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Gallerie

Nel nero dipinto di nero

Una collettiva di E3 Arte Contemporanea curata da Alberto Fiz

Una veduta della collettiva «Black Mode»

Black Mode è un gioco di parole ispirato alla modalità utilizzata su social e smartphone ed è anche il titolo scelto dal curatore Alberto Fiz per la mostra che il 13 settembre inaugura la stagione espositiva di E3 Arte Contemporanea, galleria bresciana aperta dal 2014 focalizzata su talenti emergenti e middle career.

«Si può anche andare in bianco, ma per brancolare nel buio ci vuole talento. L’opera al nero, del resto, non nega la luce, ma, al contrario, denuncia la sua assenza. Il non-colore per eccellenza sviluppa un’azione circoscritta, ma potenzialmente infinita, in quanto contiene il mistero della creazione e intercetta il segreto del visibile. Il nero, dunque, colma le nostre mancanze», scrive Fiz, che ha affidato la ricerca a dieci artisti internazionali rappresentati da tempo dalla galleria bresciana.

La mostra è un caleidoscopio di proposte e opportunità articolate in un percorso che si sviluppa in una dimensione dialettica e relazionale di continui rimandi tra sculture, video e installazioni. Il nero è uno spazio di conoscenza dove si ritrovano le delicate cere di Domenico Bianchi e i «Total Objects» di Gerold Miller. La tensione verso l’oggetto coinvolge Paolo Canevari con i suoi pneumatici trasfigurati e manipolati, che sembrano opporsi alle alchemiche creazioni di Bruno Ceccobelli.

I quadri elettronici di Davide Coltro suggeriscono invece un processo di progressiva trasformazione e ci sono anche molte suggestioni minimaliste come le superfici in alluminio di Riccardo De Marchi, le forme in grafite solida di Susan York, i bilanciamenti perfetti e paradossali di Emmanuele De Ruvo, le emersioni di Matteo Gironi e gli acciai verniciati a polvere di Christine Liebich.

«L’utilizzo costante del nero rappresenta per l’artista una presa di posizione radicale e anticonformista. È una precisa chiave di lettura, una dichiarazione di poetica per andare incontro a una realtà che attende di essere rivelata», conclude Fiz.

Michela Moro, da Il Giornale dell'Arte numero 410, settembre 2020



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