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Opinioni

Abraham Poincheval performer claustrofilo

L'artista, che lavora con la solitudine e con gli spazi esigui, si sta preparando a vivere (con le api) in un alveare

Abraham Poincheval in «Ours» al Musée de la chasse et de la nature di Parigi nel 2014. Foto Sophie Lloyd. Cortesia Semiose, Parigi

Nel 2014 è vissuto per tredici giorni nella pancia di un orso impagliato in una sala del Musée de la chasse et de la nature di Parigi. Nel 2015 ha risalito il fiume Rodano all’interno di una bottiglia gigante trasformata in una casa galleggiante. Nel 2017, al Palais de Tokyo, si è rinchiuso dentro una roccia per una settimana, all’interno di una cavità scavata con la forma del suo corpo. Lo stesso anno, sempre al Palais de Tokyo, ha «covato» un uovo per 21 giorni all’interno di una vetrina e davanti ai visitatori del museo.

Abraham Poincheval è abituato a vivere «confinato», da solo e in spazi anche molto esigui, senza quasi potersi muovere. Come noi tutti in questo periodo di epidemia di Covid-19, vive chiuso nella sua casa, a Marsiglia. In Francia il lockdown è scattato il 17 marzo e la fase 2 parte il 2 giugno. Ma per l’artista-performer di 48 anni l’immobilità e la solitudine fanno parte integrante del suo lavoro. Lo abbiamo raggiunto al telefono.

Come sta vivendo questo isolamento?

Dal momento che la mia famiglia sta bene e che posso continuare a lavorare, lo vivo piuttosto bene. Mi è sempre piaciuto stare in casa, da piccolo ero un bimbo solitario. Stare rinchiuso non è un problema per me.

Ne trae ispirazione?

Sì, anche se non so ancora quanto questa situazione influenzerà o modificherà il mio lavoro. Di sicuro mi sta permettendo di riflettere di più su opere che, secondo me, avevo chiuso troppo in fretta.

Ha progetti che sono rimasti in sospeso?

Sto lavorando a un’esperienza sociale con gli insetti: abitare in un alveare. L’idea è che le api, tra 20mila e 50mila insetti, si servano del calore e dell’umidità prodotti dal mio corpo per le loro attività. Proprio in questo periodo avrei dovuto raggiungere gli apicoltori con cui lavoro, presso Tolosa, per iniziare un periodo di pratica con le api. Dei disegni preparatori per questo progetto avrebbero dovuto essere presentati alla galleria Simiose di Parigi. Ma il progetto prenderà più tempo del previsto e la mostra è stata rinviata a novembre.

Che cosa significa per lei lavorare in spazi così esigui?

Provo una sorta di piacere. Devo essere uno dei rari «claustrofili» al mondo. Mi ispiro a figure per me iconiche, come eremiti o astronauti. Io stesso mi sono definito un «orsonauta». Volevo fare un’esperienza diversa del mondo: se io fossi rimasto fermo, mi sono detto, il mondo sarebbe venuto a me? Durante le prime esperienze sotto terra, ho sentito di compiere un viaggio interiore, è stato magico, spazi nuovi di libertà si sono aperti.

A causa di questa epidemia molti di noi si sono confrontati con la solitudine. Lei come la gestisce?

La solitudine necessita di una fase di apprendimento di sé e del proprio corpo. Bisogna attingere alle proprie forze interiori, accettare il rapporto diverso che si instaura con se stessi. Non dico che non sia difficile. Ma una volta superata questa fase, c’è tutto un mondo che si risveglia. Anche una pietra o un insetto possono diventare compagni di viaggio. Per me la solitudine non è nemica, è complice.

Non prova mai angoscia?

Certo, ma le angosce vanno domate, non insabbiate, perché prima o poi riemergono. Ho imparato a gestirle con l’esercizio. Su un piano pratico, controllare la respirazione e far circolare bene l’aria, è essenziale. Bisogna accettare di lasciarsi andare alla deriva. Le angosce sono spazi inattesi che si aprono e bisogna farne l’esperienza. Talvolta è una noia abissale e sembra di impazzire. Per superarla, bisogna riattivare la meraviglia. Si possono fare esperienze emotive straordinarie. In «Pietra» ho avuto la sensazione di essermi dematerializzato e trasformato in arcobaleno. In questi casi, bisogna tirare il proprio filo di Arianna per non perdersi troppo e tornare alla realtà.

Che cosa prova «uscendo» dalle sue performance?

C’è sempre un tempo di adattamento, più o meno lungo. Via via il mio corpo si sta abituando, ma per esempio, per l’opera «Orso», ci ho messo un mese e mezzo a riagganciarmi alla realtà.

In questo periodo dobbiamo anche far fronte al tempo, che per alcuni sembra rallentare, diventare improvvisamente lungo. E che è un altro elemento essenziale del suo lavoro.

Nelle mie performance, l’assenza di movimento o quasi crea una meccanica di stanchezza che trasforma anche il senso della durata. Nel quotidiano viviamo in un tempo ordinato, scandito dagli altri. Invece, mentre sono rinchiuso, il tempo diventa una sorta di oggetto galleggiante. Come in stato di trance, si entra in uno spazio parallelo, aumentato, che si deforma, si dilata. Bisogna accettarlo per non farsi sopraffare dalle angosce.

Luana De Micco, da Il Giornale dell'Arte numero 408, maggio 2020



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