per volontà dei giornalisti Harold Ross e Jane Grant, il settimanale uscì sin dall’inizio con «copertine d’autore», contraddistinte da illustrazioni con una grafica semplice e immediata (tra gli artisti, ricordiamo Art Spiegelman, Charles Addams, David Hockney e, più recentemente, Amy Sherald, Ndr). Protagonista del primo numero (21 febbraio 1925) fu un giovane con cappello a cilindro intento ad osservare una farfalla attraverso un monocolo: uscito dalla penna dell’allora direttore artistico Rea Irvin, il celebre dandy stilizzato è diventato il logo del periodico e, ogni anno, ne viene commissionata una nuova interpretazione per celebrare l’anniversario.
Il 10 febbraio, la rivista ha condiviso sui propri canali social le sei copertine realizzate per il centenario: l’originale di Irvin, la sua rilettura in chiave robotica di Kerry James Marshall, un’illusione ottica che unisce un volto a un’ala di farfalla di Diana Ejaita, una testa di rana di Anita Kunz, una figura stilizzata sui toni del giallo di Javier Mariscal e una donna con la pelle rossa e una lunga treccia nera di Camila Rosa.
A distanza di sette mesi, arriva un nuovo annuncio: «La nostra celebrazione del centenario di “The New Yorker” continua con un nuovo numero speciale, dedicato all’industria culturale. […] Il numero presenta “Being Eustace”, di Cindy Sherman. Questa è solo la seconda volta nella storia della rivista che una fotografia appare in copertina; la prima è stata quella di William Wegman per il numero del 75mo anniversario, nel 2000».
L’immagine ritrae la fotografa statunitense (1954) di profilo su uno sfondo floreale, con un cappello piumato in testa, una giacca sportiva a righe sopra una camicia bianca abbottonata e, naturalmente, un naso finto preso dalla sua vasta collezione. Al dito un anello con una farfalla e, al posto del monocolo di Tilley, uno specchio a mano: questa è la prima occasione in cui il personaggio si guarda, riflesso.
«È stata una vera sfida. Ci sono state così tante variazioni su Eustace che pensavo sarebbe stato più facile, ma in realtà è stato più difficile trovare la mia, ha raccontato Sherman a Françoise Mouly di «The New Yorker». Ero pronta a mollare, ma una volta trovati la giacca, il cappello, il naso e il mio anello a farfalla di Clarissa Bronfman, tutto è andato al suo posto».
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