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Mostre

Fontana ambientalista ma anche tecnologico

Da Hauser & Wirth le opere che tramutarono l’osservatore in visitatore

«Ambiente spaziale a luce nera» (1948-49) di Lucio Fontana nell’installazione del 2008 al Museo d’Arte Mendrisio. © Fondazione Lucio Fontana by SIAE 2020. Foto: Stefano Spinelli

Los Angeles. Attraverso le indagini sullo spazio, pittori e scultori rivendicarono all’opera d’arte una vita propria anche in virtù di una pratica dell’arte come esperienza conoscitiva. Fu così nel Quattrocento, attraverso l’utilizzo non empirico della prospettiva; ma lo stesso si potrebbe dire, sotto un profilo esistenziale, per i protagonisti de «Las Meninas» di Velázquez. Gli «Ambienti» di Lucio Fontana sono una delle tappe di questa conquista di un «territorio magico», di un micro-macroclima in cui l’arte vive e cresce.

L’idea di portarvi dentro il visitatore non era nuova e l’illusorietà barocca non era che uno dei molti precedenti. Ma con Fontana, nell’ultimo ventennio della sua attività, tra il 1948 e il 1968, entrano in gioco con maggior forza la tecnologia e la scienza. Sono le due complici dell’artista che, in quelle opere, è come intento a far compiere all’osservatore il passo che lo porta nello spazio indicato precedentemente da buchi e tagli. È passato molto tempo da quando, alla Triennale del 1951, Fontana «lanciò» in alto 100 metri di tubo al neon bianco: un gesto carico di energia che preannunciava l’imminente ingresso del neon tra i materiali canonici dell’arte.

Ma già due anni prima un «Ambiente spaziale a luce nera» invitava il visitatore a una serie di incontri al buio con forme di cartapesta sospese e fluorescenti. Da lì sono cambiate tante cose: oggi le gallerie più potenti fanno ciò che molti musei non possono più permettersi, cioè delle mostre museali. È infatti Hauser & Wirth a offrire l’opportunità di ripercorrere otto «ambienti spaziali» nella più completa esposizione dedicata a questo versante della produzione dell’artista. «Walking the Space», curata da Luca Massimo Barbero e in corso sino al 12 aprile, si conclude con la stanza commissionata da Arnold Bode, fondatore di Documenta, per l’edizione del ’68 della rassegna.

Il labirinto spaziale, in quel caso, si chiudeva con un grande taglio bianco nel muro, ultima «firma» dell’artista nell’anno della sua morte. Le tappe di avvicinamento a quell’approdo sono le due «Utopie» realizzate in collaborazione con Nanda Vigo per la Triennale di Milano del 1964. Chi percorre quei «luoghi», uno oscuro con luci verdi e l’altro scandito da un pavimento rosso, soffice e ondulato, ha l’impressione di procedere nel buio cosmico o sull’instabile terreno di un pianeta sconosciuto.

È poi la volta dell’opera realizzata per il Walker Art Center di Minneapolis, anch’essa ricostruita per l’attuale mostra e, dopo un «Ambiente spaziale» allestito nel ’67 allo Stedelijk di Amsterdam, Fontana cita se stesso, con una variante, riferendosi al neon del 1951; ma ora (siamo nel ‘67) irrompe il colore, quello del tessuto rosa che riveste la stanza e, nello stesso anno, il rosso che scandisce una sequenza di corridoi paralleli.

La rassegna di Los Angeles è la prima di un trittico che avrà successivamente sede nella filiale newyorkese di Hauser & Wirth nel 2021, quando saranno esposte le sculture in terracotta di Fontana, e, nello stesso anno, in quella di Hong Kong, con un gran finale in forma antologica.

Franco Fanelli, da Il Giornale dell'Arte numero 406, marzo 2020


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