Penone, Sagaria e Bolin agli Uffizi

Le tre nuove acquisizioni del museo fiorentino provengono tutte da donazioni dei rispettivi artisti

Eike Schmidt con Ilaria Sagaria e Liu Bolin
Chiara Massimello |  | Firenze

Uno dei tesori degli Uffizi è la Collezione di autoritratti, iniziata dal cardinale Leopoldo de’ Medici (Firenze, 1617-75) e affidata alla sua morte dal nipote Cosimo III de’ Medici alle cure del museo fiorentino. Mai interrotta, è considerata la più vasta e importante al mondo con oltre 2mila opere, di cui oggi, in 12 sale, nel nuovo allestimento voluto dal direttore Eike Schmidt e realizzato con una cospicua donazione della famiglia Pritzker, ne sono esposte 255 in ordine cronologico. La collezione inizia con il quattrocentesco ritratto di Gaddo, Agnolo e Taddeo Gaddi e, passando per Rembrandt, Rosalba Carriera, Delacroix e Hayez, arriva a Pistoletto, Gormley e Bill Viola.

Tre nuove acquisizioni si sono aggiunte al gruppo di autoritratti, tutte fotografie donate dagli artisti. La prima è l’opera di Giuseppe Penone (Garessio, Cn, 1947) «Rovesciare i propri occhi», fotografia in bianco e nero del 1970 in cui l’artista si ritrae in primo piano, serio, immobile, con sguardo reso fisso e vitreo da lenti a contatto specchianti. Penone tenta di restituire all’osservatore quello che i suoi occhi assorbono dall’ambiente esterno attraverso le lenti «che accecano il mio sguardo e riflettono cosa dovrei vedere, separando il mio corpo dal mondo delle immagini che mi circondano e che nutrono la mia immaginazione», trasmettendo una visione inalterata e pura, priva di qualsiasi interferenza.

Anche Ilaria Sagaria (Palomonte, Sa, 1989) sceglie di non mostrare i propri occhi nella seconda fotografia di questa nuova acquisizione, «Dismorfofobia», realizzata in bianco e nero nel 2015. La fotografia è distorta, esasperata. L’artista indaga il rapporto con la propria immagine e la propria identità: parte del suo viso è come inghiottita e il ritratto sembra contraffatto, tra reale e digitale. La dismorfofobia, disturbo ossessivo compulsivo che ingigantisce la percezione di alcuni tratti del proprio corpo, è la paura spesso generata dai social che, attraverso l’uso incontrollato di filtri per eliminare ogni difetto, ci allontanano dalla realtà e dalla verità di noi stessi.

Chiude il gruppo Liu Bolin (Shandong, 1973), maestro dell’illusione, con la serie «Hiding Florence» (2022), che ha visto l’artista cinese calarsi nella bellezza della città in luoghi differenti: la Sala della Niobe negli Uffizi, la Sala Bianca e la Sala di Venere in Palazzo Pitti. Bolin, attraverso una sintesi di body painting e fotografia, sfida la percezione visiva mimetizzandosi con lo sfondo, una performance artistica che riflette sull’individualità e sul luogo. L’iniziativa di Schmidt è un riconoscimento importante per la fotografia e il suo ruolo nell’arte contemporanea certificato da uno dei più grandi musei del mondo.

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