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La soprintendente Marta Mazza e il funzionario Pier Luigi Moriconi. © Stefano Miliani

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La soprintendente Marta Mazza e il funzionario Pier Luigi Moriconi. © Stefano Miliani

Otto depositi ultimati. Al via i primi restauri

VEDERE NELLE MARCHE | La situazione delle opere ricoverate dopo il sisma e le prospettive per il loro recupero

Nel lungo cammino della ricostruzione post sisma, i depositi delle opere ferite o rimaste senza un tetto costituiscono un capitolo decisivo. La Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio delle Marche stima di aver dato riparo a 15mila tra dipinti, sculture, suppellettili e ha contribuito a salvare migliaia di documenti dagli archivi storici.

La Mole Vanvitelliana di Ancona è il ricovero principale, con duemila pezzi custoditi in condizioni di temperatura e umidità costanti, all’interno di un enorme ex essiccatoio videosorvegliato 24 ore su 24. Nei mesi successivi al sisma la collocazione nel capoluogo suscitò polemiche per la lontananza dal «cratere», rivelando l’attaccamento dei paesi alle proprie opere d’arte. Quei borghi, tuttavia, non avevano luoghi adatti nell’immediato ad accogliere tavole, sculture lignee, dipinti a olio, brani d’affresco e altri reperti fragili. Per ovviare a questa mancanza la Soprintendenza ha ultimato l’allestimento di otto depositi. Se ne sono occupati Marta Mazza, storica dell’arte da un anno alla guida della Soprintendenza, e Pierluigi Moriconi, storico dell’arte e motore centrale dei vari recuperi sin dai primi giorni dopo il sisma. Nella Mole tutti i pezzi sono avvolti da un telo di protezione, più dipinti hanno velinature, ogni cosa è «messa in sicurezza».

«Ogni opera è stata valutata da un restauratore, con una scheda sulle condizioni e la provenienza. Penso per esempio a una tavola di Giovanni Boccati della Chiesa di Santa Maria Assunta a Nemi, nel comune di Valfornace o all’affresco del secondo Quattrocento staccato da Ussita, probabilmente dipinto da Paolo da Visso», osserva Moriconi. «Avere altri sette depositi sul territorio, aggiunge Marta Mazza, risponde all’esigenza di avere più opere possibili vicino ai loro luoghi». Il deposito nella Mole è gestito dalla Soprintendenza, gli altri sette dalle curie e dai Comuni di competenza. «Tutti hanno sistemi di monitoraggio e controllo in remoto dell’umidità e temperatura, e di sicurezza e protezione antropica», assicurano i due storici dell’arte. Si può iniziare dal Palazzo vescovile di San Severino Marche, con opere dell’arcidiocesi di San Severino e Camerino. A Camerino la Soprintendenza e la curia hanno scelto locali nell’ex seminario e le opere vengono esposte a rotazione in una sala dedicata, un’iniziativa che verrà replicata altrove. Sempre a Camerino un altro deposito è ospitato negli ex Grottoni, ambienti del Trecento sotto il Palazzo arcivescovile.

Macerata ha il suo luogo d’accoglienza nell’ex Chiesa di San Michele Arcangelo. Fermo nelle sale del Collegio della Curia arcivescovile. Ad Ascoli Piceno i ripari sono due: il Forte Malatesta e il Palazzo vescovile. Marta Mazza rende noto che entro l’anno partiranno i primi restauri delle opere custodite nella Mole (già finanziati dal Mibact). Altrove dipende dalle curie e dagli enti locali: «I depositi sono gestiti in modo esemplare, conclude Mazza, ma occorre chiedersi quale sarà il destino complessivo di questi territori e dove potranno essere collocate le opere dopo il restauro. Serve una riflessione complessiva sul patrimonio culturale e l’identità di questi territori, paesaggi e paesi».

Redazione, 29 giugno 2020 | © Riproduzione riservata

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