Avevo iniziato con Lucian Freud

La storia di Arialdo Ceribelli, impazzito per Ferroni, protagonista di una Bergamo sempre più vivace

Arialdo Ceribelli nel cortile della sua galleria a fianco della scultura di Antonietta Raphaël Mafai
Jenny Dogliani  |

Piranesi, Dürer, Rembrandt, Manet, Goya. È difficile pensare ai grandi nomi che si sono dedicati all’incisione senza citare Arialdo Ceribelli. Critico, collezionista e curatore, che nel 1993 ha aperto a Bergamo la sua galleria (con Lucian Freud), Ceribelli è dietro a molte tra le più importanti mostre di grafica organizzate in Italia. Un punto di riferimento anche per l’arte contemporanea, che segue con passione e competenza lontano dalle mode del mercato. A lui si deve l’Archivio Gianfranco Ferroni, che il prossimo ottobre arricchirà Bergamo, una città culturalmente sempre più vivace. A celebrare Gianfranco Ferroni (1927-2001) nel ventennale della scomparsa, è anche la prima mostra a cui collabora il neonato Archivio, «La durata della memoria», in Palazzo Bassi Rathgeb a Bergamo, dal 6 ottobre al 15 dicembre, curata da Chiara Gatti e Arialdo Ceribelli, con una trentina tra dipinti, disegni e incisioni relizzati da Ferroni negli anni Settanta.

L’Accademia Carrara, la GAMeC, i borghi storici, l’Università, un festival di fotografia «Fotografica», gallerie internazionali: dalla sua, che ha fatto e che ancora fa scuola, ai giovani che hanno aperto in città e non a Milano, come Thomas Brambilla. Andrea Mastrovito, Giovanni Ozzola, Adrian Paci, Alessandro Verdi, tanti artisti legati a Bergamo. Un aeroporto con scali da tutta Europa. Arialdo Ceribelli, com’è cambiata la sua città negli ultimi 30 anni?
È cambiata. È diventata molto turistica. Non ci sono le masse, ma c’è movimento, anche grazie all’Accademia, alla GAMeC, alle iniziative che si fanno. Chi va a Milano fa un giro anche qui. È positivo. Penso che crescerà ancora, bisogna assestarsi con tutte le iniziative e con la nuova Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea (la GAMeC ha festeggiato i 30 anni con la presentazione del progetto preliminare del futuro polo culturale che diventerà nel 2025, l’inizio lavori è previsto nel 2023, con un budget di circa 13 milioni di euro, Ndr).

Per molti anni ha lavorato nella casa editrice Minerva Italica e come critico e curatore. Perché è diventato gallerista?
Il lavoro alla casa editrice mi piaceva moltissimo, facevo ricerca iconografica ed ero indipendente. Il giorno stesso in cui è cambiata la proprietà mi sono licenziato, perché da Bergamo l’hanno trasferita a Milano. Ma l’idea la stavo già coltivando, collezionavo grafica antica. Ho aperto con una mostra di incisioni di Lucian Freud. Ho fatto il catalogo generale della sua opera incisoria (1946-95) e un’edizione con la Marlborough. La mostra era curata da Craig Hartley, direttore della Galleria d’Arte di Cambridge e biografo di Freud. Freud era un tipo eccentrico, rifiutò una mostra alla Marlborough e la fece con me a Bergamo, un perfetto sconosciuto, che non aveva ancora aperto la galleria.

Com’è avvenuto il passaggio dalla grafica antica a quella contemporanea?
Collezionavo solo la grafica antica, ero arrivato ai grandi nomi: Dürer, Rembrandt, Goya, Lorrain. Verso il 1975, nello studio londinese di Lino Mannocci (grazie al quale avevo conosciuto Hartley) vidi un’incisione di Gianfranco Ferroni. Quell’incisione mi diede la svolta. Mannocci era un pittore bravissimo e un grande esperto di grafica antica, nel 1988 aveva curato il catalogo generale della grafica di Claude Lorrain con la Yale University.

E l’arte contemporanea?
Da lì è nato anche il contemporaneo. Quando ho aperto la galleria sono stato più sul contemporaneo, dipinti e disegni, ma anche sculture (Claudia Marchetti, Irene Guston, Antonietta Raphaël). Di grafica contemporanea ho fatto solo una mostra, con i fogli di Freud, Picasso, Morandi e Ferroni. Ogni tanto faccio ancora mostre di grafica antica.

A quali mostre è più legato?
Faccio due o tre mostre all’anno. Sono molto legato a quelle con Lino Mannocci, Giuseppe Biagi, Giuseppe Bartolini e Gianfranco Ferroni, li seguivo già da fine anni Settanta; nel 1984 avevo organizzato due mostre della Metacosa (di cui tutti e quattro facevano parte), una a Viareggio, a Palazzo Paolina, e una a Bergamo, al Teatro Sociale. Ho fatto anche mostre di Tullio Pericoli (incisioni, dipinti e disegni) e il catalogo generale della sua opera incisa.

Come sceglie gli artisti?
Non seguo le mode. Ho sempre fatto le cose che mi piacciono. Se qualcuno mi interessa lo seguo, vedo se va avanti nella ricerca, se cambia. Se trova la formulina piacevole non mi interessa. Resto sempre sul figurativo, a parte uno scultore, Giuliano Giuliani, che è abbastanza astratto, ma lavora il travertino in modo incredibile. L’ho fatto conoscere a Mario Botta che gli ha commissionato amboni e fonti battesimali straordinari.

Le sue mostre sono sempre con cataloghi.
L’eredità della casa editrice mi ha portato sempre a pubblicare le cose: il catalogo rimane.

C’è in progetto il primo catalogo generale di Gianfranco Ferroni.
Me ne occuperò insieme a mia figlia Marta, ci vorranno due o tre anni.

Com’è nato il sodalizio con Ferroni?
Collezionando le sue opere ho cominciato a frequentarlo e col tempo è nata l’amicizia. La prima volta mi ha regalato un’incisione e ho capito che non dovevo più chiederle a lui, ma a chi lo rappresentava, Finarte, cioè Casimiro Porro, o alle gallerie dove faceva mostre.

Com’era?
Abbastanza introverso, ma se si apriva era davvero piacevole. Per un po’ ha vissuto a Bergamo, in una bellissima casa vicino a un campo di bocce, aveva una passione per le bocce. Se qualcuno andava nel suo studio e guardava le cose superficialmente non entrava più. Era autodidatta, gli piaceva dipingere, apriva dei cicli e li chiudeva, anche se in quel momento vendeva. Non era legato al denaro. Era molto rigoroso nel suo lavoro.L’ho visto distruggere opere che io sono «rimasto lì». Era difficile vederlo lavorare, quando entravo nello studio copriva l’opera con un foglio. Alla Biennale del 1968 è stato l’unico a tenere i quadri girati per tutta la mostra, gli altri artisti lo avevano fatto solo all’inaugurazione per protesta contro le violenze della polizia. Stimava Bacon e Giacometti e gli antichi, il massimo era Veermer.

Lo conoscono all’estero?
Non tantissimo. Ha fatto mostre a Londra e Parigi, ma i suoi mercanti collezionisti erano gelosi della sua opera. Mario Roncaglia (che ha portato Bacon in Italia) preferiva tenere i suoi quadri per sé. Anche Porro aveva in casa dei bellissimi Ferroni. In Italia ha fatto mostre importanti tra cui una a Trento con Federico Zeri e due a Palazzo Reale a Milano, una con Daverio e una con Sgarbi. Per i 20 anni della morte ce ne sarà una a Palazzo Bassi Rathgeb a Bergamo in autunno, con un catalogo edito da Allemandi. Nel 1997 per i 70 anni di Ferroni, con Maria Grazia Recanati avevo pubblicato un libro di 420 pagine su tutta la sua vita. Nel 2002 Elisabetta Sgarbi gli ha dedicato il film «La notte che si sposta - Gianfranco Ferroni», presentato alla 59ma Mostra del Cinema di Venezia.

Nascerà a Bergamo anche l’Archivio Gianfranco Ferroni.
In ottobre, tutti gli atti sono pronti. Raccoglierà opere, documenti, testi scritti, corrispondenze, fotografie (costruiva i suoi soggetti, li fotografava, sviluppava le foto, dipingeva e rifotografava). C’è tantissimo materiale, già catalogato, raccolto in 30 anni da me, Ruggero Montrasio, Casimiro Porro e suo figlio Michele. A breve ci sarà anche un sito web cui potranno fare riferimento i collezionisti. Il catalogo generale progredirà con il lavoro dell’archivio.

Prossime mostre?
In primavera: Lino Mannocci, recentemente scomparso, una mostra che avevo già programmato con lui, e Roberto Giavarini.

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