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Almeno non mi hanno arrestato

Imputato nel processo sui «falsi Dadamaino», ma poi assolto perché «il fatto non sussiste». Flaminio Gualdoni racconta

Dadamaino nello studio di via Boito a Milano nel 1960

Almeno non mi hanno arrestato. Magra consolazione, visti i quasi cinque anni e mezzo di groppo continuo allo stomaco e la folla di seghe mentali con cui ho convissuto, e tutte le cose umilianti che ho affrontato nel mio lavoro: non scorderò mai l’espressione di una magistrata tosta che mi voleva incaricare di una consulenza importante (mi considerava uno studioso serio e autorevole, pensa un po’) alla quale dovetti raccontare che ero sotto processo per associazione a delinquere. Poi hanno assolto me e tutti gli altri perché il fatto non sussiste, ma sono contento solo moderatamente, e cerco di spiegare perché. Non voglio menarla con i miei fatti personali: credo che sia più utile un sintetico manualetto su come funzionano certi meccanismi quando la Giustizia si occupa del mondo dell’Arte.

Premessa: l’accusa era di aver certificato come autentici, ben sapendo che non lo erano, un buon numero di «Volumi» della mia defunta amica Dadamaino che provenivano dai fondi della storica rivista «D’Ars», in combutta con l’Archivio della medesima Dada, gestito da due eredi, e con un gruppetto di persone la gran parte delle quali non avevo mai visto né conosciuto.

Salto la scena madre dei Carabinieri che suonano il campanello all’alba e vogliono sequestrare i «miei» volumi, ma si astengono dal portarsi via l’unico che possiedo mica perché è pubblicatissimo (Dada in vita), ma perché è di tela grezza e questo li confonde: loro sono in caccia «solo di “Volumi neri”». Capisco da subito che ho a che fare con una vicenda ai confini della realtà, con gente che manco ha letto su internet chi diavolo fosse l’artista, ma il bello vero inizia quando ho accesso ai faldoni con tutte le indagini svolte e vi riconosco un meccanismo che, da vecchio abitante del mondo dell’arte, ho già visto manifestarsi in altre occasioni.

Penso subito al «teorema Calogero» che aveva animato la mia gioventù e ormai è diventato un classico di molte indagini: questi hanno deciso a priori che si tratta di opere false e mettono insieme solo i passaggi funzionali alla loro tesi, ignorando bellamente ogni altro dato. Raccolgono un po’ di testimonianze di gente «esperta» e riescono a sostenere due cose contemporaneamente, peraltro in contraddizione tra loro: qualcuno dice che Dada i «Volumi» non li ha mai fatti, altri che li ha fatti, ma pochi pochi. Ci sono documenti storici al riguardo pubblicati per ogni dove, ma pare brutto leggerli.

Vanno bene entrambe, due tesi «is megl che uan» come diceva la pubblicità: sentono anche il vecchio grande Alberto Biasi, che allora con Dada c’era davvero e testimonia cose sensate, ma non se lo filano neanche di striscio. Meglio qualche gallerista neanche un po’ disinteressato e qualche mio collega che parla per sfogare vecchie frustrazioni e per spararsi le pose: non faccio nomi, per carità, tanto li sanno tutti. Mi confermo in questa occasione che il grado di ignoranza belluina e di chiacchiera da bar del nostro ambiente, galleristi in testa, è a livelli indicibili, un po’ come quando io mi picco a vanvera di saperne di ciclismo. Ma, si dice, «tutto fa», e loro mettono insieme cose la cui consistenza fa ridere.

Un ulteriore capitolo del manuale è che ci infliggono (in realtà si infliggono) quattro mesi di intercettazioni in cui mercanti e affini dicono solo cose ovvie e banali, ma è un passo per loro importante: se indagano per associazione a delinquere possono fare le intercettazioni e da lì sperano di solito di trovare qualcosa, magari qualcos’altro ma pur sempre qualcosa.

Mi pedinano (!) e qui nasce una gag che trovo, a modo suo, esilarante: vado con i due eredi di Dada alla galleria Tornabuoni di Milano cui hanno offerto dei quadri (sì, proprio quella che ha le sue ampie vetrine a pochi passi dalla Questura, quindi non proprio un luogo ideale per delinquere) e vedo dieci opere dicendo che per sette non vedo problemi mentre su altre tre ho dei dubbi, quindi i galleristi sanno cosa scegliere.

Il geniale inquirente che mi pedina, uno che si sente l’ispettore Callaghan e per fortuna dell’Arma ora è solo un ex carabiniere, commenta per iscritto: «Si ritiene che queste 3 opere fossero talmente mal realizzate dai falsari da sconsigliarne la loro autenticazione». A parte i rapporti controversi con la lingua italiana, siamo ai confini della realtà. Oltretutto è offensivo: maccome, decidi che sono un delinquente, e mi consideri così coglione?

Se è per quello non è male anche la faccenda di una signora che avrebbe raccontato di aver comprato dei «Volumi» perché mi ha visto in una galleria, il che mi vale un altro capo di imputazione, anche se lei stessa in aula dice chiaramente che non mi ha mai rivolto la parola. Su questo dovrei lavorarci sopra, se si sa in giro potrei farmi pagare dai mercanti per stare a cazzeggiare da loro, così la gente mi vede e viene colta da un metafisico irrefrenabile desiderio di comprare quadri. Sarei un po’ come Padre Pio, nel mio genere e nel mio piccolo. Tant’è.

Poi viene il capitolo ulteriore della conferenza stampa. Un carabiniere impennacchiato svela al colto e all’inclita che hanno smascherato una pericolosa banda di falsari che hanno messo in giro oltre 600 opere tutte autenticate e tutte false, per un giro d’affari di «decinaia» di milioni. Sputtanamento generale, ma è proprio l’effetto che qualcuno vuole.

La verità, quando verrà accertata, sarà assai diversa e meno interessante. La verità è, ovviamente, che Dada i «Volumi» li ha fatti e fatti fare dai suoi assistenti per tutta la vita, cosa che peraltro già sapevano anche i sassi: e oltretutto il numero, anche a prender per buono il loro (sono molti meno: bastava contare, ma non è che avessero voglia di farlo bene), non è mica chissà che, visto che, per dire, il catalogo ragionato di Fontana elenca 1.512 «Tagli», quello di Scheggi, uno morto a 31 anni, 671 opere, quello di Scanavino, morto a 64, circa 7mila.

Diventiamo, gli eredi di Dada e io, ufficiosamente delinquenti, ai convegni sul ruolo degli archivi veniamo citati come esempi negativi per eccellenza. Già, gli archivi: che sarebbero quei luoghi dove gente esperta detiene e studia (sottolineo studia) e conosce (sottolineo conosce) tonnellate di documenti, ma ormai la vulgata è che essi siano una specie di «ufficio timbri» retto da passacarte che rilasciano carte d’identità funzionali al mercato. Sarò un fesso all’antica, ma dalle parti di Dada si agisce alla vecchia maniera (dopo di me è venuto Paolo Campiglio, Università di Pavia, per dire), e che conoscere a fondo il lavoro di Dada sia diventata una colpa e non un merito mi lascia francamente stordito.

Non hanno tempo di contare i quadri, ma neanche di verificare se quelli che sequestrano (random, visto che la fabbrica dei falsi, se pure l’hanno davvero cercata, non l’hanno ovviamente trovata) li abbiamo davvero archiviati: quasi nessuno è certificato, ma questo è un teorema, appunto, e loro mica potevano perdere tempo a fare questi controlli banali.

Quando esibiamo al pubblico ministero (era il febbraio 2017, ben più di tre anni fa!) una lettera manoscritta di Grazia Chiesa, anima storica della rivista «D’Ars», che già nel 2012 spiegava che i quadri li aveva e li ha dati lei, semplicemente la ignorano, giacché nel quadro del teorema è un elemento che fa disordine. Gli eredi e io speriamo che almeno facciano accertamenti patrimoniali su di noi, ma nulla succede. Resto nel dubbio se li abbiano fatti e siano rimasti delusi dai risultati, oppure se non li abbiano fatti proprio, alla faccia delle milionate che secondo loro ci saremmo intascati.

A completare il manuale del perfetto investigatore manca il passaggio decisivo, e qui mi permetto di scherzare meno. Chiedono una perizia a due funzionarie del Ministero, la storica dell’arte Mariastella Margozzi e la restauratrice Paola Iazurlo. Profilo perfetto: hanno un ruolo pubblico, dovrebbero essere credibili a prescindere. Margozzi è la più affascinante perché è una sorta di «perita prezzemolo» in un sacco di indagini, su artisti diversissimi e con risultati spesso bizzarri, come quando ha consegnato al pubblico ministero di Genova il suo parere sui Modigliani, un lavoro da far tremare le vene a una persona seria, quindici giorni prima che la mostra chiudesse, quindi «osservando» i quadri esposti senza neanche staccarli dal muro. Ma ha pubblicazioni fondamentali, ohibò, come Il tema della caccia nella reggia di Caserta e Appunti allo stadio: 90 opere sul tema del calcio nell’arte italiana del XX secolo, quindi può ben occuparsi di chiunque.

Qui, da vere wonder women, le due hanno studiato i 99 quadri sotto sequestro mettendoci due giorni due, il che calcolando 6 ore effettive di lavoro al dì fa 720 minuti totali, che divisi per 99 fanno poco più di sette minuti a opera, sballaggio e reimballaggio compresi, e li hanno trovati tutti falsi. L’opera guida autentica e presa a confronto è il grande «Volume» del Museo del Novecento di Milano donato da Dada in vita, secondo loro l’unico quadro in una collezione pubblica: se guardavano almeno internet imparavano che ce ne sono anche al Mart di Rovereto, alla Fondazione Calderara di Ameno (No), al Museion di Bolzano, alla Gam di Torino, oltre che in un mazzo di musei tedeschi, alla Tate e al Pompidou... Ma non avevano evidentemente tempo per queste quisquilie.

Al Museo del Novecento però non ci vanno (in aula Margozzi, pur sotto giuramento, dice il contrario, ma i nostri avvocati la sgamano subito) e si fanno mandare, ammette Iazurlo, «la foto del fronte retro, una foto diciamo di ottima qualità». In compenso la Margozzi pontifica, lanciandosi in un comizio sul fatto che «non è consuetudine che gli artisti facciano fare le proprie opere ad altri, nel momento in cui le fanno fare ad altri non sono le opere dell’artista ma sono le opere di quegli altri», e comunque anche se è una consuetudine «è un illecito»: come buttare nel cesso in un colpo secoli di storia dell’arte e far sbellicare dalle risate chiunque sappia di cosa si parla.

Qui se sei imputato non ti sbellichi affatto, ti trovi di fronte a un bivio: sono consapevolmente in malafede o solo due scappate di casa? E non puoi neanche porti la «vexata quaestio» se in una perizia sia meglio lo storico dell’arte o l’esperto di restauro: qui entrambe non hanno semplicemente fatto una cippa. Vero, non è la prima volta che un perito di quella parte lì, e spesso anche un ctu (consulente tecnico d’ufficio), è largamente carente, ma qui siamo al delirio, alla negazione proterva del mestiere di studioso. E la domanda vera che ti fai, e che fa ancor meno ridere, è: ma quando nominano i periti su robe tipo un ponte che crolla, una fabbrica che inquina, un treno che deraglia, quelli che chiamano sono gente della stessa risma?

Alla fine ci assolvono tutti: il fatto non sussiste, il teorema è tanto fumo e zero arrosto. Davvero lo posso dire, proprio come il replicante di «Blade Runner»: «Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi» eccetera. Ma qui non eravamo mica in un film, porca vacca.

Flaminio Gualdoni, da Il Giornale dell'Arte numero 412, novembre 2020

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