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Jenny Dogliani
Leggi i suoi articoliA oltre cinquant’anni dalla nascita, Arte Fiera attraversa una fase di ridefinizione profonda. In un mercato globalizzato, segnato dalla proliferazione di fiere, da nuovi equilibri geopolitici e da un collezionismo sempre più mobile, la storica manifestazione bolognese ha scelto di riaffermare con decisione la propria identità, puntando sull’arte italiana moderna e contemporanea e su un rapporto diretto con il territorio e il suo pubblico. Ne parla Enea Righi, grande collezionista di arte moderna e contemporanea e direttore operativo di Arte Fiera.
Quando Arte Fiera nasce, negli anni Settanta, è uno strumento di costruzione del mercato. Oggi si muove invece in un sistema strutturato, in Italia e all’estero. Com’è cambiato il suo ruolo: è ancora un luogo dove si genera valore o dove lo si redistribuisce?
Arte Fiera è nata in un momento in cui il mercato non esisteva o era appena in formazione. Negli anni Settanta e Ottanta è stata un vero trampolino di lancio: per i galleristi, per i collezionisti, per un intero sistema. Nel 2024 abbiamo celebrato i cinquant’anni dalla nascita, ma in realtà l’attività effettiva era di quarantasette edizioni, perché ci fu un’interruzione di due anni. Nel 2027 celebreremo il 50mo anniversario di attività. Questo traguardo non è solo simbolico, significa anche che Arte Fiera è stata la prima fiera in Italia e la terza in Europa (dopo Colonia e Basilea, Ndr) dedicate al mercato dell’arte moderna e contemporanea. È stata il luogo in cui molti di noi – io per primo – sono nati come collezionisti. Negli anni Ottanta c’era un rapporto vitale tra gallerie e pubblico: penso a gallerie che oggi sono internazionali, come Continua, che allora erano agli inizi. Eravamo tutti «ragazzini con i pantaloncini corti» e Arte Fiera ha accompagnato quel percorso. Negli ultimi anni, dopo le difficoltà del post Covid abbiamo lavorato per recuperare un ruolo centrale e un’identità precisa. Abbiamo scelto di non muoverci dal nostro spazio naturale: l’arte italiana, moderna e contemporanea. In Italia mancava una fiera che avesse questo focus in modo chiaro e strutturale. In tre o quattro anni abbiamo ricostruito identità, relazioni, fiducia. Il ritorno di molte gallerie è un segnale molto concreto di questo lavoro. Sono contento del percorso avviato.
Negli ultimi vent’anni il numero delle fiere è cresciuto più rapidamente del mercato. Qual è oggi la competizione reale di Arte Fiera e c’è il rischio di una perdita di centralità delle fiere stesse?
Viviamo in un quadro complesso. Da un lato ci sono stati miglioramenti normativi importanti, come la riduzione dell’IVA sulle opere d’arte, che è stata una grande vittoria dell’associazione di riferimento e ha avuto anche un riscontro politico significativo. La Spagna oggi sta cercando di fare lo stesso percorso. Dall’altro lato, però, il mercato dell’arte ha spostato il proprio asse. Dove c’è denaro, l’arte corre: curatori, musei, galleristi si concentrano sempre più nell’area mediorientale, attratti da opportunità di investimento enormi. L’Europa soffre questa dinamica. Lo si percepisce anche osservando una certa stanchezza di fiere storiche, che per decenni ha trainato il sistema. Parigi sta reagendo meglio, ma Parigi ha un’attrattiva intrinseca. C’è poi una stanchezza più generale, che avverto anche come visitatore: il formato delle fiere è diventato ripetitivo. L’eccesso di fiere produce un eccesso di mercato e una sovrapproduzione di opere. Non si può chiedere a un artista di produrre continuamente lavori per due o tre fiere al mese senza intaccare la qualità. Come collezionista consolidato noto una proposta spesso al ribasso, con opere di livello inferiore rispetto alle aspettative. Le fiere devono interrogarsi seriamente su come evolvere. Una possibile direzione è puntare con maggiore decisione sulle giovani gallerie e sulle nuove esperienze, soprattutto nel contemporaneo, per mostrare un’evoluzione reale del mercato. Arte Fiera, però, resta una fiera con una forte dimensione nazionale e popolare: 50mila visitatori significano una città intera che si muove. Non è solo un pubblico di collezionisti, c’è anche una funzione divulgativa che considero positiva. Le fiere, certo, funzionano se vendono: le gallerie non investono solo per esporre, ma per vendere. Ed è vero che oggi una certa stanchezza nel collezionismo si avverte.
Enea Righi. Foto: Chiara Francesca Rizzuti
Com’è cambiato nei decenni il collezionismo che sostiene Arte Fiera: quale tipo di collezionista la fiera intercetta oggi e quale invece rischia di perdere?
Arte Fiera intercetta un mondo che molte altre fiere non raggiungono. L’Italia è probabilmente il Paese con la maggiore diffusione di collezionismo sul territorio, piccolo o grande che sia. Me lo hanno confermato anche grandi galleristi stranieri: esiste un collezionismo diffuso molto più ampio che in Francia, Germania o Inghilterra. Bologna intercetta il collezionista «nascosto»: piccoli imprenditori, professionisti, persone che collezionano da sempre o che hanno iniziato in modo informale. Ho incontrato moltissimi imprenditori che avevano in casa decine di opere, soprattutto di arte moderna. Qualcuno si è poi avvicinato al contemporaneo anche attraverso canali di medio-bassa qualità, ma con una curiosità reale. Il pubblico di Arte Fiera arriva dalla provincia veneta, emiliana, toscana, ma anche dal Centro-Sud, che è ricchissimo di intelligenza culturale e collezionismo. Molti collezionisti, anche molto facoltosi, vengono solo a Bologna perché la fiera ha una caratterizzazione accogliente. Ho voluto rafforzare questo atteggiamento friendly. Arte Fiera è percepita come un luogo accessibile, ma serio. Anche gallerie che oggi lavorano moltissimo all’estero continuano a tornare a Bologna per una sorta di restituzione simbolica: magari vendono di più a Doha, ma Bologna resta un punto di riferimento.
Anche il profilo dei galleristi che partecipano alla fiera cambia con lo scorrere dei decenni. Esiste ancora un ricambio generazionale?
Il ricambio generazionale è molto più evidente nel contemporaneo che nel moderno. Nel moderno ci sono difficoltà strutturali: mancano opere di qualità e manca un reale rinnovamento. Molti galleristi storici sono scomparsi o si sono fermati, e il mercato resta bloccato su formule consolidate. Nel contemporaneo, invece, c’è una grande vitalità. Quest’anno partecipano praticamente tutte le principali giovani gallerie italiane di qualità. L’anno scorso hanno lavorato molto bene, e spero che succeda lo stesso quest’anno. Dal punto di vista economico il sistema è durissimo per loro, ma hanno una visione internazionale e meritano attenzione. Il moderno, invece, dovrebbe ripensare il proprio linguaggio espositivo. Non basta presentare l’opera in modo purista: una casa è un ambiente complesso. Anche un Morandi, che amo profondamente, deve essere contestualizzato, non «inchiodato» a una parete. Il collezionista oggi è ibrido, mobile, attraversa epoche e linguaggi. Non si può ignorare questa mobilità.
Arte Fiera è anche una delle poche fiere italiane a investire su fotografia e multipli. Perché questo segmento resta centrale?
Tengo molto alla fotografia, anche per ragioni personali: è molto presente nella mia collezione. Ho sempre chiesto che la qualità prevalesse sulla quantità. Quest’anno, grazie a una curatela molto attenta, credo che il livello sarà alto. Fotografia e multipli sono fondamentali soprattutto per il giovane collezionismo. Un multiplo, un’incisione, permette di avvicinarsi ad artisti importanti con una soglia economica diversa. Sono mercati che educano, formano, costruiscono percorsi. E non sono frequentati solo da collezionisti «specializzati»: spesso sono collezionisti generalisti che amano anche la fotografia. È vero, oggi il trend è molto sbilanciato sulla pittura, ma credo che Arte Fiera debba continuare a mantenere aperti questi spazi.
Quanto è strategico oggi per Arte Fiera il rapporto con la città, le istituzioni e le imprese?
È diventato centrale. Negli ultimi anni abbiamo lavorato molto per rafforzare il rapporto con la città e con Art City. Un collezionista non viene solo per la fiera: vuole vedere Bologna, le mostre, i luoghi. La sinergia oggi è molto forte. Più complesso il rapporto con le imprese. Bologna è una città borghese, molto prudente. Non è semplice convincere le aziende a investire nei premi. Quest’anno, però, siamo riusciti a ricostituire un fondo di 100mila euro per acquisizioni, finanziato da BolognaFiere e Cosmoprof, riprendendo una pratica storica della Fiera di Bologna. Ora la sfida è valorizzare questa collezione, non lasciarla in deposito. C’è un progetto ampio sulla futura evoluzione della fiera e l’arte avrà un ruolo centrale. Non posso anticipare troppo, ma ci sarà una restituzione visibile già in fiera.
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