Camminare sul Paradiso

Il pavimento del Duomo di Siena, compendio di Sapienza e di Divina bellezza, verrà scoperto nel mese di luglio e tra la metà di agosto e la metà di ottobre, ed è oggetto di un bellissimo libro

Un particolare del pavimento del Duomo di Siena L’interno del Duomo di Siena Il pavimento del Duomo di Siena visto dall’alto
Arabella Cifani |  | Siena

Dal 27 giugno al 31 luglio e dal 18 agosto al 18 ottobre, la Cattedrale di Siena scoprirà al pubblico il suo pavimento a commesso marmoreo, una delle più vertiginose creazioni artistiche italiane, famoso in tutto il mondo ma molto fragile, e pertanto solitamente coperto affinché il calpestio dei visitatori non lo possa consumare.

Poche chiese nel mondo eguagliano il Duomo di Siena per splendore e stratificazione secolare di capolavori d’arte. Le folle di turisti che lo attraversano per la maggior parte ne capiscono poco; ma per comprendere questa arte è necessaria una alfabetizzazione nel settore, anche minima, che un tempo era patrimonio comune ma che oggi non è più oggetto di studio neanche nelle scuole (e a volte neanche nelle Università di settore). Ma a chi abbia letto anche solo qualche libro, a chi abbia sentito parlare dell’esistenza di un’anima non solo animale ma anche spirituale, contemplare questo luogo sacro potrebbe far venire il sospetto di trovarsi direttamente alle soglie del Paradiso, anzi, di camminarci sopra.

Nel libro dei Proverbi si legge: «La Sapienza si è costruita la casa, ha intagliato le sue sette colonne» (9,1), ed è certo dopo aver letto questa frase che i senesi, a partire dal 1179, decisero di costruire la loro cattedrale e di mettere insieme una mole immensa di pietre lavorate, tornite, scolpite, di vetrate colorate, di cori intagliati, di affreschi, di dipinti. Il pugliese Nicola Pisano, sommo artista dell’Italia medioevale, nel 1259 lo ornò di un pulpito, per il quale le parole sono tutte obsolete; suo figlio Giovanni ingemmò di statue splendide la facciata.

E poi come fecero nel tempo a radunarvi dentro opere di Duccio di Buoninsegna, Lorenzetti, Donatello, Michelangelo, Bernini, Pinturicchio? Che cosa muoveva questi artisti? E che cosa muoveva una intera città che nel suo Duomo si riconosceva e si identificava? Avessimo ancora oggi questo anelito ideale che univa tutto un popolo, signori e popolani, con il desiderio di scalare il cielo salendoci dalle guglie di una cattedrale. Era un desiderio che poteva spostare le montagne.

Nel 1339 si ebbe l’idea di ampliare il Duomo, facendo in modo che quello esistente divenisse il transetto di un edificio di proporzioni incredibilmente più grandi. La peste nera del 1348 e la progressiva perdita della potenza economica della città fecero il loro corso e calmarono i bollenti spiriti. Di quell’edificio oggi si erge solo la navata destra e una facciata monca detta il «Facciatone». Comunque quello che avevano cominciato a fare è stato più che sufficiente per sistemarci dentro il non piccolo Museo dell’Opera del Duomo. I senesi però volevano di più. Un pavimento del Duomo, liscio, a quadrelle di marmo a loro non garbava e, a partire dalla seconda metà del Trecento decisero di coprirlo con 56 riquadri a tarsia marmorea per un totale di 1.300 metri quadrati. Il lavoro durò più di quattro secoli, dal Trecento all’Ottocento.

A questo pavimento, sul quale si deve camminare solo in punta di piedi, è stato dedicato ora un magnifico libro, frutto di oltre trent’anni di studi di Marilena Caciorgna, docente di iconografia e tradizione classica dell’Università degli Studi di Siena, molto attiva nell’ambito della valorizzazione del patrimonio artistico dell’Opera del Duomo. Il volume, splendidamente stampato e curato sul piano grafico, di grande profondità scientifica, storica e teologica, è lavoro ampio e articolato, che spiega il non semplice messaggio che da quel pavimento promana. Esso è infatti il risultato di un complesso programma iconografico realizzato attraverso i secoli, i cui cartoni preparatori furono disegnati da grandi artisti, quasi tutti senesi: il Sassetta, Domenico di Bartolo, Matteo di Giovanni, Domenico Beccafumi, con un intervento dell’umbro Pinturicchio, autore del celebre riquadro con il Monte della Sapienza, raffigurazione simbolica della Via verso la Virtù.

Il percorso si apre con l’iscrizione d’ingresso, davanti al portale centrale, un invito a entrare castamente, ovvero con reverenza e umiltà, «Caste memento ingredi» nel «Virginis templum», la casa di Maria, a testimonianza del forte legame che i cittadini senesi hanno da secoli con la loro patrona e signora. Camminare sul pavimento era dunque un atto religioso e un percorso di fede in cui nulla era casuale. Poiché la Madonna è la «Sedes Sapientiae», la tarsia seguente è quella, celebre, di Ermete Trismegisto, il sapiente egiziano, il primo grande teologo dell’antichità. Seguono filosofi come Socrate e Cratete nella tarsia del Pinturicchio, Epitteto, Aristotele, Seneca ed Euripide che corredano la Ruota della Fortuna e invitano al distacco dai beni terreni, superflui e ingombranti, per dedicarsi al pensiero spirituale.

Dopo essersi purificati attraverso questa prima fase di meditazione si passa a un itinerario biblico nel quale spiccano le tarsie di Domenico Beccafumi, che per il Duomo di Siena rinnovò la tecnica del commesso marmoreo. Invece di utilizzare pietre di vario colore, Domenico accostò marmi di sfumature diverse riuscendo a ottenere effetti quasi pittorici che paiono realizzati con la tecnica silografica o come pitture monocrome. L’esito si vede particolarmente bene nella tarsia in cui Mosè fa scaturire l’acqua dalla roccia, che si inserisce tra i due pilastri che sorreggono la cupola, verso il presbiterio.

Molte sono le scene indimenticabili che si susseguono: da quella con le Sette età dell’uomo, dalla Pueritia alla Decrepitas, che evoca il Salmo 89 della Bibbia, invitando tutti a soffermarsi sulla brevità del vivere umano: «Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti, e il loro agitarsi è fatica e delusione; passano presto e noi voliamo via»; a quella, emozionante, della Strage degli Innocenti di Matteo Di Giovanni realizzata con un’eccezionale regia coreografica e da secoli oggetto di ammirazione da parte dei visitatori avveduti. Negli urli e negli scomposti movimenti delle donne disperate, nei corpicini esanimi degli infanti si riflettono tutte le stragi di innocenti del mondo.

Dobbiamo però constatare che dalla meditazione di una così orrida scena di morte l’artista ha saputo creare vita, animando la pietra. Il pavimento del Duomo di Siena invita a sognare sogni potenti, a pensare, a trarre energia dalle sue forme, a essere partecipi di una bellezza che pare riflettere e concentrare quella del creato. Il tappeto fiorito di marmi declina un messaggio ancor oggi valido, un invito costante alla Sapienza (quella vera), che muove dalle navate animate dai protagonisti del mondo antico (scapigliate sibille, meditativi filosofi), fino ai soggetti biblici sotto la cupola, nel presbiterio e nel transetto.

Calpestare questo Paradiso è dunque un viaggio, quasi dantesco, un’iniziazione in una selva simbolica, alla ricerca dei più elevati valori dello spirito umano. Un distico posto sulla testa della tarsia con la Sapienza recita: «O uomini, affrettatevi a venire quassù, salite l’aspro colle, un valido premio alla fatica sarà la palma che da serenità». Un percorso da fare, dunque, quello di camminare sul Paradiso del Duomo di Siena, alla ricerca di una visione superiore della vita e dell’essere, e per tornare diversi.

Un libro di Marmo. Il pavimento del Duomo di Siena,
di Marilena Caciorgna, 312 pp, ill. a col., Sillabe, Livorno 2023, € 39

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