Riapre Het Loo, palazzo-museo molto amato dagli olandesi

Il 22 aprile dopo cinque anni di lavori torna visitabile la residenza preferita della regina Guglielmina

Una veduta dei giardini di Het Loo Una veduta dei giardini di Het Loo Il Grand foyer nel Palais Het Loo. Foto Simon Menges Veduta d’insieme del Palais Het Loo, ad Apeldoorn. Foto Simon Menges
Michela Moro |  | Apeldoorn

Paleis Het Loo, a circa un’ora da Amsterdam, è stata residenza reale per 350 anni, progettato nel 1686 per volere di Guglielmo III, Principe d’Orange, re d’Inghilterra, Irlanda e Scozia, (1650-1702) e sua moglie Mary Stuart (1662-95), ed è diventato nel 1984 un palazzo-museo molto amato dagli olandesi. Il palazzo è in una posizione privilegiata, Het Loo significa «spazio aperto nella foresta», ed essendo in una conca era anche un perfetto convogliatore di acque, che vennero trasformate in fontane all’interno del giardino all’italiana, nel mezzo di un parco di sessanta ettari.

Chiuso nel 2018 con un vasto progetto di restauri e rinnovamento, l’ex palazzo reale del XVII secolo riapre al pubblico il 22 aprile dotato di una nuova estensione sotterranea di 5mila mq, dove trovano spazio la collezione permanente, le mostre temporanee, i ristoranti, il bookshop e tutti i servizi di cui è dotata una struttura che prevede di accogliere più di 500mila visitatori l’anno.

Al primo impatto nulla sembra essere stato toccato, l’aria settecentesca è intatta lungo i viali che si dipanano con gran simmetria dalla facciata. La fontana al centro del grande cortile è però una novità, e ne contiene un’altra, di cui si ha percezione solo entrando nel nuovo ingresso, un ampio atrio che invita nelle zone adiacenti.

La fontana, in origine un prato, diventa il trasparente soffitto che lascia entrare la luce naturale, illuminando lo spazio attraverso il vetro e le rifrazioni dell’acqua. «Non volevo trasformare lo spazio sotterraneo in un’atmosfera da shopping mall», dice l’architetta olandese Dikkie Scipio, Kaan Architects, che ha curato l’imponente restauro con mega scavo, «e la luce del giorno illumina una zona speculare e simmetrica al palazzo, è un dialogo che combina le vecchie radici con la contemporaneità, le novità tecniche con l’epoca di Luigi XIV, tra interno ed esterno, con la citazione del giardino sovrastante sul soffitto dei nuovi spazi, con le statue dei delfini che indicano i segni cardinali».

Una mostra fotografica illustra i vari passaggi del progetto, realizzato in parte allagando gli spazi sotterranei durante gli scavi, profondi dieci metri, per poter sostenere la parte esterna, anche con l’aiuto di 185 pali d’acciaio. Oggi di quell’immenso cantiere durato cinque anni (il progetto di Kaan è partito nel 2014) non si ha più sentore, c’è solo un accogliente legno di quercia e noce, del marmo bianco e della pietra naturale.

«Non ho bisogno di un’architettura da impatto, mi piace la sorpresa di un palazzo sottoterra simmetrico a quello di sopra», continua Dikkie Scipio, il cui studio è responsabile anche del nuovo progetto per il Royal Museum of Fine Arts di Anversa. «Mi interessa la qualità che si ottiene nell’incrociare la tecnologia con un nuovo tipo di artigianato, ad esempio per l’illuminazione, mi piacciono i dettagli curati. Abbiamo anche affrontato tutto il rinnovamento grafico che si collega al passato, prendendo come logo la foglia dell’arancio amaro simbolo della casata degli Orange».

Il palazzo fu la residenza preferita della regina Guglielmina (1880-1962): la storia della casata degli Orange è strettamente intrecciata con la storia dell’Europa, e tutto si ritrova nella mostra che guida attraverso la storia della Casa di Orange-Nassau (tuttora la famiglia regnante olandese) e sul loro ruolo nei Paesi Bassi, in Europa e oltre.

Il palazzo del XVII secolo è stato trattato come un unico pezzo da collezione, preservando così l’atmosfera regale dei saloni ufficiali e quella più informale degli appartamenti privati di re e regine che l’hanno abitato nei secoli. I restauri minuziosi sono spesso invisibili, restituendo il tono sobrio dell’etica protestante, come i pavimenti in legno, che nel Seicento erano più preziosi dei tappeti, coperti nel percorso dei visitatori da passatoie identiche al parquet, realizzate fotografando proprio quanto coprono.

Arredi di varie epoche si sovrappongono, per arrivare fino all’Art Deco, la quadreria include Rubens e Van Dyck, ed essendo residenza privata si aprono degli scorci su come si snodava la vita dei reali nell’intimità: le scrivanie con le foto, i trofei di caccia, le sale delle principesse, tutto è caldo e avvolgente, perfino le cucine in cui la regina Guglielmina si dilettava con le marmellate. Senza dimenticare le scuderie, praticamente un mini-palazzo autonomo, dotato di ristorante, così come la caffetteria circondata da colonne in fondo al giardino più formale.

L’intero complesso è stato rinnovato secondo i più rispettosi canoni di sostenibilità, incluso il vasto giardino barocco, curato amorevolmente anche da una sessantina di volontari dediti alla pulizia delle piante. Anche qui giardini separati per re e regine, che proteggevano la pallida carnagione passeggiando in lunghe gallerie di verde. Nelle serre sono conservate tutte le essenze che con il clima nordico vengono esposte solo da maggio in poi, tra cui agrumi coevi alla creazione del palazzo.

Si capisce perché questo luogo abbia un’attrattiva speciale per il pubblico; è un eccellente esempio di come il restauro sottotraccia, esteticamente poco invasivo, possa restituire atmosfere di cui tutti sono alla ricerca. Non il tempo perduto, ma un tempo che ha concluso il suo corso, rimanendo però parte della storia e della cultura del paese.

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