«Afbeeldinge van de Stadt Amsterdam in Nieuw Neederlandt (Immagine della città di Amsterdam nella Nuova Olanda)» (1660), di Johannes Vingboons. Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Carte di Castello 18

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«Afbeeldinge van de Stadt Amsterdam in Nieuw Neederlandt (Immagine della città di Amsterdam nella Nuova Olanda)» (1660), di Johannes Vingboons. Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Carte di Castello 18

New York compie 400 anni

Prima si chiamava New Amsterdam, quando una colonia olandese diede vita alla città multietnica: quasi 2mila abitanti, 18 lingue e completa libertà religiosa

Maurita Cardone

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Sulla punta meridionale di Manhattan, in quell’incrocio di strade che è il cuore della finanza occidentale, all’angolo con la via il cui nome è simbolo del capitalismo, la facciata del New York Stock Exchange accosta una strada che scende verso sud-est facendosi spazio tra i grattacieli. Oggi è difficile immaginarlo, ma se ci fossimo trovati a passare di qui 380 anni fa, percorrendo uno sterrato, avremmo costeggiato una palizzata di legno, poi, girato l’angolo, avremmo camminato lungo un canale. Ai tempi del primo insediamento europeo, quel tratto di Broad Street, la strada su cui affaccia l’edificio noto come Wall Street, si chiamava Heere Gracht, un canale costruito da quei primi colonizzatori proprio come usavano fare nella loro terra madre, l’Olanda.

Una storia dei primi quattro decenni di vita di quella che sarebbe diventata la metropoli moderna per eccellenza, a lungo dimenticata che, in occasione del 400mo anniversario della fondazione di quel primo insediamento olandese, il New-York Historical Society Museum racconta con la mostra «New York Before New York: The Castello Plan of New Amsterdam» (15 marzo-14 luglio). Cuore dell’installazione è il Castello Plan, l’unica mappa esistente dell’insediamento di New Amsterdam, raffigurato qui al suo culmine, intorno al 1660, quando aveva raggiunto quasi 2mila abitanti ed era un fiorente avamposto commerciale dove si parlavano 18 lingue e c’era libertà religiosa. Quattro anni dopo la città sarebbe passata nelle mani degli inglesi e sarebbe stata ribattezzata New York.

La pianta qui esposta è la più antica copia esistente di un originale disegnato da un geografo alle dipendenze della Compagnia delle Indie occidentali che controllava la colonia con interessi puramente commerciali. Realizzata nel 1665 e rilegata in un atlante venduto nel 1667 a Cosimo III de’ Medici, questa copia riemerse nel 1900, a Villa di Castello, da cui il nome. La pianta mostra la città in dettaglio, con canali, banchine, giardini, un mulino a vento e circa 300 case. Il museo la espone insieme a oggetti rinvenuti in scavi condotti negli anni ’80 nell’area in cui sorgeva la casa del segretario dell’ultimo governatore olandese della colonia e che si ritiene fossero appartenuti a schiavi africani dei coloni. In mostra anche documenti preziosi per la storia di New York, come la lettera che riportava in Olanda notizia del famoso acquisto dell’isola di Manhattan dai nativi.
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Attraverso oggetti, documenti e una versione digitale interattiva del Castello Plan, la mostra esplora la vita dei coloni, le relazioni con le popolazioni indigene e con gli africani in schiavitù, tracciando connessioni con la metropoli contemporanea. Tra le vie di quella metropoli oggi è difficile riconoscere i segni dell’antico insediamento. Cancellate sotto stratificazioni delle molteplici vite di questa lingua di terra stretta tra le acque, sono poche le tracce di New Amsterdam che sono riuscite ad arrivare ai nostri giorni.

Negli anni ’70, durante i lavori di costruzione del grattacielo al numero 85 di Broad Street, furono trovati resti di un edificio del 1670, la Lovelace Tavern, che sorgeva accanto al primo municipio della città, la Stadt Huys, inizialmente costruito a sua volta come taverna e risalente al periodo coloniale olandese. Oggi un tracciato di mattoni gialli ricorda la posizione dell’edificio, mentre attraverso pannelli di vetro che si aprono sul marciapiede si possono osservare le fondazioni originali della Lovelace Tavern. Poco distante è stata trovata ed è visibile anche una cisterna del XVIII secolo. Qui, nel corso di quello che fu il primo scavo su larga scala completato nel centro di New York, il lavoro degli archeologi, raccontato su un vicino pannello, ha riportato alla luce oltre 70mila manufatti, alcuni dei quali datati al periodo olandese, oggi parte della collezione del New York City Archaeological Repository.

Ma se pochi sono i segni degli edifici che furono, tracce di New Amsterdam si trovano nella pianta stradale di quest’area, dove si possono ancora percorrere molte delle direttrici riportate nel Castello Plan, compresa Broadway, che era una pista già usata dai nativi prima dell’arrivo degli europei, e Wall Street, così chiamata perché lì sorgeva la palizzata di protezione che delimitava il confine nord della città. Echi di lingua olandese arrivano anche oltre il Financial District, da sud (The Bowery, da «bouwerij», fattoria) a nord (Harlem, da Haarlem, una città dell’Olanda) e oltre l’isola di Manhattan. Tre dei cinque Distretti che compongono la città portano nomi olandesi: Brooklyn, un tempo Breukelen, come una città a nord-est di Utrecht, Staten Island, originariamente Staaten Eylandt, in onore dello Staten Generaal, il Parlamento dei Paesi Bassi, e The Bronx, territorio dell’olandese Jonas Bronck.

Nei vari Distretti, tracce della presenza olandese si trovano in alcune case dell’epoca costruite come fattorie negli insediamenti ai margini di New Amsterdam. Ma c’è chi argomenta che le influenze olandesi più persistenti siano da cercare altrove. Lo storico e giornalista Russell Shorto ha raccontato New Amsterdam in The Island at the Center of the World, libro basato sul lungo lavoro di ricerca portato avanti da Charles T. Gehring della New York State Library sugli unici documenti della colonia sopravvissuti. Secondo Shorto si devono agli olandesi quell’attitudine agli affari e quella tolleranza che nei secoli hanno fatto di New York la società mobile e multiculturale capace di attirare energie e speranze da tutto il mondo.

Maurita Cardone, 12 marzo 2024 | © Riproduzione riservata

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