Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Lavinia Trivulzio
Leggi i suoi articoliIl tempo, per Simone Fattal, non è una linea ma una materia viva. Si piega, si stratifica, riaffiora. Nelle sue opere il passato non è mai distante, e il presente non pretende di essere autonomo. Antico e contemporaneo convivono come strati che restano visibili, senza mai fondersi del tutto. E ieri, 9 gennaio, alla kaufmann repetto di New York ha aperto «The Hearth» – in dialogo con «The Primeval Forest» da Greene Naftali – che segna il ritorno di Fattal a New York dopo la retrospettiva del 2019 al MoMA PS1. In mostra, sculture in argilla, gres e bronzo, grandi disegni e collage in carta ritagliata. Opere che costruiscono un paesaggio rituale, attraversato dalla fiducia in ciò che non è visibile ma continua ad agire.
Nata a Damasco nel 1942, cresciuta in Libano, Simone Fattal si forma tra Beirut e Parigi. Studia archeologia all’École du Louvre e filosofia alla Sorbona, discipline che resteranno centrali nel suo lavoro. Nel 1969 rientra a Beirut, dove avvia la propria carriera artistica, esponendo dipinti fino allo scoppio della guerra civile libanese. Nel 1980 è costretta a lasciare la città. Si stabilisce in California, dove fonda la Post-Apollo Press, casa editrice che darà voce ad autori d’avanguardia internazionali. Solo alla fine degli anni Ottanta torna alla pratica artistica, iscrivendosi al San Francisco Art Institute. È lì che incontra la ceramica e scopre nell’argilla una qualità quasi animistica, capace di trattenere memoria e gesto.
Oggi residente a Parigi, Fattal ha costruito un corpus di opere permeato di poesia e mito. Il suo sguardo è rivolto al passato remoto, ma resta ancorato a un’esperienza vissuta, incarnata. Nota soprattutto per le sue sculture totemiche, l’artista intreccia riferimenti che vanno dai racconti sumeri al misticismo sufi, fino alle tradizioni preislamiche. Un immaginario che riflette una vita attraversata dallo spostamento e dallo sradicamento, e che attinge a narrazioni comuni di resilienza umana. Le figure grezze, i frammenti architettonici, le scene naturali che popolano le sue opere parlano di forze elementari e del bisogno primario di costruire un rifugio, di salvare ciò che rischia di andare perduto.
E in questa prospettiva il colore è una soglia. Un mezzo per infrangere il tempo e accedere a spazi che non sono solo geografici, ma interiori e accumulativi. È il «segno stesso della vita» che nelle sue opere ritorna sotto variazione cromatiche diverse. Dalle montagne che osservava dal suo studio in Libano alle copertine dei libri pubblicati dalla Post-Apollo Press – dove rettangoli di colore, sempre diversi, mantengono l’unità della serie rispettando l’identità di ogni testo – l'attenzione all'aspetto cromatico affonda le radici nei suoi esordi come pittrice.
Prima della guerra, infatti, il lavoro di Fattal era concentrato esclusivamente sulla pittura. Nelle sue tele non comparivano figure, ma paesaggi interiori e forme spiraliche, come in «Submarine Landscape» (1969) o «Interior Spring» (1974). In quel contesto il colore era già elemento portante dell’immagine, non descrittivo ma costruttivo. Qui però non vi era ancora la necessità di evocare il passato. La storia si stava producendo nel presente, semplicemente vivendo lì.
Il passaggio dalla pittura alla scultura ha avuto un significato profondamente biografico. È avvenuto solo dopo la fuga da Beirut e l’approdo in California. L’ultimo dipinto risale al 1980. Poi l’esilio cambia tutto. Invece di cancellare, Fattal sceglie di «evocare» – come accade con la prima scultura del 1988 «Torso Found in Today’s Downtown Beirut» (1988) che nasce da un blocco di alabastro trovato e appena inciso. In queste opere l'artista richiama culture antiche come gesto di sopravvivenza. Le sue sculture si popolano di esseri umani – guerrieri, sovrani, figure comuni. Un modo per abitare una nuova vita attraverso la forma. Eppure la figurazione resta sempre parziale, trattenuta. In «Enkidu» (2006), la figura è ambigua, modellata in gres, in omaggio all’essere mitico creato da acqua e argilla nell’Epopea di Gilgamesh. In «Gilgamesh» (2005), il corpo è colonnare, più vicino a un obelisco che a un re. Le sue figure non affermano, suggeriscono. Restano in equilibrio precario, rispettando la resistenza del materiale, accettando urti, cedimenti, gravità.
Tra queste anche «Palmyra» (2014), nata dal ricordo delle spedizioni archeologiche degli anni Settanta e dedicata alla città siriana poco prima della sua distruzione. «Da dove veniamo, il passato fa sempre parte del presente», afferma l’artista. Non come nostalgia, ma come consapevolezza. Perché la storia non smette mai di accadere. Cambia «solo» forma.
Simone Fattal, Humbaba , 2023. Courtesy kaufmann repetto
Lavinia Trivulzio
Leggi i suoi articoliAltri articoli dell'autore
Dalí e la moda, Picabia, Matisse, Sheila Hicks e Shilpa Gupta aprono la stagione. Poi Giacometti, Doris Salcedo, Bruno Munari, Giovanni Anselmo, Soutine e un grande progetto sull’eredità europea di Leonardo. Milano rende noto con largo anticipo il calendario delle istituzioni culturali civiche: oltre quaranta progetti già programmati dall’autunno 2026 alla fine del 2027, con alcune mostre destinate a proseguire nel 2028. Una mappa che permette già di leggere strategie e ambizioni del sistema museale pubblico della città.
Dal 14 al 18 ottobre il romanzo di Cesare Pavese diventa teatro al Museo Bagatti Valsecchi con la regia di Mario Scandale e l’adattamento di Giulia Bartolini. Al centro dello spettacolo, prodotto nell’ambito di «Stasera al Museo», la domanda sulla responsabilità individuale davanti alla guerra
Dal 15 al 29 settembre Christie’s presenta la terza e ultima parte della straordinaria raccolta dell’imprenditore di Amburgo: cinque secoli di stampe e disegni, da Dürer a Jim Dine, attraversati da guerra, mistero, sensualità e inquietudine
Nel centenario della nascita di Arnaldo Pomodoro, Castello Campori a Soliera apre per la prima volta in modo organico il grande patrimonio fotografico conservato dalla Fondazione dedicata all’artista. Cento stampe originali, dagli anni Sessanta ai Novanta, raccontano attraverso gli sguardi di Ugo e Maria Mulas, Mario Dondero, Paolo Monti, Gianfranco Gorgoni e altri fotografi il lavoro prima dell’opera compiuta: modellazione, fonderia, installazione, rapporto con l’architettura e con il pubblico. Ne emerge un Pomodoro meno monumentale e più mobile, per il quale la fotografia diventa parte della costruzione della propria storia.



