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Jenny Dogliani
Leggi i suoi articoliTre artiste, tre femministe ante litteram, tre storie di anticonformismo ed emancipazione che vanno dall’Africa al Piemonte all’Inghilterra, dalla guerra franco prussiana alla Swinging London ai giorni nostri. È l’inedito cappello dell’inedita mostra che il Mef Museo Ettore Fico propone fino al 17 dicembre. Tre monografiche curate dal direttore Andrea Busto dedicate a Virginia Elisabetta Luisa Carlotta Antonietta Teresa Maria Oldoini contessa di Castiglione (1837-1899), Maggi Hambling (1945) e Maïmouna Guerresi (1951).
Cugina di Camillo Benso conte di Cavour, la Oldoini fu fotografa e agente segreta in servizio, tra l’altro, nella seconda guerra d’indipendenza. Bellissima e corteggiatissima nobil dama, la contessa di Castiglione ebbe tra i suoi amanti l’imperatore Napoleone III. Nota la su abilità politica, è meno conosciuto il suo talento artistico, che ne fece una pioniera e sperimentatrice del linguaggio fotografico. Insieme al fotografo di studio Pierre-Louis Pierson, realizzò centinaia di scatti facendosi ritrarre in molteplici vesti e identità.
Una cinquantina quelli esposti, datati dal 1850 al 1890, alcuni dei quali già presenti in mostre dal Musée d’Orsay di Parigi al Metropolitan Museum di New York, che ne hanno riconosciuto l’influenza esercitata su intere generazioni di fotografi. Non meno audace è la pittrice anglosassone Maggie Hambling, amica di Francis Bacon e Lucian Freud, già attrice e presentatrice televisiva, nonché personaggio di spicco della Swinging London. La sua pennellata intensa, materica e gestuale con cui produce sia ritratti di identità fluide, sia paesaggi marini, sia immagini di guerra, imprime sulla tela una forte energia, quasi una violenza che apre un varco su una vasta gamma di emozioni, desideri, paure e stati d’animo.
Più recenti le tele verticali ispirate ai rotoli dipinti del- la tradizione cinese, con paesaggi plasmati attraverso densi strati di colore che ribolle sulla tela carico di forza e di vita. Una pittura fatta di strati che lei stessa ha in più occasioni paragonato a strati di fallimenti e tentativi da cui germinano forma e vita.
Più etereo e spirituale l’approccio di Maïmouna Guerresi, artista di origine italiana che rappresenta il trait d’union tra la cultura europea e quella africana, inventrice di un linguaggio ibrido e meticcio. Nelle sue opere, spesso ispirate alla filosofia sufi, la donna è un soggetto ricorrente. Attraverso fotografie, video, sculture e installazioni dà voce a un universo ibrido e multietnico affrancando dagli stereotipi l’immagine della donna del mondo islamico, riconnettendone la femminilità a figure simboliche come il latte, la luce, l’hijab e la natura.
Fino al 17 dicembre il museo presenta inoltre sculture e dipinti di Alessandro Roma. Artista milanese, classe 1977, sperimenta diverse tecniche dalla ceramica alla stampa su tessuto, dalla fusione al collage. «Se si cerca l’infinito basta chiudere gli occhi» è il titolo della personale curata dal direttore che documenta gli esiti più recenti della sua ricerca. Nel suo lavoro confluiscono paesaggi interiori e naturali e citazioni tratte dalla letteratura. Forme organiche, campiture di colore e frammenti di figure si mescolano in atmosfere oniriche e rarefatte dai colori fluidi e sgargianti dando luogo a una contaminazione iconografica che attraversa varie esperienze estetiche senza mai ancorarsi a nessuna di esse. «Rami e foglie si intrecciano ad altre forme dai colori smaglianti e l’armonia dell’opera fa da eco a quella della natura vera», chiosano dal museo.
«Scherzo di Follia 1863-1866» (1930) di Pierre-Louis Pierson. Cortesia della collezione Ettore Molinario
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