Il sito della Quebrada de Humahuaca in Argentina

Un osservatore privilegiato scruta il Patrimonio Mondiale

Francesco Bandarin |  | Quebrada de Humahuaca

Il sito della Quebrada de Humahuaca si trova nell’estremo angolo nord occidentale dell’Argentina, al confine con la Bolivia e con il Cile, nella provincia di Jujuy. La Quebrada è una stretta vallata, lunga oltre 150 chilometri, originata da fenomeni tettonici e dall’erosione prodotta dal Río Grande de Jujuy. Costituisce una fondamentale cerniera tra l’altopiano boliviano a nord e le vaste aree della pampa argentina a sud.

La sua evoluzione geologica ha prodotto formazioni particolari, caratterizzate dall’esposizione di strati di rocce sedimentarie di diversi colori, che conferiscono alla zona un’insolita bellezza. A causa delle alte quote della valle, che variano dai 1.800 ai 3.800 metri, prevale un clima arido e secco, ma le forti precipitazioni estive generano grandi valanghe di fango, di dimensioni diverse («volcanes» e «angostos»), che nei millenni hanno creato una complessa geomorfologia.

Le alte temperature della zona e la relativa scarsità d’acqua hanno favorito lo sviluppo di una vegetazione di tipo desertico, e delle vere e proprie foreste di alti cactus («cardones»), che caratterizzano il paesaggio della Quebrada. Per la sua posizione geografica, la valle è stata per millenni una zona di transito e di insediamento di diverse culture e civiltà, che hanno lasciato importanti tracce archeologiche.

I primi insediamenti umani sono datati a circa 10.000 anni a.C., alle prime fasi di colonizzazione del Sudamerica da parte delle popolazioni giunte dall’Asia alla fine dell’ultima era glaciale (14.000 a.C. ca). Queste popolazioni di cacciatori-raccoglitori, che occuparono la regione fino a circa il Mille a.C., hanno lasciato numerose tracce nelle grotte usate come rifugi temporanei, in forma di pittogrammi e petroglifi, assieme a resti di accampamenti e aree riservate alla lavorazione delle pietre.

Dopo il Mille a.C., si sviluppò una civiltà di coltivatori e allevatori sedentari di alta montagna, in villaggi fatti di abitazioni di terra su fondazioni di pietra, di cui sono ancora evidenti le tracce. Nel corso del primo millennio della nostra era prese avvio, in tutta la regione andina, un grande processo di sviluppo demografico ed economico, con la formazione, nelle regioni più a nord, di grandi imperi, quale quello di Tiwanaku, che esercitarono un forte influenza politica e culturale sull’area.

In questo periodo si svilupparono numerosi insediamenti, soprattutto lungo i contrafforti della valle, sostenuti dal forte sviluppo del commercio verso le regioni subandine a ovest (zona di San Pedro de Atacama).

Verso la fine del primo millennio e fino alla conquista da parte degli Inca nel XV secolo, vi fu un forte sviluppo di città fortificate, le pucaras, costruite l’una in prossimità dell’altra sugli speroni rocciosi sovrastanti la valle, lungo oltre 50 chilometri. Queste città fortezze soprintendevano a complessi sistemi di irrigazione realizzati su terrazzamenti circondati di muri di pietra, un sistema agricolo che rifletteva un’elaborata organizzazione territoriale.

La superfice di territorio controllata da ciascuna delle «pucaras» era molto grande, fino a 4mila ettari di terreno, con uno sviluppo per molti chilometri dei sistemi di recinzione in muri di pietra, i quali non avevano solo una funzione di protezione delle colture, ma collaboravano alla loro irrigazione grazie alla raccolta dell’umidità notturna.

Questo sistema di produzione agricola, che ha caratteristiche uniche in tutto il mondo andino, è stato nel 2003 alla base dell’iscrizione del sito nella Lista del Patrimonio mondiale come «paesaggio culturale». Nel XV secolo questa zona, come quasi tutta la parte occidentale del continente, venne annessa all’Impero Inca (1430-1535), il che portò a un cambiamento radicale dell’economia locale. Gli Inca, infatti, introdussero nuove forme di allevamento e di produzione lattiera, l’estrazione mineraria e l’artigianato per l’esportazione di prodotti verso la capitale imperiale, Cuzco.

Per facilitare i trasporti venne costruito un sistema stradale alla scala di tutto l’impero (la strada reale o Qhapaq Ñan), attrezzato per il trasporto a piedi (non disponendo di animali da tiro, i popoli andini non avevano mai sviluppato il trasporto su ruota) e dotato di aree di sosta («tambo») a distanze regolari. La conquista spagnola, iniziata nel 1535, segnò in profondo la vita dell’Impero Inca e della Quebrada.

Nel giro di poco tempo, gli spagnoli introdussero forme di produzione agricola semischiavistica, basate sulle «haciendas», e promossero l’attività mineraria, finalizzata alla estrazione dell’oro e dell’argento. La resistenza delle popolazioni, che si rifugiarono nelle «pucaras», venne spezzata con la forza delle armi e con lo sterminio legato al diffondersi delle epidemie. Come in gran parte del mondo andino, in pochi decenni la popolazione indigena subì un rapido collasso. Ma per gli spagnoli la Quebrada fu, per secoli, il corridoio principale per l’espansione, a partire dal Perù, della conquista verso le vaste aree coltivabili della pampa argentina.

Per gli stessi motivi, la valle divenne un asse essenziale per il movimento degli eserciti dei «libertadores» durante le guerre di indipendenza che, nei primi decenni dell’800, condussero alla nascita degli Stati moderni nel continente sudamericano. Queste complesse vicende storiche hanno lasciato tracce visibili nel ricco patrimonio fisico della Quebrada: dalle strutture preistoriche a quelle preincaiche e incaiche, fino alle chiese e ai villaggi costruiti in epoca coloniale.

Ma ricchissimo è anche il patrimonio immateriale che si è conservato nei secoli, dalla lingua quechua alle tradizioni religiose che il cristianesimo dei conquistatori ha assorbito nella liturgia, fino ai millenari saperi tradizionali, in particolare nel mondo della produzione agricola. Nella zona della Quebrada furono selezionate, nel corso degli ultimi quattro millenni, moltissime varietà di patate, di mais, di quinoa, che rappresentano un patrimonio genetico unico al mondo, oggi divenute un presidio che Slow Food cerca di proteggere.

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