Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Guglielmo Gigliotti
Leggi i suoi articoliFino all’8 ottobre i Musei Capitolini (Villa Caffarelli) ospitano la mostra «Nuova luce da Pompei a Roma», con oltre 180 bronzi di lucerne a olio, candelabri, portalucerne, torce e sculture pertinenti ai sistemi d’illuminazione dell’antichità. Sono reperti provenienti dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli e dal Parco Archeologico di Pompei, riuniti da Ruth Bielefeldt, docente di Archeologia classica all’Università Ludwig-Maximilian di Monaco di Baviera, che ha curato la mostra con Johannes Eber.
Nelle dimore patrizie di Pompei, Ercolano e nelle ville circumvesuviane, le lucerne non avevano solo finalità pratiche ma erano opere d’arte a sé stanti. Di qui i tanti esemplari terminanti con teste umane, leonine, equine e caprine o corredate di figure danzanti, di sileni ubriachi o giovani itifallici, o anche di stilizzati elementi vegetali. Altre rappresentavano fantasiosi ibridi di uomini e uccelli, o chiocciole di lumache. Di grande interesse anche i bronzi tridimensionali e a dimensione naturale, rappresentanti lampadofori, portatori di torce. Dalla Casa di Giulio Polibio a Pompei, ad esempio, proviene un kouros dalle fattezze arcaiche ma realizzato nel I secolo d.C.
Lucerna a tre becchi con statuetta di danzatore da Pompei, Museo Archeologico Nazionale di Napoli © Johannes Eber, Nuova Luce da Pompei
Altri articoli dell'autore
Parla il neoassessore regionale: «Credo fermamente nel valore terapeutico e sociale della cultura. Al centro il suo impatto sociale e i giovani. E le nostre tre eccellenze: musica, teatro e cinema»
L’eccezionale affluenza di pubblico (oltre 160mila biglietti venduti) ha determinato la proroga dell’apertura della mostra fino al 10 maggio: una selezione di grandi maestri da Degas a Kandinskij
A quattro secoli dalla consacrazione nel 1626 della nuova Basilica di San Pietro, l’arazzo che ne illustra l’atto solenne è confrontato con quello della «Resurrezione di Cristo». Esposto anche il ritratto-capolavoro del papa fuso nel bronzo da Bernini nel 1632-33
Andrea Bellini e Francesco Stocchi rileggono l’arte italiana in trecento opere dalla fine del secondo dopoguerra ad oggi, sottoponendola al vaglio della «caparbia intenzione antitragica» della cultura nostrana di sempre



