Archeologia preventiva: come funziona in Francia

Dal 2002 l'Inrap realizza indagini diagnostiche e scavi sui siti interessati da progetti urbanistici e architettonici per conciliare ricerca archeologica e sviluppo del territorio

Gli scavi archeologici del sito de La Robine a Narbona, realizzati dall’Inrap nel 2020
Luana De Micco |

L’Inrap, l’Institut national des recherches archéologiques préventives che fa capo in Francia ai Ministeri della Cultura e dell’Insegnamento superiore e della Ricerca, è nato nel 2002 con l’obiettivo di «conciliare le esigenze della ricerca archeologica con lo sviluppo del territorio», realizzando indagini diagnostiche e scavi sui siti interessati da progetti urbanistici e architettonici (su terra o sott’acqua).

«In Francia queste esigenze non sempre coincidono con la tutela, spiega Giulia De Palma (Bari, 1983), dal 2017 responsabile del polo Ricerca e valorizzazione scientifica della Direzione scientifica e tecnica. La stratificazione archeologica viene indagata, documentata scientificamente e poi quasi sempre rimossa. È rarissimo che intervenga un progetto di tutela. Ma questo è dovuto alla natura dei siti indagati, spesso in cattivo stato di conservazione. In questi casi, l’interesse di conservare i resti emersi dallo scavo, per mostrarli al pubblico, è minimo.

Nel caso dell’Italia, che possiede un patrimonio archeologico straordinario, ricco e diffuso, le necessità potrebbero essere altre. Non è solo una questione di qualità, ma anche di densità del patrimonio archeologico. Questa ricchezza italiana alimenta il bisogno di una struttura nazionale, simile all’Inrap, ma ancora più grande e capillare, a mio avviso, adeguata alle specificità italiane
».

In Francia, circa 700 chilometri quadrati di territorio sono interessati da lavori di costruzione (strade, ferrovie ecc.). Ma in media, solo meno del 10% dei siti viene sottoposto a diagnostica e meno del 2% presenta un interesse archeologico tale da giustificare uno scavo. «In Italia saremmo su valori diversi». L’Inrap ha un budget annuo di circa 160 milioni di euro. Nel 2019 ha realizzato 1.788 analisi diagnostiche e 227 scavi.

Archeologi dell’Inrap lavorano attualmente a Parigi sul cantiere della Cattedrale di Notre-Dame. Collaborano anche all’estero per esempio sul sito di Petra in Giordania e, in Italia, a una missione coordinata dal Louvre, in collaborazione con la Soprintendenza archeologica di Roma, sul sito dell’antica Gabii. La Direzione dove lavora Giulia De Palma svolge un ruolo di supervisione delle attività sul campo e di ricerca, oltre che di prospezione verso l’archeologia di domani, per esempio realizzando la transizione digitale.

La possibilità di applicare ai cantieri procedure uniformi su tutto il territorio è uno dei vantaggi di un organismo nazionale di archeologia preventiva: «Ma l’Inrap resta un operatore ed è libero solo in parte. Il ruolo centrale è riservato allo Stato, che emette norme tramite i Servizi regionali dell’archeologia, per esempio sulle procedure di registrazione dei dati sul campo e l’inventario dei materiali. Norme che possono variare da una regione all’altra e a cui l’Inrap si deve adeguare».

Sono i Servizi regionali, sulla base della Carta archeologica nazionale, creata negli anni Settanta, che stabiliscono se occorre o meno eseguire uno studio diagnostico: «È una fase chiave. Solo l’Inrap, che interviene su tutti i contesti archeologici, e gli enti locali abilitati possono realizzare l’indagine diagnostica, finanziata dallo Stato. Poi, sulla base del rapporto finale, sono i Servizi regionali a decidere se effettuare o no lo scavo».

In caso di scavo, viene organizzata una gara d’appalto, aperta a operatori pubblici e privati abilitati. La scelta dell’operatore spetta al costruttore, che si fa carico delle spese degli scavi. Giulia De Palma, pugliese, ha studiato tra Roma e Parigi prima di rivestire un posto di responsabilità all’interno dell’Inrap.

Secondo lei, il vantaggio di un ente nazionale di archeologia preventiva riguarda anche lo sbocco professionale che esso rappresenta per i neolaureati e dottorati: «Un organismo come questo dà dignità alla professione. Gli archeologi italiani sono estremamente qualificati e sono molto apprezzati ovunque, anche qui in Francia. Ma in Italia le prospettive professionali sono poche, i posti sono scarsi e i concorsi rari. Il mondo del lavoro non riesce ad assorbire tutti. In Francia, l’Inrap, come il Cnrs, Centre national de la recherche scientifique, e le università, si aprono a nuove candidature tutti gli anni. Non sono tante, ma si può contare su bandi annui».

© Riproduzione riservata
Altri articoli di Luana De Micco
Altri articoli in ARCHEOLOGIA