Futuro Presente | Soleimani portavoce della questione iraniana

Recentemente acquisita dal V&A di Londra, la serie «Ghostwriter» della fotografa si ispira ai racconti di vita dei suoi genitori e agli eventi che scandiscono la realtà sociopolitica del Medio Oriente

«Dissident» (2023), di Sheida Soleimani (particolare). Cortesia di Denny Dimin Gallery, New York, Edel Assanti, Londra, Harlan Levy Gallery, Brussels e dell’artista
Gilda Bruno |

La nuova generazione di fotografi e artisti visivi guarda alla contemporaneità e ai suoi temi più critici con una consapevolezza e un desiderio di sperimentazione inediti. Futuro Presente vuole dar voce ai giovani talenti che rappresentano il futuro della fotografia; un futuro che è, forse, già presente. Sono infatti più urgenti che mai le tematiche affrontate dal lavoro di questi artisti visivi: dal cambiamento climatico alla decolonizzazione dello sguardo, dall'utilizzo degli archivi storici alla rilettura delle classiche pratiche di documentazione fotografica.

Nota per i suoi progetti all’intersezione tra scultura, performance, video e fotografia, l’artista, attivista e accademica iraniana statunitense Sheida Soleimani (1990, Indianapolis) si rivolge all’arte per stimolare il pensiero critico nei confronti degli eventi che scandiscono la realtà sociopolitica del Medio Oriente, riportando in superficie le insidiose dinamiche di potere che ne determinano i rapporti con l’Occidente.

«Questa serie rappresenta il mio primo tentativo di raccontare l’esodo attraversato dai miei genitori scappando dall’Iran come rifugiati politici», spiega Sheida Soleimani (1990, Indianapolis), artista, attivista e accademica iraniana statunitense, nel video d’introduzione a «Ghostwriter», la sua terza personale presso Edel Assanti, conclusasi lo scorso maggio. Dedicata al progetto omonimo, la mostra si sviluppava a partire da una mappa disegnata da suo padre per tracciare quella che, per lui e sua moglie, costituiva la «via d’uscita» dal regime totalitario instauratosi in Iran al termine della rivoluzione agli albori degli anni Ottanta. 

Presentato per la prima volta a Providence College Galleries nella primavera del 2022, e successivamente allestito con nuove integrazioni al Museum of Fine Arts di Boston («Banner Project») e alla Denny Gallery di New York («Birds of Passage»), questo corpus vede Soleimani documentare i suoi genitori all’interno di scenografie ipnotiche, realizzate con i materiali più disparati: da semplici ritagli di carta colorata, fotografie di ambientazioni che fanno eco al passato della sua famiglia e tovaglie di cera sgargianti, a uccelli, disegni e caratteri arabici, frutta, rami, valigie d’epoca e tappeti persiani. 

Nella serie fotografica, recentemente acquisita dal Victoria & Albert Museum, Soleimani punta l’obiettivo sui suoi «Bâbâ» e «Mâmân» (attivisti e professionisti sanitari) per «riabilitare» la loro memoria in relazione al trauma dell’esilio. Nelle diverse iterazioni del progetto, la mappa su cui si stagliano i fitti tableaux fotografici dell’artista è cambiata, trasportando il pubblico dal giardino d’infanzia di sua madre al di fuori dell’Iran, per poi tornare, con il suo ultimo allestimento, all’ospedale di Shiraz dove i suoi genitori si sono incontrati nel 1975. Riaccompagnandoli così, sebbene solo metaforicamente, a casa.
Abbiamo intervistato l’autrice per scoprire di più riguardo al percorso che ha dato origine a questa serie.

Da Shirin Neshat a Shadi Ghadirian, Shirin Aliabadi e Arghavan Khosravi, il panorama culturale iraniano è costellato da artiste rivoluzionarie. Quando ha capito che questa sarebbe stata la sua strada?
Nel 2010, durante il mio secondo anno di università, ottenni una borsa di studio per visitare i resti della casa di mia madre in Iran e il luogo dove lei aveva seppellito 8 bambini sotto il suo albero d’infanzia preferito. Inizialmente, realizzavo still life di uccelli morti, immagini per cui il governo iraniano non poteva considerarmi una minaccia. Volevo però che il mio lavoro riguardasse le storie dei miei genitori. Stavo per ottenere il mio passaporto iraniano quando la mia famiglia in Iran mi avvertì che non era un buon momento per recarmi là a causa della situazione politica. Lo stesso fece l’università che, preoccupata, mi disse di scegliere un Paese diverso in cui andare. Mi chiedevo se sarei mai riuscita a visitare l’Iran, o se avrei dovuto limitarmi a creare opere «non politiche» per preservare la speranza di riuscirci. In quel momento, compresi che focalizzarmi su quello era egoistico: avendo, negli Stati Uniti, la possibilità di parlare liberamente senza essere censurata, dovevo usare i miei lavori per affrontare temi politici legati all’Iran. Dal 2011 in poi, la mia produzione si è concentrata sulla storia e il clima sociopolitico del mio Paese d’origine e i racconti dei miei genitori.
«What a Revolutionary Must Know» (2022) di Sheida Soleimani. Cortesia di Denny Dimin Gallery, New York, Edel Assanti, Londra, Harlan Levy Gallery, Brussels e dell’artista
Se la sua arte potesse adempiere a una sola funzione, quale sarebbe?

Convincere la gente a rivalutare le proprie percezioni dell’«altro», degli eventi di rilevanza sociopolitica e di sé stessi.

Quali passaggi precedono la realizzazione delle sue opere?
Comincio sempre con un evento, che sia un fatto politico, una storia orale o un ricordo, e a volte tutti e tre. Procedo poi a ricercarlo attraverso le testimonianze dei sopravvissuti, immagini dei media e archivi di diverso genere, così da sviluppare gli interessi tematici al cuore delle mie tavole. Dopodiché, inizio ad abbozzare l’idea della «natura morta» che voglio realizzare, considerando oggetti di scena, simboli, colori, e immagini. La costruzione fisica di ogni set arriva dopo settimane di ricerca: spesso scatto le stesse scene più volte prima di essere soddisfatta del risultato finale.

Che cosa l’ha spinta a spostare l’attenzione verso «l’interno» in «Ghostwriter»?
Non avevo mai realizzato un lavoro così intimo prima d’ora e la mia più grande paura era che sarebbe stato eccessivamente sentimentale. Ho poi capito che, fintanto che mi avvicino al sentimentalismo in modo etico e collaborativo, la serie sarebbe stata comunque un successo. È da tutta la vita che sogno di muovere questo passo, semplicemente non avevo mai avuto il linguaggio giusto per farlo, o la maturità. Ora mi sento pronta.

Già motivo cardine nell’arte tradizionale persiana, uccelli e fagiani fanno da protagonisti in questa serie. Qual è il loro significato?
Nel dare un’essenza biografica e politica ai miei genitori (migranti e rifugiati) e agli uccelli migratori non cerco soltanto di dimostrare come questi subiscano danni continui man mano che la vita diventa «non vita» su scala planetaria e nazionale. Piuttosto, in contrasto con la pornografia umanitaria del dolore, «Ghostwriter» tratta questi esseri viventi come soggetti, agenti e creatori di mondi orientati alla dignità, descrivendo le loro storie distintamente e in tandem tra loro per generare nuovi modi di vedere, immaginare ed essere nel futuro.

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