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Andrea Fustinoni

Courtesy of miramART

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Andrea Fustinoni

Courtesy of miramART

miramART: una collezione costruita nel segno della condivisione

Dal Grand Hotel Miramare nasce miramART. Il suo ideatore, Andrea Fustinoni, racconta il progetto, il dialogo tra ospitalità e arte, il ruolo della fotografia, il rapporto con il mercato e l’idea di una collezione che trova il proprio senso quando viene fruita con il pubblico

Luca Zuccala

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Negli ultimi anni il rapporto tra arte contemporanea e ospitalità ha assunto un ruolo sempre più rilevante nel sistema internazionale. Hotel, fondazioni private e collezioni corporate stanno ridefinendo il modo in cui le opere vengono esposte e incontrano il pubblico, trasformando luoghi nati per altre funzioni in spazi di produzione culturale. In Italia uno dei casi più significativi è quello del Grand Hotel Miramare di Santa Margherita Ligure, dove Andrea Fustinoni ha dato vita a miramART: una collezione costruita nel tempo attraverso fotografia, video, installazioni e opere site-specific, accompagnata da incontri pubblici, commissioni e progetti editoriali. In questa conversazione Fustinoni ripercorre quasi trent’anni di collezionismo, dall’incontro con Ettore Spalletti fino alla scelta di privilegiare opere capaci di generare domande più che risposte. Parla del ruolo della fotografia contemporanea, della responsabilità culturale delle collezioni aziendali, della necessità di evitare che le opere rimangano nei depositi e della convinzione che un hotel possa diventare uno spazio di confronto tra arte e società, senza rinunciare alla propria funzione di luogo dell’ospitalità. Una riflessione che si estende anche ai limiti del sistema italiano nel sostegno agli artisti emergenti e al futuro del collezionismo come pratica di condivisione più che di accumulazione.

Il Grand Hotel Miramare appartiene alla storia della sua famiglia dal 1945. Quando ha capito che questo luogo poteva diventare anche uno spazio per l’arte contemporanea? 
Portando avanti il progetto per un’ospitalità «su misura» mi sono reso conto che l’interesse verso l’arte contemporanea poteva diventare una visione da condividere con i nostri ospiti.  Ho iniziato con l’associazione miramART, nata da un progetto con l’artista Andrea Botto, realizzando una serie di incontri aperti al pubblico e invitando galleristi, collezionisti e curatori a parlare della loro esperienza nel contemporaneo. Da lì a intuire che l’albergo potesse prestarsi ad accogliere delle opere, il passo è stato breve.

Lei racconta spesso i suoi nonni come primo contatto con l’arte: le marine da una parte, i paesaggi campestri e i libri dall’altra. Quanto c’è ancora di quella educazione visiva nella sua collezione di oggi? 
Il nonno paterno l’ho conosciuto attraverso i pochi suoi quadri sopravvissuti agli eventi bellici.  In particolare, una grande marina di Pompeo Mariani, «Capo Sant’Ampelio», commissionata direttamente al pittore da mio nonno Andrea, è sempre stata un mio riferimento estetico e affettivo che oggi dialoga nei saloni dell’hotel con «The Possibility of an Island» dell’artista svizzero Marc Bauer, mettendo a confronto il gusto e le scelte tra due generazioni della nostra famiglia. Del nonno materno conservo invece un quadro di Albertini, un pranzo di contadini con paesaggio alpestre sullo sfondo, al quale sono molto legato conservato nella nostra residenza svizzera, che ha trovato corrispondenze nei lavori di Andriu Deplazes e Caroline Bachmann.

La svolta arriva con «Vicini di casa» di Ettore Spalletti. Che cosa ha riconosciuto in quell’opera? Perché proprio Spalletti ha dato una linea alla collezione?
L’incontro con la scultura di Spalletti è stato del tutto casuale: in viaggio verso la Puglia decidemmo di fermarci a Pescara, per visitare la galleria Vistamare, al piano nobile di uno dei pochi palazzi sopravvissuti ai bombardamenti in città. Durante la visita, nell’ultima stanza ci trovammo di fronte a questa scultura di marmo nero del Belgio, che spiccava solitaria in un ambiente interamente bianco.  Fu un insieme di emozioni straordinario, tra la purezza delle forme e la loro potenza espressiva, tanto che uscimmo con quello che consideriamo un lavoro di riferimento all’interno della nostra collezione.

Ha detto che ciò che la interessa è la dissonanza tra ciò che un’opera mostra e ciò che realmente comunica. È questa ambiguità il vero criterio della sua collezione?
Si, in particolare per la collezione dell’hotel, distinta dalla nostra privata, laddove temi a fondo sociale o di genere, sono trattati con una forte estetica espressiva, tanto da mascherarne il vero contenuto, ad occhi distratti. Così facendo non entriamo in conflitto con chi ha visioni differenti circa il messaggio espresso dall’opera perché, essendo un hotel e non un museo, dobbiamo evitare motivi di divergenze e discussioni. Per questo la dissonanza tra ciò che viene mostrato e quello che sottotraccia viene comunicato è la scelta migliore per permettere a chi è veramente interessato, di poter proseguire l’analisi del lavoro. Un esempio potrebbe essere la fotografia «Body En Thrall, p107 from Indigenous Woman» di Martine Gutierrez, una bellissima espressione sull’incomunicabilità tra le diverse classi sociali: a un primo sguardo veloce vediamo una cameriera in mezzo ai frequentatori di un beach club ma fermandoci sull’opera ci accorgiamo che sono tutti manichini salvo la cameriera, interpretata dall’artista; quindi, nessun tipo di scambio avverrà mai tra i due pubblici.

La fotografia occupa un ruolo centrale nella raccolta. Che cosa le permette di dire la fotografia contemporanea rispetto alla pittura o alla scultura? 
La fotografia mi ha permesso di divagare nei suoi «territori collaterali», come il video oppure nelle sue espressioni più concettuali quali «Negatives» di Jason Loebs che incornicia le scatole contenenti la carta da fotografia o «100 Photographs that Changed the World» di Lisa Oppenheim dove ogni singola foto rappresenta la mappa stellare corrispondente al giorno in cui vennero scattate le foto che hanno fatto la storia della fotografia.

Andrea Fustinoni e Fabio D’Amato. Courtesy of miramART

Opere della collezione miramART nel Grand Hotel Miramare di Santa Margherita Ligure. Courtesy of miramART

In miramART convivono opere in spazi comuni, camere, suite e luoghi di passaggio. Come cambia un’opera quando esce dalla casa del collezionista o dal museo e incontra l’ospite di un hotel?
L’opera collocata all’interno dell’hotel acquisisce una sua autonomia, rimanendo aperta ad ogni ipotesi interpretativa perché viene meno sia il percorso museale che il significato contestuale della collezione privata.  Forse la collezione all’interno di un hotel è un ibrido? Oppure è portatore di nuove ricerche e linguaggi?  Non ho ancora le idee chiare in merito ma opterei per la seconda ipotesi.

Dove finisce la collezione privata e dove comincia quella del Miramare? Oggi questo confine esiste ancora?
Agli esordi la situazione era più fluida, un’opera di Luca Vitone della nostra collezione privata con soggetto i saloni del Miramare, è stata a lungo esposta nell’hotel.  Poi quando abbiamo deciso di creare una collezione istituzionale, abbiamo messo ordine tra le due collezioni. Ancora oggi ci sono nostre opere in comodato all’hotel mentre tutte le altre rientrano sotto la voce corporate collection e risultano nel bilancio economico del Miramare.

In che modo Fabio D’Amato partecipa alla costruzione, alla conservazione e alla disposizione della collezione?
Fabio, per sua scelta, ha voluto un ruolo più defilato verso tutto ciò che riguarda miramART ma è ben presente dietro le quinte, portando il suo contributo per ogni scelta fatta sulla collezione.

Molte opere hanno una dimensione politica, sociale o concettuale. Come si mantiene questa intensità in un contesto votato all’ospitalità, senza trasformare l’arte in decorazione? 
E aggiungerei anche, evitando un conflitto ideologico, grazie al doppio linguaggio espressivo. Sinceramente non è un problema sapere che per alcuni le opere esposte siano meramente decorative mentre per altri siano fonte di interrogativi. In fondo c’è sempre stata una doppia visione nell’approccio verso un’opera d’arte;  quindi va bene se Sorry Mama di Elmgreen & Dragset con la foto dei due artisti da giovani, venga scambiata come una foto della nostra famiglia invece che come una dichiarazione ironica di scuse per una scelta di vita, libera e consapevole, sull’omosessualità dei due artisti.

L’hotel è un luogo di passaggio, mentre la collezione implica durata. Questa tensione tra transito e permanenza le interessa?
Si, nel momento in cui, anche dopo un breve soggiorno, rimanga traccia di una collezione volutamente condivisa.

Alcuni artisti hanno realizzato opere legate alla storia della sua famiglia e del Miramare. Penso a Luca Vitone, ma anche alle commissioni nate da miramART. Quanto la collezione è diventata anche una forma di autobiografia?
Più che per uno scopo autobiografico abbiamo voluto creare un ponte temporale tra l’arte contemporanea e un Grand Hotel con più di 120 anni di storia, quasi una sorta di linguaggio mai interrottosi.  Mio padre, ad esempio, non era un collezionista ma quando aprì il Barrracuda, uno dei primi night club della Riviera Ligure, chiamò artisti come Luzzati, Contenotte e Pomodoro, per la parte decorativa. 

Lei sostiene che il magazzino può diventare una trappola, perché le opere finiscono per esistere solo nella mente del collezionista. È da qui che nasce l’idea di farle circolare, prestarle, donarle, mostrarle?
Assolutamente si e la mia massima aspirazione è di arrivare un giorno ad avere uno storage completamente vuoto, perché significherebbe per tutte le opere, aver raggiunto la loro ideale destinazione espositiva.

In Italia si parla molto di collezioni corporate, spesso in termini di immagine aziendale o investimento. Nel suo caso sembra prevalere un’altra idea: la collezione come forma di responsabilità culturale. È corretto?
Sì, anche perché, nel nostro caso, alla collezione si affiancano talks aperti al pubblico, con i protagonisti dell’arte contemporanea, in un dibattito e confronto di idee diverse, sempre aperto e condiviso.

Quali opere della collezione sente oggi più vicine alla storia del Miramare e alla sua idea di ospitalità?  
Due in particolare, «Restaurant view, Cairo Egypt» di Armin Linke e «Bieca Decorazione (per la collezione miramART)» di Franco Mazzucchelli,  Il primo per l’ironia nel titolo, la dove per un albergo come il nostro la view è un elemento fondamentale mentre nella foto di Linke, il panorama e il contesto rappresentati, sono quanto di più desolante si possa immaginare mentre nel secondo, un lavoro site specific, Mazzucchelli è riuscito a rappresentare con un suo gonfiabile, il mondo del nostro hotel, attraverso il colore verde Miramare.

Se dovesse scegliere un’opera capace di raccontare il rapporto tra mare, memoria familiare e arte contemporanea, quale indicherebbe?
«Per l’eternitá (Santa Margherita)» di Luca Vitone laddove in un collage fotografico di 50x65, vengono citate tre generazioni della nostra famiglia, la passione verso l’arte e la vicinanza del mare come elemento unificante.

Ha citato Tel Aviv, l’Albania, Londra, Zurigo, Losanna come luoghi dove scoprire nuove energie. Che cosa manca invece al sistema italiano per sostenere davvero gli artisti emergenti? 
Manca un sistema pubblico che accompagni le nuove generazioni del contemporaneo che, a parte iniziative di fondazioni o privati, poco hanno come punti di riferimento.  Diversamente, ad esempio, di Losanna, città di medie dimensioni, dove, oltre al complesso Platforme 10, gallerie, associazioni e luoghi d’incontro dedicati al contemporanea, costituiscono una rete di riferimento importante per giovani artisti, non solo svizzeri.

Morandi è l’artista del passato che inviterebbe a cena. Che cosa le interessa della sua essenzialità? E che cosa potrebbe dire oggi a una collezione così contemporanea?
Le nature morte di Morandi sono veri capolavori, capaci di inserirsi in qualsiasi spazio temporale, soprattutto in una collezione contemporanea, quali punti di partenza di un percorso artistico straordinario.  A volte mi capitava di essere invitato in una casa milanese, dove la nostra ospite aveva una bellissima collezione di sue piccole tele, dai colori tenui e delicati, che nulla avevano di meno rispetto ai due grandi Canaletto nel salone adiacente: questa è la potenza espressiva di Morandi.

MiramART è nato come necessità di dare spazio alle opere, ma oggi sembra diventato un progetto culturale autonomo. Quale potrebbe essere il suo prossimo sviluppo? 
Siamo in un momento di riflessione per capire come sviluppare il progetto, mantenendo il doppio binario, collezione e incontri. In realtà vi sono ulteriori attività collaterali che stiamo portando avanti, quali il sostegno a progetti legati al contemporaneo, (quest’anno tre, con Scutari, Lione e Lugano come luoghi di riferimento) e l’ospitare fino a fine settembre, nel piano bar Barracuda, la mostra della galleria inglese Refusés, con una selezione di loro giovani artisti.

Se un ospite del Miramare uscisse dall’hotel ricordando una sola opera, una sola domanda o un solo dubbio, quale vorrebbe che fosse? 
Vorrei che portasse con sé l’esperienza insolita, in un grande albergo italiano, salvo rare eccezioni, di trascorrere un periodo di relax, accompagnato dall’arte contemporanea.

Opere della collezione miramART nel Grand Hotel Miramare di Santa Margherita Ligure. Courtesy of miramART

In quasi trent’anni di collezionismo, qual è la cosa che ha imparato più tardi e che oggi considera fondamentale? C’è un errore che rifarebbe e uno che invece eviterebbe? 
La qualità ad ogni costo: per ogni artista ho imparato ad attendere l’opera giusta da inserire in collezione e non ripeterei l’errore dove, pur di avere un certo nome, mi sarei accontentato di un’opera minore.

Negli ultimi anni il confine tra arte contemporanea, lusso, design e hospitality è diventato sempre più sottile. Lei vive quotidianamente questa contaminazione. Dove vede un dialogo virtuoso e dove, invece, il rischio che l’arte venga trasformata in semplice linguaggio del lifestyle?  
Parlando d’arte contemporanea, quindi con l’artista presente, credo che a lui vada la responsabilità di saper scegliere e capire quando il suo lavoro, abbinato a un certo brand, venga rispettato nella sua espressività o «cannibalizzato».  Detto questo, anch’io nella mia piccola realtà, quando inserisco un lavoro nel percorso dell’hotel, faccio in modo che sia esposto nel giusto contesto e non «frainteso» nella vita dell’albergo.

Instagram è diventato, di fatto, il più grande portfolio mondiale degli artisti. Quanto pesa oggi un’immagine vista sul telefono rispetto all’esperienza diretta davanti all’opera? È cambiato anche il suo modo di scoprire nuovi artisti?  
Instagram mi permette di accedere a nuovi artisti, per un primo contatto e per conoscere il loro lavoro ma poi, a seguire, organizzo se possibile uno studio visit o un appuntamento con la galleria che lo rappresenta.

Che rapporto ha con il tempo? Ci sono opere che ha impiegato anni per comprendere davvero e altre che invece, con il passare del tempo, hanno perso importanza ai suoi occhi?
Con il tempo mi prendo le attese necessarie per comprendere e acquistare il lavoro di un artista che abbia suscitato il mio interesse mentre può capitare che un artista, già in collezione, cambi totalmente registro espressivo e non sentendomi più in sintonia con il suo lavoro, vada in crisi anche con i suoi precedenti.  Mi rendo conto che questo è un problema mio, legato a fattori emotivi ma cosa posso farci?  

La sua collezione sembra costruita più come un racconto che come un insieme di nomi importanti. Quando acquista pensa mai alla storia che quella nuova opera andrà a modificare? 
No, non mi capita mai ma ogni volta rimango stupito come un lavoro appena acquistato dialoghi con la collezione in corso. Inoltre, guardando alla collezione, ogni opera porta con sé il ricordo di un momento particolare della mia vita che mi ha poi portato al suo acquisto.

Se tra cinquant’anni qualcuno dovesse studiare miramART, quale immagine del nostro tempo vorrebbe che emergesse? 
Non quella del mercato, ma quella della società che queste opere hanno attraversato, interpretandola, come una testimonianza di quel momento temporale con tutte le sue contraddizioni e tensioni.

Il catalogo della collezione ha assunto negli anni una forma particolare: non un unico volume definitivo ma una collana che si costruisce nel tempo, in cui ogni pubblicazione aggiunge nuove opere e nuove storie, senza ripetere necessariamente ciò che è già stato raccontato. Quanto è importante per voi costruire questa memoria per stratificazioni successive? E perché oggi un catalogo può essere molto più di uno strumento documentario?  
Il catalogo rappresenta il punto sull’evoluzione della collezione e sulle scelte in essa operate, per questo è così importante editarlo anno dopo anno.  È diventato una sorta di appuntamento cartaceo, con un aggiornamento sui nuovi artisti entrati in collezione, dando seguito a un progetto nato cinque anni fa, con Rischa Paterlini, senza immaginare che sarebbe diventato un momento così importante nella storia di miramART.

Luca Zuccala, 24 agosto 2026 | © Riproduzione riservata

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