Futuro Presente | Leonard Suryajaya e la sua «arte come terapia»

Nella fotografia, l’artista cinese-indonesiano trova la forza di riconciliarsi con i traumi del proprio passato

«Perennial Blossom» dalla serie «Parting Gift» (2022) di Leonard Suryajaya. Cortesia dell’artista
Gilda Bruno |

La nuova generazione di fotografi e artisti visivi guarda alla contemporaneità e ai suoi temi più critici con una consapevolezza e un desiderio di sperimentazione inediti. Questa rubrica vuole dar voce ai giovani talenti che rappresentano il futuro della fotografia; un futuro che è, forse, già presente. Sono infatti più urgenti che mai le tematiche affrontate dal lavoro di questi artisti visivi: dal cambiamento climatico alla decolonizzazione dello sguardo, dall'utilizzo degli archivi storici alla rilettura delle classiche pratiche di documentazione fotografica.


Leonard Suryajaya (1988) è un artista che spazia dalla fotografia ai video, dall’installazione alla performance, in una continua rielaborazione delle sue esperienze di vita. Determinato a svelare come l’ordinario racchiuda in sé «storie, significati e potenziale», Suryajaya traduce la sua educazione cinese-indonesiana e il suo essere queer in un universo in cui esprimersi senza riserve. Trasferitosi in California dall’Indonesia per studiare arti teatrali, l’artista (che oggi vive a Chicago) ha finito per innamorarsi della fotografia. Nella sua pratica, Suryajaya omaggia la «lentezza che mi consente di immortalare il mondo quanto più dettagliamente possibile, spiega, che diffida delle logiche dei social media per onorare l’autenticità del momento». Secondo Suryajaya, l’arte può richiudere ferite del passato, spianando la strada per metamorfosi personali. In «Parting Gift» (2022), una serie fotografica a cui sta lavorando, l’artista affronta la complessità della sua esperienza, dalla discriminazione subita in Indonesia allo smarrimento provato nell’emigrare in America, inaugurando un nuovo capitolo della sua vita. Abbiamo intervistato l’artista per scoprire di più sul suo approccio catartico all’arte.

In che modo ritiene che l’arte le permetta di riflettere sui diversi livelli del suo background culturale?
Sono nato in Indonesia nel 1988, quando la cultura cinese era completamente bandita dal Paese sulla scia dell’epurazione dell’ideologia comunista iniziata negli anni ‘60. Le storie di persecuzione, fuga e sopravvivenza erano all’ordine del giorno e, da cittadino di seconda classe, ho represso qualsiasi aspetto della mia persona che avrebbe potuto nuocere alla mia comunità. La mia eredità culturale è un qualcosa con cui sto ancora imparando a convivere. Essendo omosessuale, mi sono sentito confuso, sbagliato e destinato a fallire. Neppure l’introduzione di una riforma a tutela dei diritti della popolazione cinese indonesiana, varata nel 2000, è riuscita a convincermi a restare in Indonesia. Ho compiuto 18 anni sull’aereo che mi ha portato in California. L’arte mi ha concesso di diventare consapevole della persona che sono, mostrandomi una realtà capace di abbracciare tutte le mie sfaccettature. Oggi non potrei vivere senza di essa. L’arte è una terapia attraverso cui lavoro sulle mie incertezze e celebro la vita.
«Roots, Mom in 7 years» dalla serie «Parting Gift» (2022) di Leonard Suryajaya. Cortesia dell’artista
Nelle ultime settimane, alcune delle fotografie di «Parting Gift» (2022), uno dei suoi ultimi progetti fotografici, sono state protagoniste della collettiva «Human Stories: The Satirists» presso la NOW Gallery di Londra. Da dove nasce questo corpus di opere?
Ho realizzato quegli scatti durante l’estate che si è appena conclusa. «Parting Gift» esplora il desiderio di cambiamento alimentato da due anni di stasi pandemica. La serie commemora la linea temporale su cui io e i miei amici (ritratti nelle fotografie) ci trovavamo al tempo, riflettendo sulla malattia, la paura e la mortalità; i sogni, la guarigione, il sollievo e la fiducia. Il progetto nasce da una riflessione su ciò che vorrei lasciare a chi verrà dopo di me: creare immagini a partire dalla mia sofferenza mi fa stare peggio, così in queste foto racconto un mondo pieno di speranza. Con «Parting Gift» accompagno il bambino che è in me fuori dall’emergenza Covid-19, lontano dalle guerre e le crisi globali. È una reazione alla ricerca di pace personale che si manifesta nel lessico familiare, in quello dell’amicizia e dell’amore. Grazie a questo progetto, ho trovato il coraggio di tornare in Indonesia dopo cinque anni.

Ciò che caratterizza «Parting Gift» è una tendenza all’«horror vacui»: la serie presenta numerosi livelli visivi, tra cui diversi soggetti umani e svariati oggetti quotidiani, che si tratti di cibo, giocattoli e altro ancora. Qual è il collegamento tra questo progetto e la società odierna?
Penso che la mia pratica artistica rifletta il modo in cui la mia mente lavora: il mio disturbo da stress post-traumatico e il mio background culturale mi spronano a considerare tutte le possibilità. A volte questo mi fa precipitare in un vortice di pessimismo da cui stento a riemergere, ed è solo grazie alla mia perseveranza se resto a galla. So quanto la depressione possa essere debilitante e mi affido a colori, schemi bizzarri e sensazioni propositive per trasformare la tristezza in qualcosa di ospitale. Per via del mio bagaglio culturale e della pandemia, in questi anni mi sono sentito parte di una simulazione. Paradossalmente, il Covid-19 ha costretto chiunque a provare un senso di isolamento simile a quello che ho sperimentato per tutta la mia vita. Così, per la prima volta, mi sono sentito compreso e a mio agio nel condividere il mio «io» autentico col resto del mondo.

Cosa vorrebbe comunicare con questa sua serie visiva?
Resettare il modo in cui guardi alle cose è un compito difficile, specialmente se condizionato da paure che continuano a influenzare la tua vita. Più invecchio, più mi rendo conto di come questo meccanismo risucchi energia che potrei riversare nell’arte. Sebbene sia impossibile cancellare completamente codici comportamentali che sono stati tramandati di generazione in generazione, in «Parting Gift», mi pongo di fronte ai traumi intergenerazionali e l’autodegradazione da cui voglio liberarmi. Oltre a creare prospettive diverse da cui osservare la mia vita, queste fotografie catturano i paradossi che la caratterizzano, ristabilendo un equilibrio nel caos. Mi auguro che «Parting Gift» accenda una scintilla in ciascuno dei miei spettatori, ispirandoli a vivere la propria vita in maniera autentica e dando il via a una serie di trasformazioni positive.

Quali programmi ha per il futuro?
Al momento sto lavorando alla mia prima installazione di arte pubblica per il terminal dell’aeroporto internazionale di Chicago O’Hare, che verrà completato nel 2023. Sono entusiasta della traiettoria che la mia pratica artistica ha imboccato di recente e non vedo l’ora di potere cogliere altre opportunità di questo genere in futuro. La specificità del luogo, l’interazione con la sfera pubblica e la fissità di questa tipologia d’arte mi spronano ad andare avanti e sviluppare nuovi progetti.

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