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Opinioni

Il numero impressionante di eventi culturali in Canton Ticino

Il direttore della Radiotelevisione svizzera Rsi, Maurizio Canetta, descrive il panorama culturale della Svizzera italiana

Maurizio Canetta, direttore della Radiotelevisione svizzera Rsi

La Svizzera italiana vive una felice stagione culturale segnata da successi internazionali come l’apertura del LAC (Lugano Arte e Cultura) nel 2015 e la fiera WopArt per le opere su carta, quest’anno alla quarta edizione (cfr. articolo a p. 4). Ne parla Maurizio Canetta, direttore della Radiotelevisione svizzera Rsi.

Che ruolo ha la cultura nella Svizzera italiana?

La nostra è una regione molto particolare, con una produzione e una distribuzione di eventi culturali nettamente superiore a ciò che le dimensioni territoriali permetterebbero. Ci sono realtà professionali in campo musicale, cinematografico, audiovisivo e architettonico di statura spesso nazionale e talvolta internazionale. L’idea che l’impegno in campo culturale possa essere un investimento e non solo una spesa ha trovato terreno fertile. Lo dimostrano gli interventi delle amministrazioni pubbliche, le sponsorizzazioni dell’industria privata, la presenza di un mercato del lavoro nelle professioni legate alla cultura. Senza competere con le metropoli o le macroregioni, la Svizzera italiana ha spesso trovato vie originali e autonome per costruire realtà culturali interessanti. In tutto ciò ci aiuta il nostro ruolo, riconosciuto anche in termini di diritti e finanziamenti, di minoranza italofona in Svizzera. Basti pensare all’esempio della RSI, un’azienda che può esistere con le sue dimensioni odierne solo grazie al federalismo. Molti dei motori culturali della Svizzera Italiana sono in parte creditori, almeno in origine, di questa situazione privilegiata. Poi vi contribuiscono l’impegno degli enti pubblici e la forza di attrazione esercitata da personalità quali Mario Botta o Daniele Finzi Pasca, per citare i più ricorrenti.

Che cos’ha significato l’apertura del LAC?

È una scommessa ben giocata. Dopo la prima stagione di attività si poteva temere che il pubblico potesse dire «ci sono stato», senza diventarne un frequentatore abituale. Il segreto del successo sta nel non aver voluto fare un inizio con il botto, ma nell’avere costruito con pazienza e lavorato un po’ su tutti i fronti: teatro, musica, arte, danza. Decisiva la disponibilità di una sala e un palcoscenico per la Compagnia di Béjart e le grandi orchestre. C’è poi il ruolo essenziale dell’Orchestra della Svizzera italiana, che può dare continuità nella qualità. Il rischio, paventato da alcune piccole compagnie, di essere soffocate dalla grande istituzione, non si è, almeno per ora, avverato. Le stagioni di LuganoInScena, per esempio, vanno al di là della sala principale del LAC. Quanto al MASI, penso che la continuità del suo successo risieda nell’originalità delle scelte (d’autore), capaci di compensare il divario incolmabile con le grandi istituzioni che possono permettersi esposizioni dai costi inarrivabili. In termini generali, migliorabile, semmai, è l’ampliamento del radicamento territoriale. Il LAC è vissuto come sede di eventi unici anziché come un luogo d’incontro. Il recente esempio virtuoso della Filanda di Mendrisio potrebbe stimolare qualche riflessione.

Anche Locarno primeggia per numero di eventi. Che cosa la rende fertile per la cultura?

Anzitutto la sua storia e la sua tradizione, la forte presenza di artisti e scrittori internazionali. Lo spirito del Monte Verità di Ascona continua a irradiare il Locarnese. Al di là di questo, il Festival di Locarno è l’elemento chiave, poiché non si limita ad accendere i riflettori per 10 giorni all’anno, ma ha permesso di costruire attorno a esso.

Come considera le strategie culturali del Cantone e dei Comuni?

Decisive per la sopravvivenza di molte manifestazioni e istituzioni: Festival di Locarno, OSI, Università della Svizzera italiana in primo luogo. Ma sarebbe errato pensare solo agli alfieri: siamo una regione che produce un numero impressionante di eventi culturali e che ha visto nascere negli ultimi decenni istituti di formazione in molti campi, dalla SUPSI alla Scuola Dimitri, al CISA per le professioni dell’audiovisivo. Di fronte all’abbondanza di proposte il rischio è quello dei sussidi «a innaffiatoio», che non stabiliscono graduatorie di qualità. Favorire solo le istituzioni consolidate limita la sperimentazione. Si tratta di trovare un equilibrio che tenga conto della situazione finanziaria. Il Cantone (con il Dipartimento delle Finanze e quello della Cultura), la RSI, la Camera di Commercio, il Festival di Locarno e l’Agenzia turistica cantonale stanno conducendo uno studio che sarà pubblicato l’anno prossimo sull’impatto economico della cultura. Sarà uno strumento importante per fare il punto, valutare le potenzialità e agire in un momento favorevole: con l’apertura della Galleria di base del Monte Ceneri, infatti, Lucerna e Zurigo saranno «a un tiro di schioppo».

Se prendiamo in considerazione tutta la Svizzera, il Canton Ticino ha il record di densità di musei per numero di abitanti. Come se lo spiega?

Siamo un Paese fatto di particolarismi e anche un po’ campanilistico. Ognuno vuole conservare e valorizzare il proprio patrimonio culturale e artistico. La consapevolezza sempre maggiore dell’importanza della tutela di territorio e beni culturali porta ad azioni virtuose che coinvolgono la popolazione, spingendola a trovare mezzi e finanziamenti.

Che spazio ha la cultura nei palinsesti della RSI?

Siamo un’azienda audiovisiva che per mandato è chiamata (anche) a produrre programmi culturali e a sostenere la cultura svizzera a tutti i livelli. Nei palinsesti radiofonici, televisivi e sul web ci sono programmi culturali di ogni genere: un’intera rete radio (Rete Due) è dedicata alla cultura. Produciamo una stagione concertistica classica, un ciclo jazz e una serie di eventi che diventano programmi, ma che hanno anche una dimensione di incontro con il pubblico. Un discorso a parte lo meritano la produzione di film e documentari grazie al contributo della SSR e della RSI, che finanziano le produzioni indipendenti. Abbiamo da poco istituito il nuovo Dipartimento Cultura e Società che accorpa aree, risorse e contenuti sino a ieri separati: vorremmo allargare la base del pubblico che segue i programmi prettamente culturali e offrire contenuti più legati alla società nei programmi di intrattenimento. Senza rinunciare a un’offerta televisiva culturale e di approfondimento in prima serata: dai documentari d’autore di «Storie» (la domenica alle 20,40) all’attualità di «Turné» (il sabato alle 19,30). In un Paese che ha così tante presenze culturali, radio, tv e web possono stimolare ulteriormente l’appetito.

Mariella Rossi, da Il Giornale dell'Arte numero 401, ottobre 2019


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