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Una sala di Palazzo Besta

© Maurizio Montagna

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Una sala di Palazzo Besta

© Maurizio Montagna

La valorizzazione del territorio passa attraverso la rinascita dei poli culturali

«Lavoriamo a una rete museale diffusa: dalla Certosa di Pavia ai circuiti delle valli alpine» spiega Rosario Maria Anzalone, a capo della Direzione regionale Musei nazionali Lombardia 

Luca Zuccala

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La Direzione regionale Musei nazionali Lombardia è oggi un istituto profondamente diverso rispetto a pochi anni fa. Dal 17 maggio 2024 alla sua guida è Rosario Maria Anzalone (Caltanissetta, 1981), archeologo classico con studi tra Italia e Grecia ed esperienze di scavo e ricerca in Sicilia, in Germania e a Creta. Dal 2020 ha lavorato come curatore delle collezioni archeologiche presso i Musei Reali di Torino. Qui ci racconta obiettivi e progetti del suo nuovo mandato.

In che modo l’autonomia acquisita nel 2024 sta cambiando il vostro modello di governance e la strategia culturale?
Nel 2024 le Direzioni regionali Musei nazionali del Ministero della Cultura hanno ottenuto autonomia finanziaria e contabile, al pari dei musei autonomi introdotti dalla riforma Franceschini (2014). La Direzione regionale Musei nazionali Lombardia ha contestualmente perso le competenze sul Museo del Cenacolo Vinciano, ora gestito dalla Pinacoteca di Brera, e ha acquisito Palazzo Litta, sede di uffici di diversi istituti del MiC. Le sfide erano principalmente due: trasformare la governance dell’istituto e rilanciare nuovi poli culturali. Palazzo Litta a Milano non sarà più soltanto una sede amministrativa o per eventi occasionali, ma un luogo della cultura aperto al pubblico e con una propria programmazione. Dal 2026 si è aggiunta la gestione del Complesso monumentale e Museo della Certosa di Pavia.

Iniziamo dalla Certosa, probabilmente la sfida più ardua che avete ereditato. Che cosa è cambiato nei primi mesi?
La prima decisione è stata quella di introdurre un orario continuato, eliminando la chiusura centrale tra le 11.30 e le 14.30. Oggi il complesso è aperto dalle 10 alle 16 in inverno e fino alle 18 in estate. È stato inoltre introdotto un biglietto d’ingresso con formule di abbonamento. I dati del primo quadrimestre indicano che non c’è stata una significativa riduzione dei visitatori. È cambiata invece la modalità di visita: non più gruppi a orari fissi, ma percorsi liberi supportati da una nuova segnaletica e da un sistema coordinato di comunicazione. A fine anno sarà verosimilmente confermata la storica presenza di 150-160mila visitatori, che rappresenta per noi una soglia di partenza con ampi margini di crescita.

Dietro la nuova bigliettazione sembra esserci anche una strategia più ampia: costruire reti territoriali e collegare luoghi molto diversi tra loro. Come funziona questo modello?
Stiamo sviluppando biglietti integrati per favorire la circolazione del pubblico tra siti più noti e realtà meno conosciute. A Pavia abbiamo creato l’integrato «Siti Pavesi», che collega la Certosa e il Museo Archeologico Nazionale della Lomellina. Sul Garda esiste da tempo un circuito tra i siti di Sirmione e la Villa Romana di Desenzano. Da quest’anno abbiamo inoltre il biglietto integrato «Valli Alpine», che consente il collegamento tra la Valtellina e la Val Camonica. L’obiettivo è costruire una rete museale diffusa e, in prospettiva, superare anche le barriere amministrative tra musei statali e non, nello spirito del Sistema Museale Nazionale.

La Certosa può diventare qualcosa di più di un monumento? Un luogo di ricerca, ospitalità e produzione culturale?
Ne siamo convinti. Per questo abbiamo avviato con Fondazione Cariplo un percorso strategico affidato alla Fondazione Fitzcarraldo di Torino, che presenterà entro l’autunno un piano di sviluppo. L’idea è di trasformare la Certosa in un luogo dove il visitatore possa fermarsi più giorni, integrando alla fruizione culturale attività di ricerca, ospitalità e valorizzazione delle risorse produttive del territorio. La vicinanza con l’Università di Pavia e il potenziale ancora inespresso del complesso rendono questa prospettiva particolarmente concreta.

Quindi una vera e propria città della cultura?
Sì. La Certosa è un organismo di scala quasi urbana: 35 ettari complessivi, con numerosi spazi che possono accogliere nuove funzioni compatibili con la natura culturale e spirituale del luogo. L’obiettivo è farne un hub per ricerca, turismo qualificato e sviluppo territoriale. In autunno presenteremo il masterplan definitivo. Il lavoro è partito con tavoli di coprogettazione che hanno coinvolto circa 60 stakeholder del territorio e proseguirà con la definizione di interventi concreti e immediatamente percepibili.

Complesso monumentale e Museo della Certosa di Pavia © Maurizio Montagna

Passiamo a Palazzo Litta. Milano è già ricca di istituzioni culturali. Perché dovrebbe diventare un luogo necessario?
Palazzo Litta è stato a lungo una sede amministrativa e ospita ancora cinque uffici del Ministero della Cultura. L’obiettivo è trasformarlo in un vero luogo della cultura. Anche qui abbiamo scelto di dotarci di un piano strategico, perché gli interventi devono essere coerenti con una visione di lungo periodo. A differenza della Certosa, la sfida principale è trovare una collocazione riconoscibile all’interno del sistema culturale milanese e gestire la convivenza tra funzioni amministrative e apertura al pubblico.

Quali sono le priorità?
Innanzitutto l’accessibilità. Oggi, ad esempio, i collegamenti verticali sono condivisi tra uffici e spazi monumentali. Servono poi interventi per l’accessibilità sensoriale e cognitiva, già avviati grazie al progetto Pnrr «Musei polisensoriali». Un’altra priorità è la climatizzazione del piano nobile. Per ospitare mostre di alto livello servono standard adeguati dal punto di vista conservativo e gestionale.
Qual è il gesto che simbolicamente segnerà la trasformazione di Palazzo Litta?
Aprire il grande cancello su corso Magenta e rendere il cortile d’onore uno spazio pubblico accessibile a tutti, indipendentemente dalla visita agli ambienti monumentali. Sarebbe il segnale più evidente dell’apertura del palazzo alla città.

Quando partirà una programmazione continuativa?
Tra settembre e ottobre avvieremo, con Fondazione Teatro Litta, un ciclo di visite teatralizzate. Sarà un primo test per verificare la risposta del pubblico e costruire una forma di apertura ricorrente.

Palazzo Litta può davvero diventare un polo espositivo di riferimento nella geografia culturale milanese?
Certamente, l’obiettivo è quello. Stiamo valutando già per il 2027 una mostra dedicata ai 13 luoghi della cultura in Lombardia che fanno capo alla nostra Direzione. Inoltre disponiamo di un comitato scientifico composto da Vincenzo Trione, Marco Meneguzzo, Riccardo Bertollini e Federica Manoli, che contribuisce alla definizione della programmazione culturale.

Abbiamo parlato di soli due siti dei 13 che sono gestiti dalla Direzione... Come si governa una rete di luoghi così diversi tra loro?
Alcuni siti, come il Castello Scaligero e le Grotte di Catullo a Sirmione, sono grandi attrattori. È tuttavia fondamentale, oltreché doveroso, garantire livelli omogenei di servizio su tutto il territorio e rafforzare anche le realtà meno conosciute. Lo abbiamo fatto, ad esempio, a Palazzo Besta di Teglio (So) con una mostra legata alle Olimpiadi Milano-Cortina, e al Museo Archeologico Nazionale della Lomellina, dove abbiamo ampliato gli spazi espositivi ospitando in modo semipermanente opere di Regina Cassolo. Una delle sue opere esposte, «L’amante dell’aviatore» (1935), è volata a New York per la mostra inaugurale del New Museum. Una bella soddisfazione.

Il salto di qualità non è quindi solo una questione di numeri?
Esatto. Per un museo che registra 10mila visitatori annui il successo non può certo consistere nel quadruplicare immediatamente gli ingressi, ma nel costruire una crescita graduale e sostenibile, che passa anche dal consolidamento delle relazioni con il territorio. È ciò che stiamo sperimentando a Teglio, dove gli investimenti realizzati hanno più che raddoppiato le presenze.

Ci racconta una delle novità più importanti dell'autunno?
In autunno ospiteremo a Castelseprio un pool internazionale di ricercatori per una serie di indagini sullo straordinario ciclo di affreschi di Santa Maria Foris Portas. Subito la chiesa sarà riallestita e potrà finamente essere fruita con apparati e illuminazione adeguati.

Luca Zuccala, 09 agosto 2026 | © Riproduzione riservata

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