Come e dove studiare fotografia in Italia

Cresce l’offerta formativa, ma sono ancora poche le occasioni per lavorare come artisti

Arianna Antoniutti |

Si può insegnare a vedere e quindi a fotografare? Fotografi, curatori e artisti impegnati sul fronte della docenza in Accademie di Belle Arti, Università e Istituti privati fanno il punto sulla didattica e lo studio della fotografia in Italia, ciascuno nella specificità del proprio ambito: storico, estetico, tecnico, artistico e teorico.

La teoria a sostegno della pratica

Francesco Zanot illustra il Master Accademico in Photography and Visual Design della Naba - Nuova Accademia di Belle Arti di Milano, del quale è course advisor leader.
«L’idea di fondo alla base del nostro master è che la teoria deve sempre necessariamente sostenere la pratica. In quest’ottica ogni insegnamento, anche quello propriamente tecnico, è radicato nella teoria. Altra caratteristica importante è l’apertura, l’essere privo di barriere e di confini tra generi. Tra fotografi e curatori iscritti al Master si sviluppa una sorta di gioco dei ruoli, le esperienze sono condivise. Non credo in una scuola che coinvolga esclusivamente esperti di fotografia, è bene che all’interno del percorso siano presenti figure che incidono sul nostro settore pur non riguardandolo direttamente, come artisti, editori e curatori.

Sono i docenti in fin dei conti a fare la differenza, nel segno della ricchezza e ampiezza della didattica. Insegnare a fotografare, tecnicamente è molto semplice, ma il talento non s’insegna. La cosa più complessa, ma fondamentale, è guidare lo studente verso una progettualità, ossia riuscire a tradurre le proprie idee, posizioni e punti di vista in immagini.

All’estero l’insegnamento della fotografia ha una tradizione molto più lunga. Negli ultimi anni sono nate in Italia una serie di proposte, anche di ottimo livello, ancora legate all’idea della fotografia come tecnica, mentre all’estero esistono corsi con uno sguardo più complessivo in cui la fotografia è collocata nel contesto dell’arte contemporanea».

Le lezioni laboratorio di tre artisti insegnanti

Anche l’artista Francesco Jodice è docente del Master del Naba, e nella stessa accademia insegna anche Fotografia nel Biennio di Arti Visive e Studi Curatoriali. Ecco una sua riflessione su che cosa cosa significa essere artista e insegnante.
«Io tendo a confondere letteralmente la mia attività di artista, che interpreto sempre come una poetica civile, con la mia attività di docenza. In tutti gli ambiti cerco costantemente di costruire laboratori culturali, spazi quasi collusivi, per questo vivo l’insegnamento come uno scambio continuo con gli studenti, un confronto reciproco che va al di là della grammatica, pur esistente, docente-allievo. Il mio corso per il Master si chiama «Magazine» ed è un laboratorio il cui obiettivo finale è la produzione di un magazine di fotografia, pubblicato una volta l’anno. Ecco, io penso alla docenza d’artista come a un laboratorio di idee, un laboratorio che produce arte. Ai miei occhi, gli studenti sono delle fucine di sobillazioni e nuovi paesaggi. Questo è il vero punto di contatto fra fare arte e insegnarla».

Antonio Biasiucci, anch’egli artista e docente di Fotografia all’Accademia di Belle Arti di Napoli parla del suo approccio all’insegnamento.
«Il fattore tempo costituisce un problema, per cui diventa fondamentale la capacità di coinvolgere gli studenti. La domanda che pongo loro è “Che cos’è importante per te in questo momento della tua vita?”. È un approccio che in principio li disorienta, perché i ragazzi, soprattutto in Accademia, sono abituati a eseguire un compito che viene loro assegnato, per cui passa molto tempo prima che sviluppino un vero e proprio percorso personale. Ma questo quesito li obbliga a pensare e porta sempre ottimi frutti.

Quello che cerco di trasmettere ai miei studenti, fondamentalmente, è un metodo di lavoro, che per me nasce dal teatro sperimentale di Antonio Neiwiller e che mi ha guidato, nel 2012, nella creazione del Laboratorio Irregolare, un’azione di volontariato in cui scelgo otto giovani fotografi e li seguo per due anni a cadenza bisettimanale. Quanto appreso in teatro l’ho trasportato nell’insegnamento: è un metodo basato sulla ripetizione di un’azione, che via via diventa sempre più essenziale. Io instauro da subito una forma laboratoriale, un rimettere in discussione ogni volta quanto si è fatto in precedenza. Si ripete il gesto, si ritorna sullo stesso soggetto, perché il ritornarci ti costringe a porti altre domande, a produrre immagini più scarne, ti spinge a creare dei legami tra un’immagine e l’altra. Questo è ciò che reputo davvero formativo
».

Per Alessandra Spranzi, artista visiva che insegna Fotografia all’Accademia di belle arti di Brera, la discussione e il confronto con gli studenti sono alla base della didattica.
«Oltre a un corso di fotografia per gli studenti del triennio, insegno al secondo anno del biennio di specializzazione, rivolgendomi a studenti che stanno per concludere il proprio ciclo di studi. Il corso si configura come un laboratorio e parte dal desiderio che i ragazzi facciano i conti con ciò che davvero li tocca. Il mio ruolo è quello di un interlocutore più avanzato, che può aiutarli a mettere a fuoco quanto stanno facendo. Cerco, anche se questo in assoluto non è possibile, di mettermi da parte come artista.

Quasi mai tengo lezioni su argomenti scelti da me, piuttosto sollecito, da parte degli studenti, l’individuazione di tematiche di loro interesse. Non amo l’immagine delle scuole d’arte come luoghi in cui si danno dei temi e gli studenti devono rispondere. Io propongo esercizi che fungano da spunto per riflessioni, per il resto aspetto che le sollecitazioni vengano da loro. Nel momento in cui si studia arte e non si è più agli inizi è necessario capire a che punto si è, guardarsi e comprendere quello che si desidera. È indispensabile per entrare nella complessità della fotografia, intesa sia come storia sia come pratica
».

L’importanza della storia

Angela Madesani curatrice, storica dell’arte, e docente di Storia della fotografia allo Ied di Milano ci parla dell’importanza di una formazione storica.
«Non ci si può occupare di fotografia e più in generale di arte se non si conosce ciò che ci ha preceduto. Insegno da molti anni Storia della fotografia, che all’interno dello Ied è una materia fondamentale, biennalizzata. Una formazione storica è necessaria, i giovani hanno bisogno di vedere, ma anche di studiare quanto è stato fatto prima di noi. Il mezzo fotografico è relativamente recente, avendo alle spalle circa duecento anni di una storia che di anno in anno diventa più lunga.

Nelle mie lezioni parto dagli esordi della fotografia e arrivo ad affrontare autori contemporanei. Altro punto su cui insisto molto è l’interdisciplinarietà. Per me storia della fotografia significa storia della filosofia, della letteratura e dell’arte: è lo Zeitgeist di un’epoca.
In questo senso non possiamo guardare alla parabola di una singola disciplina come se fosse altro da noi. Vista la mia formazione per me è fondamentale l’analisi di quelle figure che si sono sempre confrontate con l’arte del proprio tempo, penso a Man Ray o al Bauhaus, ma anche ai fratelli Cavalli. In questo senso ritengo che la scuola debba essere un dialogo fra le varie dottrine, un dialogo che aiuti gli studenti a individuare un proprio percorso e ad acquisire un metodo di lavoro.

A mio parere oggi si produce sin troppo, agevolati dalla tecnologia tanto facile e accessibile, ma comprendere sino in fondo il nostro campo d’indagine ci consente di esprimerci in maniera più complessa, più articolata. Mi preme che i ragazzi, prima di realizzare uno scatto, riescano a dare un senso a ciò che stanno facendo
».

Dalla scuola al museo

Claudia Löffelholz, responsabile della Scuola di Alta Formazione di Fmav - Fondazione Modena Arti Visive, illustra le caratteristiche teoriche e pratiche del Master sull’Immagine Contemporanea di Fmav e le prospettive professionali per chi lo frequenta.
«Il Master è dedicato alla formazione di giovani artisti, con uno sguardo specifico sulla fotografia in tutte le sue declinazioni, fino all’immagine in movimento.
Questo approccio che affonda le radici nella storia della nostra istituzione e della nostra città, Modena, è unico nel suo genere, come unico è il modo in cui lavoriamo, in circolarità con le altre attività di Fmav invitando, accanto agli altri docenti del corso, gli artisti internazionali che partecipano all’attività espositiva della fondazione a intervenire come Visiting Professor.

Gli studenti interagiscono inoltre con le collezioni di Fmav, usufruiscono delle numerose opportunità di collaborazione con istituzioni e residenze artistiche e hanno l’occasione di sperimentare ed esporre le proprie ricerche nella mostra finale nel contesto istituzionale di Fmav.


La carriera di un artista è molto diversa dalle altre, come sappiamo. I nostri studenti imparano a confrontarsi, lavorare, rielaborare, sviluppare, includere nella propria pratica l’immagine contemporanea, sia essa fotografica sia in movimento; immagine che è al centro sia del lavoro dell’artista sia di altre strade professionali nel mondo della cultura e della comunicazione.

La qualità della formazione artistica in Italia è migliore della sua reputazione. La differenza tra l’Italia e l’estero sta nel fatto che spesso all’estero esistono condizioni migliori per lavorare come artisti. In Italia manca una rete solida di supporti, risorse, occasioni e bandi e un riconoscimento del loro lavoro nei vari contesti».

I nuovi scenari dell’iconosfera

Carlo Sala, critico d’arte e curatore, docente al Master Iuav in Photography a Venezia, spiega qui le differenze tra insegnamento della fotografia in Italia e all’estero.
«Il corso è il primo Master pubblico in fotografia del nostro Paese, avviato cinque anni fa dall’Università Iuav con l’ideazione e la guida scientifica di Stefano Graziani e Andrea Pertoldeo. Il Master, che alterna i momenti teorici allo sviluppo della pratica autoriale, è ora strutturato attorno all’idea di viaggio attraverso una serie di residenze lungo il territorio italiano dove gli studenti sono accompagnati a svolgere una serie di laboratori di fotografia, con una particolare attenzione alla progettazione e cura del fotolibro. Tra i vari colleghi docenti voglio ricordare José Pedro Cortes, Armin Linke, Mario Lupano, Bas Princen e Angela Vettese.

Storicamente il sistema della fotografia in Italia ha avuto parecchie lacune, in parte colmate nell’ultimo decennio con l’avvento di nuovi festival e opportunità formative di qualità.
Oggi dinanzi alla fotografia si aprono una serie di nuovi scenari mediali e teorici a cui la formazione italiana deve necessariamente rispondere per adeguarsi al dibattito internazionale che ruota attorno al concetto di "iconosfera", un contesto dove le immagini non si limitano a essere una mimesi del reale, ma contribuiscono a darne forma condizionando scelte, orientamenti ed emozioni.

Chi si occupa di fotografia deve avere bene in mente le parole del grande studioso John Berger quando sosteneva che “ogni immagine incorpora un modo di vedere” che per sua stessa natura non può essere neutrale, e deve cercare di comprendere pienamente l’influenza del visivo nel nostro quotidiano
».

La fotografia delle opere d’arte

Carlo Vannini, fotografo e docente (fra l’altro) di Fotografia per i beni culturali all’Accademia di Belle Arti di Bologna, illustra le caratteristiche del corso sulla fotografia di opere d’arte.

«Dico sempre ai miei allievi che non esiste una specifica fotografia per i beni culturali: il mio è essenzialmente un corso di fotografia in cui cerco di dare delle basi affinché gli studenti possano realizzare scatti che restituiscano i soggetti nel modo in cui desiderano evidenziarli. Quello che cerco di trasmettere è essenzialmente la tecnica, comprendere la luce, capire come gestire il mezzo fotografico e come governare al meglio gli strumenti digitali che abbiamo a disposizione».

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