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Una scena di Providence and the Guitar (2026)

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Una scena di Providence and the Guitar (2026)

Providence and the Guitar. L’intervista al regista Joâo Nicolau

Il film d’apertura dell’International Film Festival Rotterdam è un surreale racconto d’amore e potere

Matteo Cocci

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Non era affatto scontato che l’ultimo film di João Nicolau, “Providence and the Guitar” (2026), inaugurasse la cinquantacinquesima edizione dell’International Film Festival Rotterdam, manifestazione cinematografica fra le più prestigiose in Europa e nel mondo. 

La storia gravita intorno a due artisti itineranti, Leon (Pedro Inês) ed Elvira (Clara Riedenstein). Ostacolati da poliziotti lunatici, artisti rivali e impertinenti presenze demoniache, i protagonisti dovranno trovare la forza per continuare a credere nella propria arte. Ambientato per la maggior parte in un passato indefinito (forse il XIX secolo) – a cui sono alternate scene dall’ambientazione contemporanea in cui gli stessi personaggi si incontrano e relazionano secondo dinamiche analoghe ai loro corrispettivi “antichi” –, il film di Nicolau sfrutta la musica giocosa che lo accompagna e la dolcezza della lingua portoghese in cui è scritto per condurre lo spettatore nel cuore di una vicenda surreale abitata da personaggi che, dietro i propri comportamenti eccentrici e strampalati, nascondono una forza silenziosa e quasi sconcertante nella sua semplicità: la felicità nell’amarsi reciprocamente e nell’assecondare, nonostante tutto, la propria vocazione.

Abbiamo rivolto qualche domanda al regista e ai due attori protagonisti, Clara Riedenstein e Pedro Inês.

Partiamo dal racconto di Robert Louis Stevenson che ha ispirato il film. Come lo ha individuato e quanto è stato difficile riproporlo con la sua cifra stilistica, anche considerando che il budget del film è stato inferiore a quanto sperato? 
João Nicolau: È stata la mia co-sceneggiatrice, Mariana Ricardo, a sottopormi il racconto di Stevenson mentre stavamo scrivendo il mio film precedente, Technoboss, perché aveva immaginato che tra i protagonisti di queste due storie potessero esserci dei punti di contatto. Quando l’ho letto, mi sono subito reso conto che avrebbe meritato un film tutto suo. Ad affascinarmi è stata la straordinaria ricchezza di dettagli con cui Stevenson tratteggia il profilo del suo protagonista, Leon, a cui viene dedicato molto più spazio che alla sua controparte, Elvira, personaggio che nel film è invece molto sviluppato. Inoltre le immagini evocate dalle parole di Stevenson erano così vivide e fluide che è stato facile per me immergermi completamente nella narrazione.

L’unico mio dubbio derivava dal fatto che per la prima volta avrei realizzato un film basato su una storia scritta da qualcun altro, ma ho presto realizzato che l’intreccio di Stevenson sarebbe stato solo un punto di partenza: basti pensare alla prima “scena” del racconto, una manciata di pagine che nel film corrispondono a una sequenza di più di mezz’ora. Un’ulteriore sfida è stata realizzare il film in costume, ambientandolo in un passato imprecisato, ma ho immaginato che in qualche modo avremmo saputo adattarlo a una realtà come quella del cinema indipendente portoghese. Per la prima volta infatti non ho potuto beneficiare di una co-produzione internazionale: questa limitazione ci ha costretto a girare un film di due ore in 30 giorni, un tempo davvero breve. Risorse economiche maggiori ci avrebbero concesso di lavorare con più calma, credo di essermi fermato per un solo giorno durante le riprese. 

In generale non amo il concetto di efficienza, soprattutto se applicato al mondo dell’arte. Penso che dovremmo avere tutti diritto a dubitare, a fare esperimenti, in ultima analisi a scavare più a fondo dentro di noi. Per sopperire alla mancanza di tempo abbiamo provato ripetutamente le scene con gli attori prima che iniziassero le riprese. Ci siamo comunque posti un limite produttivo, al di sotto di determinate condizioni economiche non avremmo realizzato il film, è questione di dignità.

A farla innamorare del racconto di Stevenson è stata la sua traduzione portoghese... Quanto del grande lavoro svolto sulla lingua parlata dai personaggi, il portoghese, ritiene che si perda a fronte di un pubblico internazionale? Avevate considerato di girare il film in altre lingue, magari impiegando location non portoghesi?
João Nicolau: Sono molto felice di vedere che qui, sugli schermi di Rotterdam, in qualche modo la ricchezza e la musicalità del testo vengano apprezzate dal pubblico internazionale con cui il film riesce a comunicare. Certamente, in base alla lingua in cui verrà tradotto, Providence and the guitar verrà percepito in modi diversi, è inevitabile.

Per quanto riguarda le location, non avrei avuto problemi a girare in un altro paese europeo, come il Belgio, la Francia o l’Italia. Il fatto di aver scritto i dialoghi in portoghese mi ha dato grande piacere. In realtà avevamo considerato, per ragioni produttive, di realizzare il film in francese, ma non è stato necessario e ho preferito il portoghese.

Clara Riedenstein: Rispetto agli altri di João, Providence and the guitar è verboso, si basa molto sui dialoghi. In sala ho notato che il pubblico faceva una specie di maratona: leggeva tutto il testo e poi tornava allo schermo, come un ping-pong. A volte le battute venivano lette prima ancora che gli attori avessero finito di recitarle, e quindi si perdeva un po’ l’umorismo, certe sfumature... questo succede in tutti i film, ma in questo in particolare, proprio perché ci sono così tante sfumature linguistiche, certe nuance possono sfuggire. Va però detto che in una lingua non conta solo il significato ma anche il suono e quello, fortunatamente, è universale.

Mi ha colpito il fatto che, quando parlava delle scene ambientate nel presente, le ha definite “flashback”. Inoltre, le azioni compiute nel presente hanno una ricaduta sul passato...quale è la sua concezione del tempo in questo film? Si può dire che proceda in modo circolare, oppure al contrario? 
João Nicolau: A volte ho la sensazione che il cinema navighi ai confini del tempo... nel caso di questo film, direi che il tempo procede in due direzioni opposte...

Pedro Inês: È come se la linea dei personaggi si muovesse in una direzione, e l’ambiente circostante in quella opposta. Se ci fai caso, gli attori, nelle scene ambientate nel passato, paradossalmente appaiono più vecchi.

Clara Riedenstein: Le interpretazioni della temporalità possono essere diverse. Se sei ancorato alla cronologia tradizionale, puoi leggere la storia sotto una lente fantascientifica: a seguito di un’apocalisse nucleare, non c’è più tecnologia, si vive nuovamente come nel XIX secolo. Dal mio punto di vista le storie sono senza tempo, quindi il punto non è tanto l’andamento cronologico della narrazione quanto il tempo in sé. 

Potrebbe anche trattarsi di realtà parallele...
João Nicolau: È possibile, nessuna di queste opzioni viene preclusa. L’idea è che ognuno possa entrare nel film interpretandolo come meglio crede.

Pedro Inês: Ovviamente ci siamo posti queste domande anche noi, durante le prove, e l’abbiamo chiesto al regista...che non ha mai risposto. 

Nel film Elvira dice che il vero talento di suo marito, più che il canto o la recitazione, è quello di avere gusto. Quanto è importante “avere gusto” per una regista cinematografico?

João Nicolau: Credo che non si possa separare l’estetica dall’etica: per me l’estetica arriva in un secondo momento. Dopo John From, il mio secondo lungometraggio, ho deciso che non avrei mai più lavorato con attori o attrici, professionisti o meno, che non si dimostrassero totalmente dedicati a un determinato progetto, è un punto su cui ho smesso di transigere.

Aggiungo che, guardando i miei film da un punto di vista formale, si può concludere che prediligo inquadrature molto larghe e che non lavoro con la profondità di campo, perché penso che sia il linguaggio ‘capitalista’ del cinema. Voglio che lo spettatore sia libero di guardare quello che vuole sullo schermo, senza forzarlo a focalizzarsi su un determinato piano, come spesso avviene con la messa a fuoco e le prospettive. 

Nel suo film la dimensione passata e presente presentano aspetti contrastanti: il passato assomiglia a una fiaba, ha un’atmosfera romantica, mentre il presente è più realistico, le relazioni tra i protagonisti sono più tese. C’è un motivo dietro questa antinomia?

João Nicolau: Per quanto riguarda le scene ambientate nel passato, sin dalla prima sequenza si intuisce che i due protagonisti sono totalmente innamorati l’uno dell’altra. E quella relazione, quel modo di vivere il rapporto, guida tutto quel segmento del film. Possono attraversare momenti duri ma il profondo amore l’uno per l’altra non è mai messo in discussione. Ed è questo che rende anche questi personaggi così unici: non sono a loro agio, ma sono felici. La loro unione li rende forti, tanto da spaventare chi li circonda, in particolare chi detiene il potere, che si rende conto di non poterli dominare.

La parte del film che fa riferimento al presente mi ha permesso di approfondire degli aspetti dei protagonisti che non avrei potuto sviscerare se non in contesto più moderno. Non saprei spiegare ulteriormente la connotazione con cui ho messo in scena la contemporaneità, fa semplicemente parte del modo in cui guardo il mondo di oggi.

Un’ultima domanda riguarda il personaggio interpretato da Salvador Sobral. Perché ha deciso di affidare un ruolo come quello dell’aspirante banchiere, così lontano da qualsiasi dimensione artistica, a un cantante come Sobral?

João Nicolau: Il personaggio di Stubbs permette di porre a confronto il desiderio di accumulare denaro con un modello alternativo di vita, quello degli artisti itineranti, che mettono la propria passione davanti a tutto: in fondo è questa l’essenza del film, mostrare che esiste un’altra via. 

Per quanto riguarda Salvador, lo conoscevo e sapevo che gli sarebbe piaciuto provare a recitare. Sono stato convinto dalla sua etica: ha lavorato moltissimo in vista dei casting con cui sono stati selezionati gli attori, e per me questo era fondamentale. Musica e cinema sono le arti che lavorano con il tempo: non è la prima volta che lavoro con musicisti, penso che abbiano un innato senso della durata, del tempo, del ritmo, e anche della voce come ‘materia’, non solo come veicolo di significato. Salvador è una persona in continuo movimento: fargli vestire i panni di un inglese rigido, sempre educato e corretto, è stata una sfida che gli ho lanciato e che lui ha accettato.

Una scena di Providence and the Guitar (2026)

L'attore Pedro Inês, il regista Joâo Nicolau e l'attrice Clara Riedestein sul set del film

Matteo Cocci, 06 febbraio 2026 | © Riproduzione riservata

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