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2026 Antonio Addamiano, Dep Art Gallery, photo by Gaia Reins, Milano

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2026 Antonio Addamiano, Dep Art Gallery, photo by Gaia Reins, Milano

Come cambia il mestiere del gallerista? Vent'anni di Dep Art Gallery raccontati da Antonio Addamiano

In occasione del ventesimo anniversario di Dep Art Gallery, Antonio Addamiano ripercorre due decenni di attività e riflette sulle trasformazioni del sistema dell'arte: dalla costruzione di una linea curatoriale indipendente al rapporto tra critica e mercato, dall'evoluzione del collezionismo all'impatto dei social media e dell'intelligenza artificiale. Un'intervista che diventa anche una riflessione sul ruolo del gallerista contemporaneo.

Luca Zuccala

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Vent'anni possono rappresentare un arco di tempo sufficiente per osservare come sia cambiato il sistema dell'arte. Nel caso di Dep Art Gallery coincidono con la costruzione di un'identità precisa, sviluppata attraverso una ricerca concentrata sulla figurazione e l'astrazione europea del secondo Novecento, sull'arte programmata, cinetica e analitica, senza inseguire mode e oscillazioni del mercato. Anzi. Dalla prima mostra dedicata a Mario Nigro fino ai progetti su Salvo, Imi Knoebel, Carlos Cruz-Diez, Turi Simeti, Pino Pinelli e molti altri, Antonio Addamiano ha costruito un percorso fondato sulla continuità, sulla ricerca e sulla storicizzazione degli artisti.

In questa conversazione con il direttore de Il Giornale dell'Arte, il gallerista ripercorre le tappe principali della sua esperienza e affronta alcuni dei temi che oggi attraversano il mercato internazionale: il rapporto tra ricerca e vendita, il lavoro invisibile dietro la rivalutazione critica degli artisti, l'evoluzione del collezionismo, il ruolo delle fiere, la funzione della galleria fisica, l'impatto dei social media e dell'intelligenza artificiale. Ne emerge il ritratto di una professione profondamente cambiata, nella quale il successo commerciale continua a dipendere dalla credibilità culturale costruita nel tempo.

Se dovesse scegliere una sola mostra dei primi vent'anni di Dep Art Gallery per raccontare chi è Antonio Addamiano come gallerista, quale sceglierebbe e perché?

Se posso, rispondo con due. Sicuramente la prima mostra con la quale inaugurai in via Giuriati: Mario Nigro, nel 2006, che confermò la linea, fra strategia e percorso, che avevo in mente e che poi ho intrapreso. La seconda a cui tengo molto è la mostra di Salvo nella nuova sede di via Comelico, nel 2017, dopo quelle del 2007 e del 2010: un omaggio a uno dei miei artisti di riferimento, purtroppo scomparso prematuramente. Gli dedicai una grande esposizione in un momento in cui il suo mercato era davvero difficile, ma per me fu importante e, in un certo senso, "dovuto".

Dep Art è una galleria che non insegue le mode del mercato. Quanto è stato difficile difendere una linea curatoriale così riconoscibile in un sistema sempre più schizofrenico?

Sarebbe stato impossibile fare diversamente: quando scelgo un artista cerco di esserne un riferimento totale. Salire su un treno in corsa mantenendo la qualità non è impossibile, credo, ma metterebbe in pausa il lavoro su tutto il resto. Il mercato, nonostante le tendenze, per fortuna non si ferma mai del tutto: lavorando con artisti molto diversi tra loro, nei momenti difficili ho potuto concentrarmi sul consolidamento del percorso. E ho avuto la fortuna di costruire un gruppo di artisti in cui, di volta in volta, almeno uno sosteneva tutta la squadra.

Se oggi dovesse aprire Dep Art da zero, con il sistema dell'arte del 2026, rifarebbe le stesse scelte o costruirebbe una galleria completamente diversa?

Partire da zero nel 2026 sarebbe una sfida interessante ma, per fortuna, nel mio caso resta un'ipotesi teorica. Oggi è cambiato il mondo del lavoro, non solo il "sistema arte". Cercherei comunque una specializzazione: forse ripartirei ancora da quei grandi gruppi che hanno segnato il secondo dopoguerra, lavorando a collettive che rendano omaggio alle grandi mostre del passato. Comprare intere mostre di singoli artisti, per assicurarsi a priori una programmazione di un paio d'anni, richiederebbe un capitale troppo alto e un rischio insensato. E poi la maggior parte degli ottimi artisti ha già una galleria di riferimento.

Guardando gli artisti che ha scelto negli anni -da Nigro a Pinelli, da Biasi a Cruz-Diez fino a Imi Knoebel- emerge quasi una collezione ideale. Esiste una definizione del suo gusto?

Apprezzo tantissimi artisti, molti più di quelli che ho la fortuna di trattare. Apprezzo chi ha saputo interpretare il proprio tempo, più che chi insegue l'estrema individualità. Mi interessa cogliere i dettagli personali che entrano nella ricerca di chi sceglie una strada, resta coerente e la persegue anche nelle evoluzioni più inaspettate. Amo gli artisti riconoscibili nella loro produzione e mi affascina osservarne il percorso. E, ovviamente, ho sempre prediletto il lavoro con le persone con cui mi trovo semplicemente bene: di artisti bravi ce ne sono tantissimi, ma oltre alla possibilità di lavorare insieme ci deve essere anche il giusto feeling.

Negli ultimi anni molti artisti della vostra programmazione hanno conosciuto una forte rivalutazione critica e di mercato. Quanto lavoro invisibile c'è dietro un processo di storicizzazione?

Dietro c'è un lavoro di squadra che avviene in maniera spontanea e spesso inconsapevole tra gallerie, musei, critici e case d'asta. Mi spiego: gli artisti difficilmente sono rappresentati da una sola galleria, almeno nel caso dei miei, e nella scelta questo "circondario" conta. Quando una buona reputazione incontra una gestione seria e l'onestà dei principali attori, è probabile che il mercato, cioè i collezionisti, colga dei segnali positivi; e se questo accade, prima o poi arriva anche il successo economico. La critica non sempre anticipa quel momento, ma resta fondamentale per consolidarlo e per far conoscere in modo più approfondito, a un pubblico più ampio, gli artisti che stanno ri-emergendo.

Che cosa significa oggi fare davvero il gallerista? Se dovesse spiegare il suo mestiere a un ventenne, parlerebbe più di mercato, di ricerca o di responsabilità culturale?

Sicuramente è un mestiere molto più complesso che nel 2006. Richiede capacità imprenditoriali, una preparazione culturale che copra almeno la storia europea e un talento nella selezione, sia degli artisti sia dei mercati a cui ci si vuole rivolgere. Oggi più che mai penso sia fondamentale studiare e fare ricerca, perché è così che ci si prepara ad affrontare una vera responsabilità culturale. La vendita viene dopo; anzi, scegliere che cosa vendere dovrebbe essere appunto una scelta, non solo il frutto di un'occasione.

Lei ha conosciuto almeno tre generazioni di collezionisti. Qual è il cambiamento più profondo che ha osservato? È cambiato il modo di comprare o il modo di guardare le opere?

All'inizio percepivo due tipi di collezionisti: quelli orientati alla cultura, al mantenimento delle collezioni e alla completezza della narrazione storica, e quelli più speculatori, appassionati ferventi anche loro, ma concentrati su pochi nomi mirati e molto aggressivi.

Poi c'è stato certamente un momento di apertura, quando l'arte, grazie ai nuovi media, è diventata più accessibile, almeno sul piano dell'informazione. Molti hanno collezionato artisti soprattutto per gusto e meno per importanza storica, come si comprava il pezzo icona di design. Quel periodo ha fatto molti danni: si sono comprati nomi inconsistenti a cifre troppo alte e spesso il prezzo elevato non rifletteva la qualità del lavoro, né i costi nascosti del sistema (fiere, personale, affitto, trasporti), ma tutto questo sommato alla pura speculazione. Il mercato ha sempre avuto grandi fluttuazioni; il valore storico, quando c'è, rimane.

Oggi i collezionisti stanno tra il cauto e lo spregiudicato: studiano e approfondiscono in autonomia, non si fidano (e non li biasimo), e quando scelgono sono estremamente decisi.

Instagram ha reso l'arte infinitamente più visibile. Ma l'ha resa anche più comprensibile?

Solo per chi ha voglia di approfondire. Ha certamente cambiato molti canoni di "bellezza" e, purtroppo, non tutto è facilmente instagrammabile: "Video killed the radio star", come dice una canzone che tutti conosciamo. Ho preso subito i social come una grande opportunità di divulgazione e, come sai, collaboro con due diversi fotografi e videomaker proprio per portare anche un po' di cultura, evitando le immagini semplicemente spettacolarizzate. C'è poi un altro valore, spesso trascurato: questi contenuti lasciano una traccia nel tempo e, quando un artista viene riscoperto, la qualità e la storicità dei materiali pubblicati vengono premiate dagli algoritmi di ricerca.

Le fiere sono il principale luogo di vendita. Che ruolo deve avere oggi una galleria fisica? Serve ancora uno spazio fisico?

Ho visto persone che ci conoscevano solo dalle fiere cambiare espressione e atteggiamento una volta visitata, magari dopo anni, la galleria. Quindi un secco "sì": la galleria serve. Viene percepita come segno di serietà e, purtroppo, anche di successo. Avere uno spazio proprio dedicato alle mostre è inoltre un punto di partenza per lavorare con grandi artisti, che proprio dai dettagli della galleria capiscono come la galleria lavora.

L'Italia possiede una straordinaria tradizione di arte astratta, analitica e programmata. Perché, secondo lei, continua a essere meno riconosciuta internazionalmente rispetto ad altre storie europee?

Credo che la risposta sia semplice nel concetto ma complessa nella dinamica. Noi italiani siamo molto autocelebrativi, ma restiamo comunque un paese piccolo: la regola della domanda e dell'offerta è il primo elemento da considerare. È difficile riprendere in mano grandi tradizioni con cognizione di causa e, senza collaborazioni o dialoghi internazionali, è molto difficile uscire dai confini nazionali.

I nostri critici si sono impegnati nella promozione internazionale, ma è mancato loro il supporto del sistema pubblico italiano, molto concentrato sulla storia dell'arte che ci ha resi grandi nel mondo, dal Rinascimento al Futurismo, praticamente il programma scolastico. Il moderno e il contemporaneo ne sono usciti marginalizzati.

Questa, almeno, è la mia opinione.

Qual è stato il rischio più grande che ha corso in questi vent'anni: economico, umano o intellettuale?

Ho sempre ritenuto i miei artisti "storicamente incontestabili", ma l'economia ci ha riservato sorprese non indifferenti. Quindi il rischio più grande, come per tutti, è stato quello economico.

C'è una mostra che oggi rifarebbe completamente diversa?

In effetti su un paio di mostre qualche rimuginio ce l'ho. Quella di Tony Oursler fu un'esposizione pazza e divertente, ma piena di opere "invendibili", almeno per il mio pubblico: avrei dovuto inserire alcune delle sue video-opere più iconiche, per renderla più accessibile e non riservata a una nicchia già di per sé ristretta.

Mi dispiace immensamente anche per la mostra "Il gesto dell'oriente. Cinque voci dell'Avanguardia coreana", con Chun Kwang Young, Park Seo-Bo, Lee Bae, Lee Ufan e Kim Tschang-Yeul: forse avrei dovuto annullarla a causa del Covid-19, per riproporla in un periodo più favorevole. Ma non si può ragionare col senno di poi.

Qual è stata la soddisfazione più importante? Una vendita, una mostra, una collaborazione o il riconoscimento critico di un artista?

Non voglio citare i successi economici perché, come dicevo, non sono mai dovuti al lavoro di una sola persona. Una delle soddisfazioni più grandi è stata la collaborazione con Turi Simeti: abbiamo prima creato un archivio totalmente gratuito e poi lavorato per anni fino alla pubblicazione del Catalogo Generale. Collaborare in team a un progetto nuovo, ampio e gratuito, quindi accessibile, semplice e non penalizzante sul piano dei costi per collezionisti e operatori, è stato importante.

L'intelligenza artificiale sta cambiando anche il modo di produrre immagini e di costruire conoscenza. Pensa che cambierà anche il lavoro delle gallerie?

Non in maniera particolarmente diversa da altri settori. Sull'arte "generata" in contrapposizione all'arte creata non saprei proprio esprimermi; in ogni caso non può influenzare il pregresso. Cambiano di certo i modi di fare ricerca, con un ricorso sempre maggiore alle "deep research", ma voler conoscere è sempre una cosa positiva.

Sta già cambiando anche l'operatività in ufficio: è più facile ottimizzare i contenuti che si creano, che è cosa ben diversa dal generarli.

Se dovesse immaginare Dep Art Gallery nel 2046, quale vorrebbe che fosse il suo ruolo nel sistema dell'arte?

Dico da sempre che un gallerista non potrà mai andare in pensione e, comunque, sarei anagraficamente troppo giovane! Questo lavoro è totalmente legato alla passione, e la mia non credo si esaurirà in vent'anni. Conto di avere ancora la galleria e di continuare il mio percorso: non ho ambizioni di crescita a priori, in senso "aziendale", ma voglio continuare a consolidare e a costruire.

2007, Salvo e Antonio Addamiano nella galleria di Via Giurati 9, Milano

2025, Antonio Addamiano, Alberto Biasi e Federico Sardella in occasione di Alberto Biasi. Politipi, photo by Fabio Mantegna, Milano

2017, Salvo. Un'arte senza compromessi, photo by Bruno Bani, Milano

2020, Tony Oursler, Le volcan Poetics Tatoo & UFO, photo by Bruno Bani, Milano

2018 BAG Bocconi con Regine Schumann photo by Bruno Bani, Milano

Simeti, Paparoni, Addamiano

Luca Zuccala, 01 agosto 2026 | © Riproduzione riservata

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