Un inutile didietro

Sulla «Moona Lisa» in bronzo del graffitista Nick Walker

La «Moona Lisa» di Nick Walker
Flaminio Gualdoni |

La «Moona Lisa» di Nick Walker è il solito pastiche bizzarro e un po’ tristanzuolo che va tanto di moda oggi, dove contano più i fattori esterni che la qualità delle cose: il che, soprattutto in arte, non è un bel segnale. Nick Walker è un graffitista, uno street artist un po’ di serie B. È un concittadino di Banksy, e di Damien Hirst, ma non possiede neppure un grammo della loro scafataggine intellettuale. Lo si vede bene in ciò che espone in «Vanguard», la mostra dedicata all’avanguardia nella Street art organizzata al M-Shed di Bristol.

Nel 2006 ebbe il suo quarto d’ora di notorietà ricorrendo a un trucco che più banale non ce n’è, raffigurando la Monna Lisa di Leonardo come una pin-up in posa da Instagram, con il sedere in primo piano e in bella vista. Certo, il povero Leonardo e la sua Gioconda hanno sopportato questo e ben altro, non era uno scandalo: era proprio solo una vaccata fatta tanto per fare, la solita ideuzza che ricicla la storia dell’arte colta senza metterci, di suo, il minimo sforzo.

Hai voglia a citare l’«Afrodite Callipigia» di Napoli, uno dei marmi più belli dell’antichità, o Martin van Meytens, che nel 1731 dipinse una suora da due punti di vista: uno anteriore in cui pregava compunta, e il simmetrico posteriore in cui esibiva il suo sederotto nudo, o «La Belle Napolitaine de dos» (1787) di Dominique-Vivant Denon, che rifaceva su una vivente proprio la posa della Callipigia.

Intanto, sono conoscenze che travalicano le competenze di uno street artist, e poi capace pure che mettere in questa posa la Gioconda gli abbia pure dato il frisson di violare un sancta sanctorum della Storia dell’arte, al tapino. Da quando si ha l’età in cui l’ormone si agita, è un pensiero che hanno fatto credo tutti, quello di immaginarsi il culo di Monna Lisa: d’altronde, è facilmente intuibile che anche lei ne abbia avuto uno.

Ma da qui a farne un’opera dell’arte il passo è un bel po’ più complicato. Ma Nick è uno che non si ferma davanti a niente. È pur sempre uno street artist, pensa veloce ed esegue veloce, non si pone problemi di cultura alta e bassa. Solo che ora ha compiuto il decisivo passo in più. La sua antica immagine non gli bastava in stencil, ha voluto farne una scultura, che è quella in bronzo che esibisce in questa occasione.

Porca vacca, già vien da chiedersi perché diavolo uno street artist voglia fare una scultura, che è un po’ come dire, che so, che un fumettista si metta a lavorare a olio e velature, ovvero una contraddizione di natura. Poi cambia radicalmente il peso specifico dell’opera, la sua idea di durata, il suo rapporto con l’iconografia.

Un bronzo è una faccenda che percepisci con le sue implicazioni di arte necessariamente alta, e che entra in competizione con una diversa tipologia di oggetti, con le diverse allusioni simboliche che mette in campo: con ragioni qualitative, anche, inevitabili. Tra l’altro, qui fai anche fatica a capire che quella faccia un po’ ebete è quella di Monna Lisa, il che non è poco.

Il risultato è che l’oggettone bronzeo è solo la raffigurazione di una signorina che mostra il didietro, ma in sostanza, a meno che tu non sia uno affetto da psicopatologie sessuali incurabili, un brutto didietro troppo vistoso, per di più in bronzo. Persino più triste di quello della «Spigolatrice di Sapri» che, ancorché velato, ha fatto molto discutere in queste settimane. L’ironia, già modesta in partenza, si è persa tutta strada facendo. L’unico risultato dell’operazione è che la millenaria storia della scultura in bronzo si è arricchita di un ulteriore, inutile sedere.

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