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Valdostani di quattromila anni fa

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Jenny Dogliani

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Scoperto nel 1969 in seguito a scavi edilizi, il sito megalitico di Saint-Martin-de-Corléans, di proprietà della Regione Valle d’Aosta che ha provveduto a preservarlo istituendo Museo e Parco archeologico, comprende 22 strati e si estende per circa un ettaro di superficie e sei metri di profondità. Le strutture più antiche risalgono al tardo Neolitico e sono antecedenti al 4000 a.C.: si tratta di solchi di aratura realizzati presumibilmente con funzione di culto. Alla medesima fase sono riconducibili anche i pozzi, grandi fosse circolari contenenti macine, macinelli e cereali. All’Età del Rame risalgono invece grossi pali lignei sollevati dal suolo e con tutta probabilità disposti secondo allineamenti astronomici per costituire un santuario a cielo aperto. Di questi elementi, che tra la fine del IV e l’inizio del II millennio a.C. caratterizzavano il profilo del sito, oggi restano le buche di alloggiamento. Nessun dubbio sulla diffusione e l’importanza di culti astrali nella regione che risulta abitata da gruppi di cacciatori sin dal VIII-VII millennio a.C.: astronomia e religione erano qui indissolubilmente intrecciate.

L’attenzione alla natura e ai suoi «misteriosi» fenomeni fu un aspetto primario per tutte le popolazioni preistoriche, ma a Saint-Martin la connessione tra fenomeni celesti e culto dei morti fu davvero unica. All’Età del Rame appartengono anche gli allineamenti di stele antropomorfe, monoliti celebrativi dedicati al culto di guerrieri, eroi e divinità che rappresentano il primo elemento di megalitismo dell’area. Realizzati in scisto bruno rosato e marmo bardiglio grigio, di forma trapezoidale o rettangolare, decorati talvolta con sembianze umane, talaltra raffiguranti abiti, ornamenti e armi, tali elementi si dividono in tre tipologie: menhir senza lavorazioni, lastre a profilo poligonale con foro oblungo e stele decorate. In seguito il sito assunse una funzione funeraria in virtù della quale venne interamente modificato, tra l’altro anche attraverso l’innalzamento di megaliti, monumenti funebri costruiti con grandi blocchi di pietra tra i quali figurano un grosso dolmen con una piattaforma triangolare di pietra alla base e un’imponente tomba per sepolture collettive delimitata da una grande fossa e da un muro circolare.

Si riconoscono inoltre tombe a cista (costituite da sei o più lastre di pietra che formano una cassetta), dolmen semplici con piattaforme semicircolari e dolmen a corridoio. La funzione funeraria del sito proseguì nell’Età del Bronzo, quando numerose stele furono riutilizzate per costruire nuove tombe sopra sepolture precedenti, e perdurò sino all’Età romana. A scandire la visita del sito, tra i più estesi e integri d’Europa, è il percorso del museo, le cui passerelle all’ingresso conducono in profondità offrendo una scenografica visione d’insieme. Il museo, costruito con numerosi affacci per consentire un costante dialogo tra interno ed esterno, è articolato in sezioni tematiche che attraverso reperti e approfondimenti su apparati didattici e multimediali ricostruiscono la storia del sito, dalle arature ai pozzi, agli allineamenti di pali, alle stele antropomorfe, alla fase conclusiva delle tombe.

Jenny Dogliani, 17 novembre 2016 | © Riproduzione riservata

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