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Cecilia Paccagnella
Leggi i suoi articoliDa un certo punto di vista si può dire che l’arte si è sempre offerta come mezzo attraverso il quale poter esprimere significato. Basti pensare ai graffiti rupestri dei primi uomini, una forma d’arte che dimostra come sin dall’alba dei tempi oltre a cacciare, mangiare e dormire, l’istinto umano abbia avuto la necessità di trasmettere un messaggio attraverso delle immagini. Poi è subentrata la parola, prima orale e poi scritta, che, complicandolo, ha semplificato il modo di comunicare tra due o più interlocutori (senza considerare gli ostacoli che lingue diverse devono affrontare quando si incontrano).
La relazione tra parola scritta, arte e significato ha però cambiato le regole del gioco nel secondo dopoguerra, quando l’arte concettuale ha saputo mettere in crisi l’essenza più profonda di un insieme di lettere. Emblematica la serie degli anni Sessanta di Joseph Kosuth (Ohio, Usa, 1945) in cui affianca tre modi diversi per riferirsi a un unico oggetto: tramite una fotografia, la definizione da dizionario e l’oggetto stesso. Per la prossima esposizione veneziana, «One and Three Mirrors» (1965) proporrà al pubblico del 2026 il medesimo cortocircuito, ma con un dettaglio in più: la superficie riflettente assorbirà chi guarda e lo renderà parte integrante dell’opera, «spingendo l’osservatore a riflettere su come il linguaggio costruisca la percezione della propria identità», come si legge nella presentazione della mostra.
Dal 28 marzo al 22 novembre, «The-exchange-value-of-language-has-fallen-to-zero» porterà alla Casa dei Tre Oci, sede del Berggruen Institute Europe, i lavori dell’artista americano, in un allestimento a cura di Mario Codognato e Adriana Rispoli di Berggruen Arts & Culture. Il rapporto dell’autore con Venezia ha inizio negli anni Novanta, quando Kosuth ha rappresentato l’Ungheria alla Biennale Arte del 1993. Da allora, ha partecipato ad altre sette edizioni e nel frattempo ha lasciato un paio di opere in città: «The Material of Ornament» alla Fondazione Querini Stampalia nel 1997, mentre «To Invent Relations (For Carlo Scarpa)», commissionatagli nel 2016 per la Biennale di Architettura, ha trovato casa nell’Aula Magna Mario Baratto dell’Università Ca’ Foscari.
Quest’anno i suoi contributi permanenti saliranno a tre, perché una nuova installazione, «A Chain of Resemblance», verrà posta all’ingresso principale della Casa dei Tre Oci. Partendo da un testo del filosofo francese Michel Foucault, Kosuth riflette sul ruolo che un contesto ha nella costruzione di un significato. Soprattutto nell’epoca digitale in cui stiamo vivendo, dove scindere tra verità e «fake news» sta diventando una corsa a ostacoli, è essenziale imparare a ricostruire il panorama più ampio dal quale è stata estrapolata una minima parte, altrimenti si rischia di perdere il senso originale. L’arte di Kosuth, che sin dagli albori riflette sulla tesi del filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein, secondo cui il significato risiede nell’uso, si dimostra così, tuttora, quanto mai attuale. E forse proprio per questo, è stata scelta l’affermazione «il valore di scambio del linguaggio è sceso a zero» come titolo della mostra.
Un altro tema ricorrente nella pratica dell’artista è la messa in discussione del concetto di autorialità, che qui è ripercorso in tre sale adiacenti che propongono «The Fifth Investigation» (1969), «Text/Context» (1978-79) e «Where Are you Standing?» (1976). Per l’occasione, sarà infine issato in uno spazio pubblico un manifesto del 1970 dal titolo «The Seventh Investigation».
Joseph Kosuth, «One and Three Mirrors», 1965. Courtesy the artist and Sean Kelly Gallery. Foto: Jason Wyche