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Portrait de Louise Vo Tan © Courtesy de Bremond Capela et Louise Vo Tan © Crédits photo : Solenne Brianchon

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Portrait de Louise Vo Tan © Courtesy de Bremond Capela et Louise Vo Tan © Crédits photo : Solenne Brianchon

Il fantasma del Louvre. Louise Vo Ta l'illusionista e la riapparizione dei Gioielli della Corona

Poche settimane prima del clamoroso furto dei Gioielli della Corona francese al Louvre, Louise Vo Tan li aveva filmati per un progetto artistico. Oggi quelle immagini sono diventate la materia di Keep It Close, un'installazione che riflette su assenza, memoria, potere e desiderio. In questa conversazione l'artista racconta come un'opera nata prima della cronaca si sia trasformata in una meditazione sulla sopravvivenza delle immagini oltre la scomparsa degli oggetti.

Luca Zuccala

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Poche settimane prima del furto che ha riportato i Gioielli della Corona francese al centro dell'attenzione internazionale, Louise Vo Tan aveva già concluso le riprese che sarebbero confluite nel progetto Keep It Close. La scomparsa degli oggetti ha modificato radicalmente il significato di quelle immagini, trasformandole da materiale artistico in testimonianza di una realtà ormai perduta. L'installazione, presentata a Belle-Île, evita qualsiasi ricostruzione spettacolare e sceglie invece la forma del fantasma. Attraverso un dispositivo ispirato al Pepper's Ghost, una delle più antiche tecniche illusionistiche teatrali, i gioielli riappaiono come presenze intermittenti, visibili soltanto quando la luce naturale lo permette. Ne nasce una riflessione sul museo, sulla memoria, sul desiderio e sulla persistenza simbolica delle immagini anche quando gli oggetti non esistono più. Abbiamo incontrato l'artista grazie ai fondatori della galleria Bremond Capela di Parigi che hanno supportato il progetto in toto.

Hai filmato i gioielli poche settimane prima del furto. Quando hai saputo della loro scomparsa, in quale momento hai compreso che quelle immagini avevano cambiato natura, passando da materiale artistico a testimonianza?

Non appena ho saputo che i gioielli erano stati rubati, ho capito che il modo in cui quelle immagini sarebbero state guardate sarebbe inevitabilmente cambiato. Erano nate come parte di un processo artistico, in un momento in cui quegli oggetti sembravano immutabili. Dopo la loro scomparsa, le immagini sono diventate la registrazione di una realtà che non esisteva più. Hanno acquisito, loro malgrado, un valore documentario, persino lo statuto di testimonianza. Non è cambiato il loro contenuto, ma la realtà attraverso cui oggi vengono osservate.

Prima del furto, che cosa cercavi nei Gioielli della Corona francese? La loro storia politica, la qualità materiale, il rapporto con il corpo o la loro condizione di oggetti musealizzati?

Sono sempre stata attratta dalle cose che brillano. Ricordavo di avere visto questi gioielli da bambina. C'erano così tante persone raccolte attorno alle teche della Galerie d'Apollon che riuscivo a distinguerli a fatica. Mi ricordavano le torte viste attraverso la vetrina di una pasticceria: vicinissime, intensamente desiderabili e, allo stesso tempo, completamente irraggiungibili.

Il progetto nasce da una coincidenza quasi incredibile: essere stata l'ultima artista a filmare quegli oggetti. Come si lavora artisticamente su un evento così carico di cronaca senza trasformarlo in spettacolo?

Prima del furto avevo già iniziato una ricerca sulle storie dei tesori perduti. Volevo collocare questi oggetti dentro una narrazione capace di sottrarli alla loro teca espositiva. Quando sono stati rubati, ho scelto di non modificare il progetto, ma semplicemente di riconoscere che quel tesoro non c'era più.

Keep It Close non ricostruisce fisicamente i gioielli, ma li fa riapparire come presenze luminose. Perché hai scelto il fantasma anziché la replica?

I Gioielli della Corona sono diventati una di quelle storie che ci raccontiamo, come una storia di fantasmi. Per me era importante che queste immagini si manifestassero in una forma coerente con il loro nuovo stato: apparizioni fugaci, visibili soltanto in determinati momenti e capaci di rivelarsi lentamente con il mutare della luce.

Il dispositivo utilizzato richiama il Pepper's Ghost, una tecnologia illusionistica ottocentesca. Perché ricorrere a una tecnica antica per riflettere sulla sopravvivenza digitale contemporanea?

Per far apparire un fantasma in un luogo come La Sirène, esposto agli elementi naturali e privo di elettricità, dovevo immaginare il dispositivo più semplice e artigianale possibile. Il Pepper's Ghost è una delle prime tecniche illusionistiche usate in teatro per far comparire i fantasmi e, per questo, mi è sembrata una scelta naturale. Paradossalmente, proprio questa tecnica rudimentale riesce a conferire un senso di presenza all'immagine digitale senza tentare di nascondere completamente il meccanismo che la rende visibile.

Un ologramma promette apparentemente una restituzione, ma rimane intangibile. Ti interessava lavorare proprio sulla frustrazione dello spettatore, che vede l'oggetto senza poterlo raggiungere?

L'ologramma conferisce all'immagine una qualità sospesa e trasparente che induce quasi a volerla toccare, per verificare se sia davvero presente. Il vetro che separa lo spettatore dall'immagine intensifica questo desiderio. Ma la frustrazione nasce soprattutto dal fatto che il fantasma diventa realmente visibile soltanto quando inizia a calare la sera. Verso le sette è ancora appena percettibile. Alcuni visitatori non lo vedono affatto e non si rendono nemmeno conto che i gioielli sono già lì. Bisogna attendere che la luce diminuisca perché la loro presenza si riveli lentamente.

La storia di questi oggetti è inseparabile dal potere monarchico e imperiale. Trasformandoli in immagini spettrali volevi interrogare anche la persistenza simbolica di quel potere?

Questi gioielli continuano a portare con sé la storia del potere monarchico e imperiale, il prestigio che ancora esercitano e il desiderio che continuano a suscitare. La loro assenza non cancella questa carica simbolica. Anzi, forse la rende ancora più evidente, perché gli oggetti continuano a esistere nei racconti, nelle immagini e nell'immaginario collettivo. Il potere che incarnano può sopravvivere anche alla loro scomparsa materiale.

La Galerie d'Apollon era il luogo della conservazione e della stabilità; La Sirène è invece un edificio esposto al mare, al vento e alla precarietà. Quanto è stato importante spostare idealmente questi oggetti dal museo a un paesaggio di naufragi?

Questo spostamento era essenziale perché permetteva ai gioielli di uscire dallo spazio della conservazione, di essere sottratti alla loro teca e collocati dentro un'altra narrazione. La Sirène è un'antica sirena da nebbia che segnalava alle navi la scomparsa della costa dalla vista. Sorge sul margine del vuoto, affacciata sull'Atlantico. Le tragiche Aiguilles de Port-Coton si trovano a poco più di cento metri. Qui tutto sembra destinato a scomparire.

Poco distante si trovano le Aiguilles de Port-Coton dipinte da Monet. Monet cercava di trattenere una luce continuamente mutevole; tu cerchi di rendere presente qualcosa che non c'è più...

Mi riconosco nell'idea di un'immagine che dipende interamente dalle variazioni della luce. Non cerco di catturare la luce come faceva Monet, ma di permettere all'apparizione di trasformarsi insieme a essa. Talvolta i gioielli sono quasi invisibili, poi si rivelano lentamente con il sopraggiungere della notte. La luce non si limita a renderli visibili: determina il momento stesso in cui possono riapparire. Forse è proprio qui che si trova il legame, nel tentativo di rendere percepibile qualcosa che continua sempre a sfuggirci.

Il mare di Belle-Île custodisce storie di relitti e tesori sommersi. Nel tuo progetto i gioielli del Louvre sembrano entrare in una nuova mitologia del tesoro perduto. Quanto conta la dimensione leggendaria?

La dimensione leggendaria e mitica è fondamentale perché permette ai gioielli di andare oltre la semplice vicenda del furto. La loro scomparsa li ha trasformati quasi immediatamente in una di quelle storie che ci raccontiamo gli uni agli altri, come quella di un tesoro perduto la cui possibile ricomparsa resta incerta. La vicenda del Prince de Conty, naufragato vicino a Locmaria, nel sud dell'isola, nel 1746, mi ha permesso di collegare queste immagini a una narrazione più antica già radicata a Belle-Île. I gioielli non sono più soltanto oggetti rubati al Louvre, ma elementi di una nuova storia costruita attorno alla scomparsa, alla circolazione e alla possibilità di riemergere.

Nel progetto il pubblico guarda attraverso una piccola apertura e non entra in uno spazio espositivo tradizionale. Volevi costruire una visione intima, quasi clandestina, simile a quella di chi osserva qualcosa che non dovrebbe vedere?

Il gesto richiama quello di chi guarda attraverso una serratura o uno spioncino, con la sensazione di accedere a qualcosa che non gli era del tutto destinato. Richiama anche la condizione stessa dei gioielli, per lungo tempo protetti, custoditi e mantenuti a distanza. La loro apparizione richiede pazienza e una particolare disponibilità da parte dello spettatore.

Dopo avere lavorato così a lungo su questi gioielli, li consideri ancora oggetti storici oppure sono diventati personaggi di una storia ancora aperta?

Restano naturalmente oggetti storici, carichi di una potente storia politica e simbolica, ma la loro scomparsa li ha trascinati dentro un'altra narrazione. Non mi interessa particolarmente sapere che cosa sia realmente accaduto loro o se un giorno verranno ritrovati. Mi interessa il fatto che siano scomparsi e che la loro storia continui a essere scritta attraverso le immagini e i racconti che nascono proprio dalla loro assenza.

Luca Zuccala, 05 agosto 2026 | © Riproduzione riservata

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