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È l’attitudine all’ascolto, di una voce misteriosa o, anche, di un silenzio, la cifra che connota l’opera di Giulio Paolini (Genova, 1940). Dotato di una forza intellettuale ed emozionale tanto potente quanto silenziosa, seppure di un silenzio carico di messaggi, l’intero lavoro di Paolini si fonda sull’attesa, come insegna Jorge Luis Borges: «Come si compone un poema? Mi pongo in una situazione passiva, e aspetto, scrive Borges in un passo molto amato dall’artista [...] Ho la sensazione di ricevere un dono, non so bene se della mia stessa memoria o qualcosa altrui. E cerco di non intervenire troppo».
Così si pone anche Paolini nei confronti del suo «dàimon», il dèmone (la guida divina cara a Socrate: nulla a che vedere con il malefico demonio cristiano), in uno stato d’attesa prensile, pronto a captare ciò che tale presenza interiore gli detta e gli dona. Un concetto complesso che Giulio Paolini, come di consueto, traspone in immagini apparentemente semplici ma dense di significati.
Come accade nella serie delle «Sale d’attesa», del 2011-12, di cui Repetto Gallery presenta a Londra, fino al 20 settembre, una scelta di 25 opere. Sono lavori su carta e collage che mostrano il salottino (un piccolo divano piemontese del Settecento, due poltroncine in tutto) dello studio torinese di Paolini in via Po, che l’artista rappresenta qui come il luogo dell’ispirazione e della creazione.
In quello spazio vuoto e silenzioso compaiono presenze inattese: le immagini di Borges, di Calvino, di Melotti, ma anche di due corazzieri; delle teche di plexiglas, sovrapposte in modo sghembo, in cui si annidano lettere, fotografie, progetti, e poi leggii e cavalletti: apparizioni, accompagnate e commentate in catalogo (Magonza editore) da un testo di Andrea Cortellessa.
«Studio per sala d’attesa» (2011-12) di Giulio Paolini
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