La fighetteria mediatica degli Nft

Con gli Nft la «transestetica della banalità» di Baudrillard compie la sua giravolta definitiva, perché il mercato può fare a meno degli stessi oggetti d’intento variamente estetico

Un particolare di «Low Life» di Dangiuz, pseudonimo di Leopoldo D’Angelo (Torino, 1999)
Flaminio Gualdoni |

E tocca, infine, parlare dei Nft (Non Fungible Token, certificati digitali di autenticità), che sono l’ultima frontiera di un mercato dell’arte il quale, complici questi disgraziati tempi di oggi, non sa bene che cosa pensare neppure di sé stesso.

C’è, come in tutte le cose nuove, una parte interessante nella vicenda. Sono beni sostanzialmente immateriali, non si sa bene chi li faccia e a che cosa servano, sono uno dei meno scontati crossover tra mondi destinati a incontrarsi e sono, a un livello di fighetteria mediatica, raccontabili in modi diversamente accattivanti. Contano già cultori della materia non banali: a cominciare, da noi, dall’ottimo Domenico Quaranta, che ha pubblicato di recente Surfing con Satoshi. Arte, blockchain e Nft da postmedia books.

Incarnerebbero un’ideale posizione antimercantile, i Nft, ma rappresentano contemporaneamente il perfetto asservimento alle strutture del mercato, soprattutto quello di alto livello, e ai suoi tic, soprattutto per il fatto che possederne il titolo di proprietà è possedere l’opera stessa, senza neppure la mediazione ingombrante di una cosa, di un oggetto, che comporta un sacco di problemi di amministrazione qui invece del tutto assenti.

Non a caso tra i fautori del lancio dei Nft figurano le grandi case d’asta, Christie’s in testa, che si è aggiudicata l’onore del record di vendite con l’ormai a modo suo storico «Everydays» di Beeple. Non parliamo poi della ricezione e della comprensione dell’opera. Beeple, un onesto nerd del Wisconsin, d’arte non capisce una mazza e ne mena vanto (ma sobriamente, senza farne un proclama), molti altri seguono a vario titolo la sua illuminata lezione.

D’altronde, perché cimentarsi a fare cose difficili se poi il loro destino è finire in mano a persone che mai hanno capito, a loro volta, una mazza dell’arte, che compravano per il piacere esclusivo di possederla a prescindere, in una sorta di pervertito Conspicuous consumption (consumo ostentativo, o consumo vistoso, Ndr)? I patti sono, a ben vedere, molto più chiari così.

Resta da capire, ma commisero la mia irrevocabile vecchiezza nel momento stesso il cui pronuncio queste parole, quale sia la chiave che offre diritto di cittadinanza nell’arte a questi lavori: la «transestetica della banalità» di Baudrillard compie la sua giravolta definitiva, perché il mercato può fare a meno degli stessi oggetti d’intento variamente estetico. Basta la parola. Basta, soprattutto, il pagamento del prezzo a qualcuno che incarni il sistema dell’arte.

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