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Un frame di National Gallery (2014)

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Un frame di National Gallery (2014)

170 ore dentro la National Gallery. Addio al regista Frederick Wiseman, instancabile testimone della nostra epoca

L’imprescindibile lascito del regista, indagatore dell’esperienza umana in qualsiasi sua manifestazione, si può riassumere in queste due parole: pazienza e rispetto.

Matteo Cocci

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Quella di Frederick Wiseman, celebre documentarista nato a Boston e scomparso lo scorso 16 febbraio all’età di 96 anni, è una parabola quasi universale, cominciata nel 1967 con Titicut Follies – incentrato sulla vita dei detenuti del Bridgewater State Hospital for the Criminally Insane in Massachusetts – e conclusasi con Menus-Plaisirs – Les Troisgros (2023), dedicato alla storia di un ristorante da 3 stelle Michelin situato nei pressi di Lione. Nel mezzo, più di 40 documentari – tutti contraddistinti da uno sguardo smisuratamente curioso e aperto, oltre che da uno stile sobrio e un approccio narrativo quasi “invisibile”, che lascia quanto più spazio possibile alla realtà che intende raccontare – e due premi come il Leone d’Oro e l’Oscar, entrambi alla carriera, a testimoniare il formidabile percorso di un gigante del cinema statunitense.

A fare da sfondo ai film di Wiseman – regista, produttore, montatore e autore del suono di tutti i suoi film – sono spesso state istituzioni pubbliche: da un liceo della Pennsylvania al dipartimento di polizia di Kansas City; dal Metropolitan Hospital Centre di New York a un carcere minorile a Memphis, Tennessee; da un centro di confezionamento per la carne in Colorado fino alla New York Public Library. Nel 2014 l’attenzione del regista cade sulla National Gallery di Londra dopo che, trent’anni prima, il progetto di un film su un altro tempio dell’arte come il Metropolitan Museum of Art era naufragato a seguito della richiesta del museo di essere ricompensato a fronte della concessione di effettuare riprese fra le sue mura.

Difficile stabilire quali siano le intenzioni di un maestro come Wiseman nell’approcciarsi a un luogo di tale importanza. La totale assenza di giudizio con cui la cinepresa si avvicina sia ai capolavori di van Eyck, Tiziano, Rubens, Veronese, Cima da Conegliano, van Gogh e molti altri – il film dura oltre 3 ore, a fronte di 170 ore di riprese realizzate nell’arco di 3 mesi – che ai flussi di visitatori, alle visite guidate, alle riunioni tra responsabile marketing e direttore del museo, potrebbe suggerire il semplice desiderio di catturare l’essenza di un luogo così iconico così come la volontà di mettere in evidenza i limiti di un’istituzione per molti versi auto-referenziale, o ancora la necessità di riflettere sul concetto stesso di sguardo e di come esso si trasformi attraverso il dialogo che si instaura con le opere e con ciò che le circonda. Tutto questo e forse molto altro ancora.

La forma documentaria e la neutralità applicata dal regista di Boston ai temi da lui trattati non escludono forti elementi di drammaticità: se durante le riprese la priorità assoluta è quella di raccogliere una quantità di materiale quanto più ampia ed esaustiva possibile, lasciandosi guidare dal naturale svolgersi degli eventi e senza precludersi alcuno sviluppo narrativo, è durante il montaggio che Wiseman “scrive” i propri lungometraggi, enfatizzando determinati aspetti e plasmando uno storytelling di straordinaria solidità. Come scrive sulle pagine de il manifesto Luca Mosso, critico cinematografico e direttore di Filmmaker Festival – primo festival in Italia a dedicare nel 2000 una retrospettiva all’opera di Wiseman –, “...si tratta del risultato ripetibile di un metodo che necessita solo di pazienza e rispetto [...]. D’altra parte la profondità del cinema di Wiseman e la sua varietà di sfumature, di volta in volta serie, ironiche o patetiche, è irriducibile”.

L’imprescindibile lascito del regista, indagatore dell’esperienza umana in qualsiasi sua manifestazione, si può quindi forse riassumere proprio in queste due parole: pazienza e rispetto.

Matteo Cocci, 22 febbraio 2026 | © Riproduzione riservata

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