Nudi come gli eroi di Riace

Per l’esposizione delle fotografie di Luigi Spina dei celebri Bronzi al Museu d’Arqueologia de Catalunya i naturisti mostrano sé stessi

Visitatori naturisti nel Museu d’Arqueologia de Catalunya a Barcellona in occasione della mostra fotografica sui Bronzi di Riace. © Foto Associació Club Català de Naturisme Facebook
Flaminio Gualdoni |

Ecchilillà, alla fine hanno trovato il modo di rendere i Bronzi di Riace un vero argomento pop, tendenza kitsch. L’occasione è la mostra dedicata ai bronzi da Luigi Spina, celebrativa dell’anniversario del loro ritrovamento, che ha condotto fino al 26 novembre le fotografie bellissime dello stesso Spina a Barcellona al Museu d’Arqueologia de Catalunya dopo il doveroso passaggio al Museo Regionale di Reggio Calabria. Mostra celebrativa, concepita e realizzata con garbo: ma agli organizzatori questo non bastava.

Così, non parendo sufficiente mostrare come clamorosi oggetti estetici le immagini degli ultimi bronzi d’età classica conosciuti, meglio offrire anche una più diretta esperienza, che in questo caso si esita un po’ a definire «immersiva». Senza fare come quelli di Gand con il «Polittico dell’Agnello Mistico» per San Bavone di Jan e Hubert van Eyck, in cui i nudi di Adamo ed Eva erano rimpiazzati qualche anno fa da foto attuali in chiave di noioso politicamente corretto, qui i catalani hanno giocato in modo più diretto: i bronzi sono nudi classici, e qui sono fotografie, meglio non tentare manipolazioni. A essere fisicamente nudi ora sono gli spettatori e la guida che spiega. Così, grazie all’apporto determinante del Club Català de Naturisme, erede della Freikörperkultur che impazzava nei primi anni del ’900 e ci ha dato le performance statuarie di una Olga Desmond e molto altro, decine e decine di persone hanno provato il frisson di esporre le proprie trippe ignude a fianco dei bronzei eroi antichi.

Questa esibizione serve ai più a confermare che il concetto di «nudità ideale» non va preso sotto gamba, ma per il resto entra nel novero delle vaccate solenni che qualcuno si inventa per demistificare, attualizzare, contaminare, avvicinare la grande arte alle nostre miserabili esistenze, oltre ad attirare i media perennemente arrapati. Un pensoso Spina ha dichiarato che «l’obiettivo è quello di creare un dialogo con il classico che abbia una sua forza trasversale e che non sia affatto anacronistico»: ma non credo che intendesse che tale dialogo dovesse passare anche dal confronto tra i Bronzi e le chiappe dei visitatori.

Di recente l’artista Deborah de Robertis ha esibito la propria «patonza» nature di fronte alla «Gioconda», al Louvre, con grande effetto mediatico (guarda un po’ che sorpresa, e nonostante le pixellature): ma l’hanno assolta perché i giudici, con capziosità ottocentesca e totale assenza di senso del ridicolo, hanno stabilito che non si è trattato di «esposizione di organi genitali», dal momento che l’artista si sarebbe limitata a mostrare «i peli pubici». Insomma, passano i decenni o i secoli, ma la questione è sempre la stessa: io visitatore ho bisogno di commisurare a qualche titolo il mio corpo fisico a quello delle statue. Nel caso dei piselli dei Bronzi di Riace il risultato è confortante. Ma forse la mostra non serviva a questo.

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