Disperati e nascosti, gli artisti afghani chiedono aiuto

Armati di coraggio hanno affrontato in prima linea l’estremismo talebano. Ma ora, a rischio della propria stessa vita, si sentono abbandonati da Governi e comunità artistica internazionale

L'artista e attivista culturale Mina trova un piccolo spazio per nutrire il suo bambino all'Abbey Gate dell'aeroporto di Kabul
Sarvy Geranpayeh |

È stato difficile sentire Mina al telefono, mentre descriveva tra i singhiozzi la sofferenza, la paura, il senso di tradimento e di insicurezza che lei e i suoi colleghi artisti afghani stanno vivendo da quando i talebani hanno preso il potere nel loro Paese. «Non riesco a smettere di piangere. È tutto distrutto», dice dal suo nascondiglio di Kabul l’artista, curatrice e attivista culturale, dopo aver passato tutta la vita a combattere contro le ideologie estremiste e per la giustizia sociale, armati soltanto della loro arte e spesso in condizioni inimmaginabili, gli artisti ora hanno paura di quello che i talebani potrebbero far loro se venissero identificati.

Hanno preso delle precauzioni abbandonando le loro case, nascondendosi o distruggendo le loro opere e cancellando gli account sui social media. «La tempesta che la nostra comunità ha subito non è stata affrontata da nessun altro gruppo. Ai talebani vengono fatte pressioni su molti temi, come i diritti delle donne e la sicurezza dei giornalisti, ma non si parla dei diritti e della sicurezza degli artisti. Qui non possiamo far sentire la nostra voce, ci dobbiamo nascondere, per questo chiediamo alla comunità artistica internazionale di parlare per noi. Aiutateci», continua Mina.

L’inattesa caduta di Kabul, il 15 agosto scorso, ha visto gli Stati Uniti e i loro alleati uniti nell’evacuazione degli afghani ritenuti in pericolo. Si è trattato in linea di massima di persone che avevano supportato i militari, impiegati governativi, giornalisti o persone che avevano collaborato con le Ambasciate e le organizzazioni occidentali. Tranne qualche eccezione, gli artisti e gli operatori culturali non hanno avuto un canale prioritario per la fuga dal Paese, men che meno dal Regno Unito e dagli Stati Uniti.

E così, a fine luglio, dei militanti talebani a Kandahar hanno girato senza nessuna vergogna un video che mostrava abusi contro il celebre attore Nazar Mohammad, conosciuto come Khasha, in seguito trovato morto. A inizio agosto, stando a una dichiarazione del governatore della provincia di Uruzgan, il poeta e storico Abdullah Atefi è stato prelevato dalla sua casa nel distretto di Chora e assassinato. A fine agosto, il cantante folk Fawad Andarabi è stato trascinato via dalla sua casa e ucciso nella valle di Andarab, a nord del Paese. Il fatto è successo giorni dopo che un portavoce dei talebani aveva dichiarato al «New York Times» che il regime aveva intenzione di vietare la musica.

A porte chiuse, i talebani hanno segnalato l’intenzione di fornire, a tempo debito, agli artisti delle linee guide su quale arte sarà consentita. Ma la comunità artistica afghana non ci crede. «Non meritano fiducia. Le loro azioni non corrispondono alle loro parole», afferma Mina. A ferire ulteriormente i protagonisti della scena culturale afghana, facendoli sentire ancor più traditi, è stato, dicono, il silenzio generale e la mancanza di un intervento significativo da parte dei loro colleghi artisti e della comunità internazionale.

«Non ci aspettavamo davvero che un giorno ci saremmo ritrovati in questa situazione e che il mondo ci avrebbe voltato le spalle, che artisti e politici stranieri ci avrebbero abbandonati. Non immaginavamo di non essere considerati e che nessuno avrebbe parlato della tragedia che stiamo vivendo», afferma Mansoor, comproprietario di un centro culturale che ha sospeso le attività.

Suleiman, pittore e insegnante d’arte ventenne, è rimasto scioccato dopo aver visto che i muri sui quali lui e i suoi studenti avevano dipinto con tanta passione dei murales sono stati ricoperti da bandiere, slogan e volti delle nuove guide del Paese. «Volevamo fare la differenza, portare l’arte alla gente. Ma è tutto perduto», dichiara. Sima, talentuosa suonatrice di «rubab» (strumento tradizionale afghano) e insegnante di musica, non esce più di casa: «Che cosa succederà a tutti quelli che si guadagnavano da vivere con la musica? Che cosa faremo ora?», si chiede, senza reddito da più di un mese.

Nonostante i numerosi appelli da parte del mondo dell’arte, in particolare a Stati Uniti e Gran Bretagna, per la messa in sicurezza degli artisti afghani e dei lavoratori della cultura, non c’è stato nessun cambiamento. Una lettera aperta del gruppo Arts for Afghanistan ha raggiunto più di mille firme, e Leeza Ahdamy, che dirige la piattaforma curatoriale e didattica Asia Contemporary Art Forum (Acaf) con sede negli Stati Uniti, è stata fra coloro che più si sono spesi per diffonderla.

La richiesta non si è tradotta nell’evacuazione degli artisti, ma, secondo Ahmady, ha portato un importante sostegno alla causa da parte di varie organizzazioni artistiche. «Sappiamo chi sono, abbiamo il denaro, ci serve aiuto per superare gli altri impedimenti e mettere al sicuro questi artisti», dice Ahmady, che ha stilato un elenco di 258 artisti e intellettuali afghani in pericolo.

A suo avviso la comunità artistica internazionale può agire esercitando pressione sui politici, ospitando gli artisti, fornendo raccomandazioni per ottenere i visti, creando posizioni lavorative nelle università o nel campo dell’arte e ottenendo il sostegno finanziario e legale necessario. «Il mondo dell’arte è una comunità globale, conclude, e l’unica ragione per cui funziona è l’impegno di ciascuno. Forse qualcuno di questi artisti in futuro potrebbe dare un grande contributo a questo mondo, in un modo o nell’altro. Se parliamo di inclusione, democrazia e giustizia, allora realizziamole davvero passando all’azione».

«Non mi stupisce la mancanza di sensibilità del Governo inglese nel non dare la priorità a queste persone. Hanno ampiamente ignorato chi lavora nella cultura qui e nel loro stesso Paese durante il periodo Brexit-Covid, ma almeno non li hanno uccisi fisicamente, dice Graham Sheffield, ex direttore per l’arte del British Council e attuale presidente dei Help Musicians UK. Qualcosa deve cambiare rispetto ai nostri amici artisti afghani. Abbiamo la responsabilità collettiva di aiutarli, e in fretta».

La comunità artistica francese è forse quella che si è adoperata più efficacemente per gli artisti afghani. A luglio Maria-Carmela Mini, direttrice del festival di Lille «Latitudes Contemporaines», insieme all’artista Kudra Khademi e a Joris Mathieu, direttore del Théâtre Nouvelle Génération di Lione, hanno passato settimane incollati al telefono, coordinando freneticamente la fuoriuscita di un gruppo di 92 artiste di Hazara, nella zona di Bamiyan, storicamente vittima delle più terribili persecuzioni dei talebani. Con le autorità francesi in Francia e sul campo a Kabul sono riusciti a portare 72 artiste e le loro famiglie in Francia.

Mini è in contatto regolare con le restanti 20 artiste che si stanno nascondendo a Kabul, sostenendole finanziariamente e proseguendo il dialogo con le autorità francesi per metterle in salvo. Ma è ben consapevole che ci sono molti artisti non presenti sulla sua lista che vivono ancora nel Paese: «La comunità artistica internazionale dovrebbe fare tutto ciò che è in suo potere per convincere i politici a portare fuori dall’Afghanistan gli artisti in pericolo, aggiunge. Sono il futuro e l’eredità del Paese e dovrebbero essere protetti e apprezzati. E umanamente è la cosa giusta da fare. Sono una semplice cittadina francese e ho fatto quello che potevo, ma una persona da sola non può salvare tutti».

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© Riproduzione riservata «Untitled» (2013) dell’artista afghano Mohsen Hossaini, dalla serie «Melancholy»