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Matteo Bergamini
Leggi i suoi articoli«Il kené è sempre esistito e sempre esisterà, qualunque cosa accada nel mercato»: è diretta Sara Flores (1950, vive e lavora a Yarinacocha) quando le chiediamo che cosa pensa delle ondate che il mercato dell’arte provoca alle identità delle minoranze, spesso oggetto di nuove forme di colonizzazione culturale. Membro dell’etnia Shipibo-konibo dell’area amazzonica peruviana, Sara Flores è anche la prima artista indigena che rappresenterà il Perù alla prossima Biennale di Venezia (9 maggio-22 novembre), selezionata dal Patronato Cultural del Perú e dall’Icpna (Instituto Cultural Peruano Norteamericano). Rappresentata dal 2023 da White Cube, che ne ha realizzato la prima personale nella sede di Parigi proprio due anni fa, Sara Flores ha contribuito a far conoscere la tecnica e la bellezza della pittura kené al mondo anche grazie alla sua collaborazione con Dior, partecipando nel 2024 al programma «Dior Lady Art Project», in cui il brand invita una serie di artisti a reinterpretare la borsa più iconica della maison, la Lady Dior appunto.
Ma la storia del kené non solo è antica, ma ha attraversato anche i cambiamenti sociali che sono intercorsi, spesso in maniera rapida e violenta, anche a sud dell’Equatore, come la stessa artista ricorda: «Fin da bambina, per parte di mia madre, sono stata introdotta all’arte del kené, il sistema visivo del popolo shipibo-konibo. A quei tempi, la vita era molto semplice. Vivevamo senza soldi e senza proprietà privata. Tutto si basava sull’aiuto reciproco, la reciprocità e la vita collettiva. La foresta ci forniva tutto. Il kené è un manifesto visivo di questi valori e della cosmovisione del nostro popolo. E nonostante il mondo in cui sono nata non esista più, continuo a difendere e mettere in pratica quei principi, reinventandoli affinché possano contribuire a un futuro migliore. Non c’è futuro senza un futuro indigeno». Già, perché Sara Flores ci tiene a rimarcare anche un’altra questione: nonostante si tratti di una tecnica pittorica tradizionale, realizzata con il supporto di tinte vegetali, il kené, come tutta la pittura, non è un organismo statico, ma vive di continue evoluzioni, rielaborazioni, ricombinazioni e la continua reinvenzione del suo proprio linguaggio.
«De otros mundos-Di altri mondi» è il titolo che il Padiglione del Perù avrà a Venezia 2026, sotto la curatela della storica dell’arte Issela Ccoyllo e Matteo Norzi, parte del duo Isola & Norzi e direttore esecutivo del Shinipo Conibo Center, associazione senza scopo di lucro che promuove le attività culturali del gruppo indigeno da New York. «Essere a Venezia come prima artista indigena del Perù mi dà grande emozione, ma anche grande responsabilità. Non sento questa partecipazione solo come una questione personale, ma come un riconoscimento al mio popolo e a molti popoli indigeni che per molto tempo non sono stati ascoltati. Questa scelta ha un significato culturale molto forte, ma l’inclusione di oggi non cancella l’esclusione che è esistita per tanto tempo, né il debito storico che ancora permane. Allo stesso tempo, sembra che la storia e l’identità pluriculturale del nostro Paese comincino a essere viste in modo diverso», spiega l’artista, che annuncia anche un padiglione con molte sorprese e opere inedite, tra cui la tela più grande mai dipinta finora, che ha richiesto quattro mesi di lavoro continuo: «Spero che questa grande pittura funzioni come un portale verso la cosmovisione e la dimensione spirituale della mia cultura, che permetta al pubblico di immergersi nel mio mondo di disegno infinito», sottolinea Flores.
Così, il kené a Venezia, anche se fuori dal suo contesto immediato e identitario, potrà trasformarsi in dialogo e confronto con le espressioni artistiche di tutti i popoli del mondo: «Mi interessa l’opportunità di portare il kené alla Biennale per conoscere quella meraviglia che è la laguna, senza smettere di essere chi sono. Porto con me la memoria, i saperi e le lotte del mio popolo. La mia presenza non è solo per mostrare un’opera ma per affermare, come rappresentante indigena, che siamo ancora vivi, che creiamo e pensiamo in modo contemporaneo».
Sara Flores, «Untitled (Ani Maya Shao Punté Kené, 2024)» 2024. © L’artista. Foto © White Cube (Theo Christelis)