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Il matrimonio tra arte e scienza ha qualcosa di magico

Al Centro Steccata di Parma gli artisti che hanno infuso vita e pensiero alla materia

«L’illusione dell’innocenza: Parmigianino e chimico» (2007) di Antonella Mazzoni (particolare)

«Avendo cominciato a studiare le cose dell’alchimia (...) perdeva tutto il giorno in tramenare carboni, legnia, boccie di vetro»: così Giorgio Vasari sul Parmigianino e sulle sue passioni private. A detta del suo celebre biografo, si trattò di un’attrazione fatale; il giovane artista, «che se non avesse lavorato a capriccio et avesse messo da canto le sciocchezze degl’alchimisti, sarebbe veramente stato dei più rari et eccellenti pittori dell’età nostra», è vittima del suo stesso animo malinconico e, colto «da una febre grave e da un flusso crudele» in pochi giorni passò a miglior vita.

Come poteva del resto Francesco Mazzola detto il Parmigianino scampare alla rampogna di uno storico che non ammetteva deviazioni dal fine ultimo dell’arte, che è l’imitazione della natura? E se invece l’arte fosse una «scienza», una pratica più estrema e radicale, laddove l’artista punta non alla virtuosa imitazione, ma, come ha scritto Maurizio Calvesi, a «una emulazione dei processi creativi della natura»?

Tanta arte antica, moderna e contemporanea trova il suo campo d’azione nel magma materico scatenato eppure «ordinato» dall’artista-mago. Nella contemporaneità è l’arte processuale a rivendicare la connessione tra arte e trasmutazione materica, strategia espressiva, tra gli altri, di alcuni poveristi. Gilberto Zorio è uno di questi e occupa a buon diritto un ruolo di primo piano nella mostra che, prima della forzata chiusura a causa dell’emergenza sanitaria, aveva preparato il Centro Steccata di Parma.

Curata da Simona Tosini, la rassegna (che è aperta fino al 30 giugno) è, in fondo, anche uno spaccato della storia della stessa galleria diretta da Patrizia Lodi. Sotto il titolo «Arte e scienza. Dall’alchimia di Parmigianino a Duchamp e oltre», scorrono protagonisti del XX secolo che più volte sono stati di scena alla Steccata nei suoi sessant’anni di attività.

Non mancano Mario Merz, qui con un lavoro sui «Tavoli», tipologia esemplare della sua ricerca sulla progressione numerica e dimensionale come schema della crescita biologica; Kounellis, con un dipinto giovanile con lettere e cifre campeggianti su bianco avorio. Del resto, il numero e la combinazione di lettere sono elementi tipici del corredo non solo simbolico del pensiero alchemico. Se ne ritrovano tracce, su altro versante, nell’alfabeto segnico di Agostino Ferrari.

Ma per tornare ai rapporti tra Arte povera e Concettualismo, di Claudio Parmiggiani è stato scelto l’impalpabile «pigmento» lasciato dalla combustione, ovvero la fuliggine e il nero fumo depositatisi su un’immaginaria parete che aveva fatto da appiglio al volo della farfalla, antico simbolo dell’anima. Le indagini sulla materia partono dalla profonda radice dei «Concetti spaziali» di Lucio Fontana, toccano il Nuclearismo (Crippa) e raggiungono due maestri dell’Informale, Maria Moreni e Ruggeri, qui con una delle sue figure già consce del malinconico esistenzialismo della pittura di Bacon; mentre il segno come sottrazione di materia si manifesta del «grattage» di Mario De Luigi.

L’alchimia come magia, ma anche come arte capace di introdurre, a volte all’insegna dell’ironia, la sottile ma devastante azione dell’ambiguità va invece ricercata, in mostra, nel «Fiato d’artista» di Piero Manzoni, ma soprattutto prima di lui, in un esemplare della «Fontana» di Duchamp, ready made in cui il capovolgimento di un oggetto ricrea la figura dell’androgino: l’orinatoio, accessorio tipicamente maschile, ribaltato di 90 gradi assume la forma di una vagina.

E se Dada introduce al Surrealismo, e se la componente cabalistica ed ermetica è fondamentale in entrambe queste avanguardie, come ha dimostrato Arturo Schwarz, gli oggetti impossibili di Salvador Dalí ne sono portatori. E ancora: se l’ambiguità è agente perturbante, lo è non di meno la mutazione percettiva, quella messa in atto da Castellani o da Bonalumi nelle loro estroflessioni monocrome.

Ai confini, sempre più ambigui, tra oggetto d’arte e oggetto d’uso si muoveva negli anni Ottanta il gruppo dei Plumcake, pure presente nella rassegna, esponenti di una generazione di cui è stato protagonista anche Wal con le sue evocazioni astrali. Tra materia in trasformazione, simbologie ed ermetismo si muovono gli altri artisti in mostra, da Arnaldo Pomodoro e Giuseppe Maraniello ad altri autori seguiti dalla galleria, come Corrado Bonomi, Dario Brevi, Gianni Cella, Silvano De Pietri, Candida Ferrari, Battista Luraschi, Antonella Mazzoni, Alberto Reggianini, Cristina Roncati, Vittorio Valente e Andrea Vettori.

Questa mostra si ferma alle soglie di un nuovo capitolo del rapporto tra arte e scienza. Pierre Huyghe, Loris Cecchini, Tomás Saraceno, Olafur Eliasson sono soltanto alcuni degli artisti che, tra biologia e tecnologia, si fanno oggi eredi del «Faust» (o, più probabilmente, un alchimista) protagonista di una misteriosa acquaforte di Rembrandt.

Franco Fanelli, da Il Giornale dell'Arte numero 408, giugno 2020



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