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Come funziona il Fondo Edifici del Culto

Lo Stato possiede circa 750 tra chiese e monasteri, oltre a monumenti e siti archeologici, sparsi in tutto il Paese

L’«Estasi di santa Teresa d'Avila» di Gian Lorenzo Bernini nella Chiesa di Santa Maria della Vittoria a Roma

In un futuro prossimo si pagherà davvero un biglietto per entrare in centinaia di chiese e monasteri? L’idea non è nuova, ma fino ad oggi ha avuto un successo limitato. Lo stesso ministro Franceschini nel 2017 aveva pensato di far pagare 2 euro ai turisti che visitano ogni anno il Pantheon di Roma (nel 2019 circa 8 milioni). Ma l’edificio è tuttora una chiesa e la proposta è caduta nonostante l’accordo con il Vicariato. Eppure sono oltre 70 le chiese italiane per le quali è già necessario un biglietto. A Venezia, per esempio, le chiese a pagamento sono 18 con il pass «Chorus».

Il problema si pone ormai con urgenza soprattutto per finanziare le centinaia di importanti chiese di proprietà dello Stato che dipendono dal Ministero dell’Interno per la cui tutela, manutenzione e restauri i soldi non bastano più. Appartengono al Fec, Fondo Edifici del Culto. Non molti sanno che esiste ma, nominato di rado e seminascosto tra le pieghe della burocrazia, lo Stato possiede un immenso patrimonio di importanti, antichi edifici perlopiù aperti al culto: circa 750 tra chiese, Cattedrali, basiliche, sparse in tutta la penisola, ma anche decine di monasteri, strutture monumentali, qualche sito archeologico come le Case romane del Celio e perfino una riserva naturale a Quarto Santa Chiara (Chieti) e una foresta di ben 24mila ettari presso Tarvisio, ai confini con l’Austria. Molti monasteri e chiese, di grande rilevanza storica, contengono anche centinaia di famosi capolavori d’arte di grandi maestri: da Michelangelo a Guido Reni, da Caravaggio al Ghirlandaio, da Gian Lorenzo Bernini a Raffaello, Vasari, Tiziano, Giotto, Donatello e tanti altri.

Il Fondo nacque dopo l’Unità d’Italia dalla soppressione di Ordini religiosi ed enti secolari ecclesiastici e dall’esproprio del loro patrimonio passato dallo Stato della Chiesa al Demanio del Regno d’Italia nel 1866-67. La confisca venne riconosciuta e sancita dal Concordato tra Stato e Chiesa del 1929 e il patrimonio culturale rimase in gestione al Ministero di Grazia e Giustizia fino al 1932 per poi passare al Ministero dell’Interno. Nel corso dei decenni i problemi giuridici e pratici si sono complicati e intrecciati, le responsabilità della gestione divenute incerte e complesse, i fondi insufficienti.

La situazione è cambiata nel 1985 con la legge 222 che ha modificato il Concordato, rinnovato l’assetto per quel patrimonio straordinario e istituito l’attuale Fec, Fondo Edifici di Culto rimasto in gestione al Ministero dell’Interno. Si è però aggravata la drammatica carenza di fondi per gestire l’immenso tesoro nelle mani dello Stato. Il Fec dispone di una cifra risibile: circa 18 milioni all’anno.

Un tempo i fondi per tutela, manutenzione e restauri erano assicurati dalle rendite delle sue proprietà e da contributi privati, divenuti ormai insufficienti e in continuo calo. Lo Stato, proprietario del Fec, lo finanzia direttamente e attraverso le donazioni private che godono delle detrazioni fiscali dell’ArtBonus. Con parte dell’8 per mille Irpef provvede già in parte a tutela e cura degli edifici e finanzia l’organizzazione della Chiesa Cattolica, che, soprattutto attraverso la Conferenza Episcopale Italiana (dotata ora di personalità giuridica civile), provvede a retribuire parroci e vescovi.

Il Fec è comunque fondato su una strana anomalia: proprietà e gestione del suo patrimonio restano affidati non al Ministero dei Beni culturali ma a quello dell’Interno. Non solo: per un’ulteriore anomalia difficile da definire, in quel Ministero la gestione di una porzione tanto rilevante del nostro patrimonio artistico dipende dal Dipartimento per le Libertà Civili e l’Immigrazione che ha quindi altre gravose priorità.

Dal luglio scorso direttore del Fec è l’ex prefetto di Rimini Alessandra Camporota mentre al vertice dell’intero Dipartimento, con 6 direzioni centrali, è l’ex prefetto di Reggio Calabria Michele Di Bari. Nel Dipartimento fino a poche settimane fa vi erano due direzioni parallele che, per una maggiore efficienza, da poco sono state fuse: quella degli Affari del Culto e quella per l’Amministrazione del Fondo Edifici del Culto. «La prima, spiega Di Bari, garantisce libertà di culto, non soltanto alla religione cattolica secondo il Concordato. Pochi mesi fa il ministro Luciana Lamorgese ha sottoscritto documenti che regolano i rapporti con la Conferenza Episcopale e con altre sei confessioni religiose. L’intricato nodo da sciogliere per la seconda deriva dal fatto che il Fec è nato per gestire edifici che fanno parte del patrimonio culturale dello Stato ma non sono musei e nella maggior parte vengono ancora usati per il culto cattolico».

Come è ovvio, questo duplice compito, garantire libertà di culto e gestire importanti beni culturali, è assai delicato e complesso. Ma in base a quali principi il patrimonio del Fec è stato affidato al Ministero dell’Interno?

Secondo Michele Di Bari questa scelta «ha un fondamento funzionale per la contiguità di tale gestione con la materia dei rapporti con le confessioni religiose, anch’essa attribuita al Ministero dell’Interno. La finalità dell’amministrazione del Fec è, infatti, anche quella di assicurare la destinazione delle chiese gestite dal Fec alle esigenze del culto cattolico, attraverso concessioni perpetue alle autorità religiose».

Il Mibact ha comunque un forte ruolo nell’attuale Consiglio d’amministrazione del Fec, composto da 9 membri nominati dal Ministro dell’Interno a fine 2019 e in carica per 4 anni. Tra loro, un direttore della direzione Archeologia, Belle Arti e Paesaggio del Mibact, Alessandra Marino, mentre a presiederlo è il direttore delle Gallerie degli Uffizi, Eike Schmidt. Appena nominato Schmidt ha ricordato le difficoltà economiche del Fec chiarendo che i 18 milioni totali in dotazione del Fondo «vanno almeno triplicati».

L’impegno e il programma del Consiglio è quello di valorizzare i beni del Fondo ma, secondo Schmidt, poiché si tratta di beni culturali e architettonici che restano in primo luogo edifici di culto, l’accesso dei fedeli deve restare gratuito: «Servono investimenti per sicurezza, sistemi antifurto e manutenzione ordinaria e straordinaria». Secondo Di Bari però «il progetto del Mibact sulle tecnologie di sicurezza non sembra per ora riguardare i beni del Fec». Oltre alla vigilanza e alla tutela, il Mibact svolge comunque compiti di progettazione e realizzazione dei lavori di restauro sui beni artistici del Fec: a volte le stesse Soprintendenze li finanziano con risorse proprie.

La gestione del patrimonio del Fondo è complicata anche dalla presenza di singolari enti di diritto privato, le fabbricerie. Di natura giuridica incerta, i loro Consigli d’amministrazione vengono nominati dai vescovi e dal ministro dell’Interno: sono 25, ciascuna con specifiche caratteristiche, e agiscono con denaro proprio e contributi economici pubblici e privati. Nella loro missione rientrano la manutenzione, i restauri e la stessa conservazione di grandi edifici, complessi monastici e chiese cattedrali, tutti del Fec, cioè dello Stato.

Per sostenere questi compiti, in molte cattedrali gestite dalle fabbricerie si paga per vedere i tesori che conservano: Siena, Orvieto, Monreale, Milano, a Firenze Santa Maria Novella, Santa Croce, San Lorenzo, a Verona il Duomo, San Zeno ecc. Ma Michele Di Bari ritiene difficile adottare per tutte le chiese ingressi a pagamento: «Estendere tale prassi a quelle di maggior pregio storico, artistico e culturale (come accade in molti altri Paesi) per sostenere le spese di conservazione del bene non è sempre agevole e incontra le resistenze di fedeli e autorità religiose per la necessità di preservare le esigenze di culto a cui questi edifici sono destinati. Ma il progetto esiste e il dibattito è aperto». In alcune chiese vengono già differenziati gli orari per il culto da quelli per le visite turistiche che consentono la vendita di biglietti.

Il problema più complesso resta però quello di far funzionare i grandi conventi del Fec e garantire la loro manutenzione. I complessi monastici stentano a sopravvivere e manca una soluzione. Intanto il magro bilancio del Fec resta fermo a 18 milioni: «Oggi le attività del Fec, dice Di Bari, sono finanziate dallo Stato attraverso un contributo annuo di 1,6 milioni ed è tra i beneficiari dell’8 per mille Irpef, calcolato in circa 5 milioni per il 2018. Vi sono poi risorse proprie per circa 4,5 milioni che derivano da vendite di immobili, canoni di locazione, valorizzazione delle Foreste di Tarvisio e Santa Chiara, valori mobiliari e uso turistico culturale di edifici di culto e siti ipogei».

Di Bari ricorda anche che nel 2019 sono stati comunque realizzati interventi per circa 12 milioni di euro e cita tra i più rilevanti quelli per le chiese romane di Santa Maria sopra Minerva, Santa Caterina da Siena, Santa Sabina, Sant’Andrea delle Fratte, Santa Maria della Scala; a Firenze, la Basilica di Santa Maria Novella e San Pietro Martire a Napoli. Per mantenere il grande tesoro culturale del Fec, riflette Di Bari, «il problema è di prospettiva: questo patrimonio ha bisogno di una visione, un progetto. Questo è il tema di oggi, ed è essenziale».

Edek Osser, da Il Giornale dell'Arte numero 410, settembre 2020


  • L'ex prefetto Michele Di Bari è alla guida del Dipartimento per le Libertà Civili e l’Immigrazione del Ministero degli Interni, a cui fa capo il Fondo Edifici di Culto

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