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Otto sale delle Procuratie in piazza San Marco, dove ha sede Smac, accolgono opere dell’artista giapponese che ricostruiscono settant’anni di attività
- Alessia De Michelis
- 09 marzo 2026
- 00’minuti di lettura
Lee Ufan, «Relatum (formerly Iron Field)», 1969-2019
Foto Bill Jacobson Studio, New York. © Artists Rights Society (ARS), New York/ADAGP, Paris. Courtesy Dia Art Foundation, New York
A Venezia Lee Ufan e la possibilità di rappresentare in due dimensioni spazio e tempo
Otto sale delle Procuratie in piazza San Marco, dove ha sede Smac, accolgono opere dell’artista giapponese che ricostruiscono settant’anni di attività
- Alessia De Michelis
- 09 marzo 2026
- 00’minuti di lettura
Alessia De Michelis
Leggi i suoi articoliIl gesto, l’intervallo, l’equilibrio e la tensione spaziale: attorno a questi elementi ha sviluppato la propria pratica pittorica Lee Ufan (Corea, 1936; all’epoca il Paese era sotto l’occupazione giapponese).
Per celebrare i suoi novant’anni, la Dia Art Foundation propone un doppio appuntamento: a Beacon, nello stato di New York, e a Venezia. L’evento in Laguna consiste nella più importante presentazione del suo lavoro in Italia, che quest’anno coincide con la 61ma Mostra Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia. Dal 9 maggio al 22 novembre «Lee Ufan» porta negli spazi di Smac-San Marco Art Centre Venice una selezione di opere realizzate nell’arco di settant’anni: tra dipinti recenti e storicizzati, oltre a installazioni su larga scala, si inserisce un lavoro site specific.
Nelle otto sale delle Procuratie prende vita il rapporto tra Ufan e lo spazio architettonico, da cui derivano ambienti in grado di suscitare riflessione e aumentare la consapevolezza. «L’impatto e l’importanza del lavoro di Lee sono incalcolabili, e le opere che verranno presentate, fondamentali nel suo corpus, metteranno in luce i fili conduttori filosofici e materici che hanno definito la sua pratica pluridecennale», spiega la curatrice Jessica Morgan, direttrice «Nathalie de Gunzburg» di Dia.
Le opere essenziali e minimaliste di Ufan, tra i maggiori esponenti della Mono-ha (Scuola delle cose) giapponese e del movimento coreano Dansaekhwa (Dipinti monocromatici), indagano le possibilità di rappresentare a livello bidimensionale concetti come spazio e tempo: i segni sulle tele e gli elementi che costituiscono le sue installazioni vanno quindi letti come simboli di un sistema impercettibile che governa l’universo.